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Diario
6 dicembre 2012
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casini montezemolo udc pd
La crisi precoce del nuovo centro
Non sono solo i numeri dei sondaggi, ancora così bassi quando siamo ormai nella lunga campagna elettorale. È tutto il rumore di fondo, per non citare le voci di dentro, che conferma la crisi precoce del cantiere del nuovo centro.
Non lo diciamo con soddisfazione, anzi. Il Pd a trazione bersaniana ha fin qui operato secondo uno schema di gioco che prevedeva il rafforzamento di un terzo polo per comodità definito «moderato» insieme al quale completare all’indomani delle elezioni l’arco della futura maggioranza di governo.
Ci sono però miracoli ai quali non arriva neanche la proverbiale abilità dalemiana nell’organizzare le forze altrui oltre che le proprie.
In questo caso, il miracolo che non sta riuscendo è rendere competitiva in un mercato elettorale esigente e diffidente un’offerta politica indelebilmente marchiata Casini-Fini (vecchie glorie in tempi di cambiamento galoppante) oppure Montezemolo (un newcomer terribilmente old ed esitante fino all’esasperazione), senza poter usufruire di alcuna benedizione da parte dell’unico denominatore comune di vaglia, cioè Mario Monti.
In più mettiamoci l’incongruenza programmatica fra i liberisti di Giannino, i cattolici sociali cislini e quelli tradizionalisti alla Buttiglione, i martiniani alla Olivero, gli economisti liberali da sempre e i finiani liberali recenti: tutte persone di prima qualità non inclini a consegnarsi le une alle altre.
Intendiamoci, in tutti i partiti ci sono convivenze irrisolte. Nel Pd però, per esempio, il mescolamento è cominciato anni fa, si svolge in un contenitore ormai stabilizzato e adesso è incoraggiato dalla prospettiva del successo. Nessuna di queste condizioni aiuta il varo della Lista per l’Italia, già attraversata da troppe linee di scissione: gli elettori non ne sanno nulla, ma certe fragilità e incompiutezze le intuiscono perfettamente.
Esiste nel Pd un piano B per assimilare la parte più interessante di questo mondo nel recinto del centrosinistra. Può essere utile e vincente. A patto però di non perseguire il modello perfidamente noto come “partito dei contadini” (gli storici comodi alleati dei comunisti polacchi): gli elettori si sono fatti esigenti, non è più tempo di liste civetta. Altro discorso sarebbe se Bersani annunciasse che in questi mesi si farà il primo passo verso una rifondazione del Pd con confini allargati, sull’antico progetto prodiano-veltroniano.
Un’idea ambiziosa con poco tempo per rendersi credibile.
permalink | inviato da stefano menichini il 6/12/2012 alle 18:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
28 marzo 2012
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Riforma elettorale, sconfitta inevitabile
Per diciotto anni, a ogni elezione, almeno una certezza gli italiani l’hanno avuta: un minuto dopo la chiusura dei seggi elettorali, o al massimo qualche ora dopo, si sapeva chi avrebbe governato nella legislatura successiva.
Non sarà mai più così, se l’accordo confermato ieri dai segretari dei partiti di maggioranza reggerà nei prossimi mesi, fino al perfezionamento di una nuova legge. Le premesse perché l’operazione riesca, nonostante lo scetticismo diffuso, ci sono. In particolare c’è, esplicito, l’apprezzamento e il sostegno del capo dello stato: Napolitano aveva prospettato più volte esattamente questa divisione di compiti nell’ultimo scorcio di legislatura fra governo, parlamento e partiti.
La fine del maggioritario all’italiana così come l’abbiamo conosciuto dal 1994 ha il sapore amaro di una sconfitta, di un fallimento collettivo. Credo che agli italiani piacesse – magari ad alcuni per mero spirito agonistico – l’abitudine di individuare rapidamente vincitori e vinti. L’opposto dei fumosi, controversi e (apparentemente) sempre uguali turni elettorali della Prima repubblica.
Ma non è colpa di Alfano, Bersani e Casini se ci avviamo a un sistema che di nuovo, probabilmente, rinvierà alle trattative dopo il voto la formazione delle maggioranze di governo, o quanto meno la definizione dei pesi interni alle stesse e del nome del premier.
I tre segretari si trovano solo ad apporre il sigillo a un sistema che è fallito da sé. Qualcuno dirà che è finito la sera delle dimissioni di Berlusconi: non si sarà sbagliato di molto. In realtà, il fallimento s’è trascinato anno dopo anno, in un contrasto sempre più solo muscolare, nel quale contava solo chi aveva un paio di parlamentari in più.
Ora s’accenderà battaglia, soprattutto da parte di chi si sente minacciato dalla soglia di sbarramento. Ma la vigilanza più alta dovrà riguardare altro: che torni il diritto autentico di scelta dei parlamentari. E che le ampie coalizioni possano essere una variabile possibile, una delle soluzioni, in qualche modo decise dagli elettori: non l’unico inevitabile esito. 
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Politica
8 novembre 2011
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Ora un governo vero, al più presto
Non si è dimesso ieri sera da Napolitano, ma non perdiamo di vista la notizia cruciale: la vita del quarto governo Berlusconi è finita ieri, con l’impegno formale assunto davanti al capo dello stato.
L’espediente di affrontare un altro passaggio parlamentare, con l’approvazione delle legge di stabilità, può spostare di qualche oncia la forza del Berlusconi che esce da palazzo Chigi, ma non intacca la sostanza. Per la seconda volta in diciassette anni, Berlusconi è costretto a chiudere anticipatamente.
Il pensiero di tutti a questo punto è: come fare a impedire che la storia di Berlusconi possa riaprirsi, come è già successo e come oggi lo spinge a fare Giuliano Ferrara?
La risposta è contenuta nella giornata di ieri, anzi in tutte le ultime giornate dello scontro politico: la saldezza del patto fra le opposizioni, che ieri a Montecitorio ha consentito di infliggere una sconfitta campale alla ex maggioranza, deve trovare i tempi e i modi di rendere definitiva l’uscita di scena del Cavaliere, e di garantire al paese il governo di cui ha assoluto e urgente bisogno. Il successo di ieri è firmato Bersani e Casini.
Chi ieri aspettava dimissioni immediate del governo ha diritto di diffidare ora delle dimissioni differite. Attenzione però, perché nelle ultime ore la situazione economica italiana è ulteriormente peggiorata. E domenica è partita da Bruxelles una lettera indirizzata a Tremonti con la richiesta di una quinta manovra (essendo quelle fatte finora insufficienti al rientro dal debito) e di scadenze precise su pensioni, fisco e tutto il resto.
Questa è l’agenda che sarà presto nelle mani di Napolitano, per le sue consultazioni. Non è una agenda che preveda fra le proprie voci campagne elettorali. Al contrario, esige i pieni poteri di un governo di credibilità internazionale.
Dunque presto le parti saranno rovesciate: sarà il Pdl a dover dire se sfascia tutto o collabora alla salvezza del paese.
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Politica
8 novembre 2011
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Opposizioni, la prova si avvicina
L’annuncio era infondato, diciamo quanto meno prematuro, anticipato di qualche ora o giorno. Ma ieri mattina per un po’ abbiamo vissuto in una nuova dimensione, come se fossimo davvero nel dopo-Berlusconi. In quel lasso di tempo, prima della smentita delle dimissioni del governo, non ci sono stati solo acquisti di spumante, momenti di gloria per twitters brillanti e rapidi guadagni di Borsa per brokers svegli (o preavvertiti). C’è stata anche, improvvisa come se non dovessimo essere preparati da tempo, la domanda: e adesso? Analisti e cronisti possono strologare sulla differenza fra Berlusconi che cade per un voto di sfiducia, per un inciampo su una legge ordinaria o perché si dimette prima di queste bocciature.
In realtà la sostanza non cambia: dal momento stesso in cui Berlusconi lascia palazzo Chigi, smette di controllare il gioco. Lui lo sa ed è per questo che rimane aggrappato alla poltrona, contro ogni logica e ragionevolezza. Ci sono anche i suoi processi che si avviano a sentenza: noi qualche volta per fortuna li dimentichiamo, lui non li dimentica mai.
Nel respingere le pressioni interne e quelle leghiste, Berlusconi ha anche ragione: s’è visto che si illudeva chi puntava a cambi all’interno dell’attuale (ormai ex) maggioranza. Coerentemente con quanto ha sempre detto, il Pd è disponibile a qualsiasi soluzione ma respinge il continuismo. E fra le notizie delle ultime ore, la più significativa è venuta dal totale appoggio del Terzo polo a questa linea democratica, che implica il no a Gianni Letta e lascia solo uno spiraglio al presidente del senato come figura istituzionale.
Il lungo incontro tra i leader Pd e i terzopolisti garantisce su un’unità d’azione che non era scontata: ben scavato. Vedremo se tutti i passaggi da qui in avanti saranno altrettanto condivisi: il primo test viene subito. L’operazione 14 dicembre fallì per l’incapacità di offrire al parlamento (e ai singoli parlamentari dubbiosi) un paracadute anti-elezioni. Oggi il problema si ripropone, aggravato dall’urgenza economica e dalla necessità di cambiare la legge elettorale prima del voto. Se davvero Berlusconi cadrà, potremo valutare subito la sincerità dell’impegno delle attuali opposizioni per una transizione morbida al voto: dipenderà dalle rinunce che saranno disposte a fare. 
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Politica
31 agosto 2011
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Un referendum che sveglia la politica
È partito un treno, e non ci saranno calcoli capaci di fermarlo. Il referendum per abolire il Porcellum, nato per la determinazione di pochi nel Pd, irrompe sulla scena politica e ne riscrive in parte l’agenda. Ciò che tanti auspicavano, ma che palesemente il parlamento con i suoi tempi e le sue regole non riesce a fare, può accadere per spinta popolare: la legge porcata del 2006 può essere cancellata in favore del ritorno a un sistema, il Mattarellum, che avrà avuto difetti, ma aveva un enorme pregio: dava un volto ai candidati, stabiliva un rapporto diretto tra loro e gli elettori.
Prodi, Veltroni, Livia Turco oggi su Europa, Castagnetti, Chiti, il sindaco di Bologna: per il referendum, dietro Parisi e Ceccanti, cominciano a muoversi in molti. Al “caminetto” democratico di domani si prevede un’offensiva di convincimento verso Bersani, anche a opera di Franceschini. È necessaria, e deve avere successo. Tra l’altro, a una forte domanda da parte di chi vorrebbe firmare non corrisponde, per fragilità organizzativa, una adeguata macchina di tavoli e certificatori. Europa, che sente propria questa battaglia, pubblicherà ogni giorno la lista, ma non basta. Il tema dovrebbe interrogare anche i radicali, esperti del ramo: avranno pure un’idea diversa di maggioritario ma lo scontro è questo, e fuori dall’impegno c’è solo un tanto peggio tanto meglio alieno alla loro prassi.
Ieri una frase di Buttiglione ha chiarito dove nascono i dubbi di un pezzo di Pd: chi vuole questo referendum, ha detto il professore Udc, non vuole l’accordo con noi.
Ora, a parte che su altri temi anche più decisivi del sistema elettorale è il Terzo polo che non sta mostrando grande interesse a intese con il Pd, Casini ha spesso dato disponibilità per un maggioritario di collegio a doppio turno, che è il sistema preferito anche dai democratici. A parole, però, perché in realtà l’iniziativa dell’Udc ha sempre privilegiato il proporzionale (proprio a partire dal Porcellum). Allora diciamo che mettere un po’ di pepe addosso a Casini e Buttiglione non gli potrà far male, sarà utile a tirar fuori anche loro da un tatticismo ormai insopportabile.
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Politica
26 agosto 2011
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Partito Fiat? Non creiamo altri fantasmi
Da tempo abbiamo capito cosa faranno di mestiere gli antiberlusconiani di stampo giustizialista quando non ci sarà più Berlusconi: daranno la caccia alle indegnità morali di tutti gli altri rimasti sulla scena, a cominciare dal Pd.
Ora cominciamo a intravedere una tentazione per il dopo-Berlusconi anche per gli antiberlusconiani che apprezziamo di più, quelli del primato della politica, ai quali ci sentiamo più vicini anche perché adesso abitano soprattutto nel giornale cugino, l’Unità. E ai quali però vorremmo consigliare di non sostituire l’ossessione del partito azienda Fininvest con l’ossessione del partito azienda Fiat, autocondannandosi fin d’ora a una replica degli stessi concetti, dello stesso schema di battaglia e, temiamo, delle stesse delusioni patite contro il Cavaliere.
Certo, Montezemolo può risultare fastidioso per l’esasperato tatticismo, il calcolo di essere oggi sulla scena tutti i giorni ma di volersi assumere responsabilità dichiarate solo a ridosso delle elezioni. E per parte sua è arrivato il momento che Marchionne interrompa le sue lezioni sull’Italia e, come dice Fassino, dimostri di aver azzeccato la strategia per l’auto, che non ne saremmo così sicuri.
Calcoli e personalismi fanno però parte della politica, innervosirsi è inutile e denuncia una certa insicurezza in se stessi. Vale per il Pd come vale per Casini e Rutelli.
Il modo migliore per neutralizzare un eventuale pericolo Montezemolo (tanto più se lo considera un Berlusconi-bis) non è la demonizzazione che già non funzionò con l’originale: occorre capire per tempo se nel tipo di personaggio e nelle proposte anche radicali che fa non ci sia qualcosa che gli italiani potrebbero apprezzare come novità, e senza stare a domandarsi se sia roba liberista o laburista. Liberista solo a chiacchiere, non è certo per il suo rigore ideologico che Berlusconi ci ha dato legnate per anni.
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Politica
12 agosto 2011
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Almeno Bersani e Casini tengono bene
In una giornata che gli ha procurato stupore, incertezza e una forte preoccupazione, almeno una cosa Giorgio Napolitano ieri l’ha appuntata con sollievo: il mondo politico non è tutto impazzito come Bossi, e lo sbando di cui è preda la maggioranza non è generalizzato.
Dalla pirotecnica audizione di Tremonti la mattina, fino alle visite di Bersani e Casini in serata, il capo dello stato ha registrato che esiste almeno un asse riformista che vuole stare ai fatti e ai numeri, è disponibile a verificare qualsiasi ipotesi purché ragionevole ed equa, e si tiene ben ancorato all’Europa sapendo che per l’Italia non c’è salvezza se perde contatto con i più forti partner (soprattutto nel momento in cui Sarkozy e Merkel mostrano di voler governare coi loro modi e i loro tempi).
È perfino difficile parlare del governo, delle sue convulsioni, del clima da resa dei conti mortale che si intuisce nelle stanze di Berlusconi e Tremonti, come in quelle di Bossi e Maroni. Un premier che rifiuta di associare il proprio ultimo atto politico a qualsiasi tassa; un superministro che, pur con le spalle scoperte, riesce per boria a indispettire leader dell’opposizione disponibili almeno a discutere con lui; un capo leghista imbarazzante, al quale per carità di patria e umana pietà i giornalisti non dovrebbero più porre domande. Ecco, la manovra straordinaria è nelle mani di questi soggetti, tra i quali non esiste solidarietà né comune sentire.
Ancora nessuno sa con certezza che cosa prevarrà nel menu del decreto fra eurotassa per i benestanti, patrimoniale, intervento sulle pensioni, tassazione delle rendite, mercato del lavoro, accorpamento delle festività. È legittimo sospettare che i pesi sulla bilancia possano disporli più Draghi e magari lo stesso Napolitano, piuttosto che governanti così malridotti.
Almeno però – barlume di speranza – nel Pd non c’è più traccia di radicalismi e pulsioni euroscettiche, e il Terzo polo ha accantonato il tatticismo. Non sappiamo se e come supereremo la contingenza, ma è essenziale che nei suoi spasmi non si smarrisca ciò che è vitale per il futuro del paese, cioè un’alternativa al fallimento presente.
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Politica
21 gennaio 2011
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Attacco al fedeleghismo, poi le elezioni
La dichiarazione del Segretario di stato vaticano anticipa il contenuto del discorso – già molto atteso, e di segno inequivoco – che il presidente della Cei Bagnasco pronuncerà lunedì ad Ancona.
Fra tutti i poteri che in queste ore stanno staccando la spina con Berlusconi, la Santa sede è quello il cui giudizio era più temuto dal presidente del consiglio. Non solo per la (implicita) condanna morale alla quale lo espone agli occhi dei suoi elettori. Ma perché il venir meno del sostegno di Bertone avrà conseguenze pesanti su due personaggi per motivi diversi decisivi per Berlusconi: Gianni Letta e Pierferdinando Casini.
È evidente da tre giorni che Casini e il Terzo polo hanno cambiato marcia. È stato un crescendo: dalla richiesta a Berlusconi di andare dai giudici, poi di «farsi da parte», poi la disponibilità alla sfida elettorale, ieri il cambio di linea sulla sfiducia al ministro Bondi e l’annuncio di condizioni durissime per dare l’appoggio al federalismo comunale.
E di tutti i possibili fattori di crisi – per il sollievo di chi non vorrebbe veder cadere un governo per le chiacchiere di dieci prostitute – proprio il federalismo potrebbe rivelarsi il più esplosivo, quello decisivo. Per un motivo ovvio: la sua approvazione entro questo mese di gennaio è l’anello che tiene ancora agganciato Bossi a Berlusconi.
Se il Pd e il Terzo polo confermassero l’atteggiamento ipercritico annunciato ieri verso l’ultimo testo di Calderoli, l’anello si spezzerebbe. A quel punto davvero non si vede che cosa rimarrebbe alla Lega da fare, se non metter fine lei alla vita  di un governo senza speranze.
Ed ecco, a crisi eventualmente aperta, l’altro passaggio decisivo. Anche questa, una novità delle ultime ore. Una crescente risolutezza sia del Pd che del Terzo polo ad affrontare la sfida delle elezioni anticipate. Anzi, a lanciarla per primi, come strada maestra per la definitiva (si spera) fuoriuscita dal cupo declino berlusconiano.
Fin qui aveva giocato, nelle timidezze delle opposizioni sul voto, un misto di paura, calcolo e senso di responsabilità. È il momento di far prevalere il senso di responsabilità, che però ormai coincide con la posizione più chiara che gli italiani possano comprendere.
permalink | inviato da stefano menichini il 21/1/2011 alle 7:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
19 gennaio 2011
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L'orgoglio mal riposto di Tremonti
Casini ha trovato il modo migliore per dirlo: «Cerchiamo di essere degni del sacrificio dei nostri soldati e di assumere comportamenti decorosi per meglio onorarli». Perché era difficile, ieri, muoversi fra lo sgomento per l’uccisione dell’ennesimo militare italiano in Afghanistan, e la disperazione per un paese il cui governo non può più in alcun modo difendere il buon nome dell’Italia nel mondo. C’è sempre un forte rischio di strumentalità o di retorica, in questi casi. Casini l’ha aggirato bene.
La coincidenza delle due situazioni è terribile, ma appunto esaspera la gravità del passaggio nel quale ci troviamo, tale da aver spinto il capo dello stato a un comunicato da cui trapela massimo allarme e la esplicita richiesta che il premier chiarisca davanti ai giudici di Milano la propria posizione.
La giornata che si era aperta anche con una nota inedita e durissima dell’agenzia dei vescovi italiani si chiude con Berlusconi che, entrando nella riunione delle sue teste d’uovo giuridiche (secondo alcune voci destinate a riunirsi in pool per difendere le prostitute coinvolte), si prende gioco di tutti – «mi sto divertendo» – e al Pd che ne ha chiesto le dimissioni risponde con un gestaccio, anche se solo evocato a parole.
Non gestacci, ma gesti concreti devono venire adesso dalla politica. Si può scegliere di scomparire nel grigiore come Tremonti, dietro alla sua ribadita (a comando?) fedeltà al Capo: fra i tanti modi che aveva per allontanare da sé il sospetto della fronda, il ministro dell’economia ha scelto il più tronfio. Addirittura dirsi «onorato» di far parte di questo governo è un’enfasi adatta a occasioni migliori.
Oppure si può scegliere la strada del Partito democratico, che ora sulla scena ha la posizione più limpida: dimissioni subito, nuovo governo o elezioni anticipate, come anticipava ieri Europa. Udc, Fli e Api, anche se un po’ a strattoni, questa volta si sono messi al rimorchio, a conferma di un momento di scarsa fiducia in sé. Non è uno sparo nel buio, la richiesta del Pd che ovviamente Berlusconi respinge altero. È il primo mattone di una nuova fase alla quale parteciperà chi, diversamente da Tremonti, sa mettere il proprio orgoglio al servizio di qualcosa che lo meriti.
permalink | inviato da stefano menichini il 19/1/2011 alle 7:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
5 gennaio 2011
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pd primarie prodi veltroni bersani casini
Siate sinceri, rinunciate alle primarie
Non che se ne sentisse la mancanza, ma il 2011 si apre con una bella discussione nel Partito democratico intorno al Partito democratico medesimo, accesa come al solito dagli editorialisti dei giornali. Non vale lamentarsi, visto che quando invece i democratici sono stati coinvolti in un dibattito sui famosi «temi concreti che interessano i cittadini» (contratto Fiat), le cose non sono andate meglio.
Sarebbe almeno utile se il rinnovato scontro su “primarie sì o no” si fondasse su un riconoscimento onesto: la diffidenza che nel Pd si nutre verso lo strumento nasce dall’esigenza di difendersi dal proprio elettorato, nella consapevolezza di non essere in grado di spiegargli né di fargli accettare (se non forse nel momento estremo del duello con Berlusconi) le scelte che si ritengono giuste.
Di questo si tratta, tant’è vero che le primarie che per molti è più importante sospendere sono anche le uniche che abbiano una logica di sistema (nel sistema ibrido italiano): quelle per selezionare il candidato premier della coalizione.
Tutte le obiezioni che si avanzano contro questo strumento non esistevano o non avevano spazio nelle fasi di espansione del centrosinistra (con Prodi nel 2005, le uniche primarie per un premier) o del Pd (con Veltroni nel 2007).
Se il tema si fa esplosivo è per un problema politico, non politologico. Il Pd è un partito in ritirata (strategica, si dice) che ha riabilitato la politica delle alleanze e che deve concedere agli alleati molto senza però correre il rischio di farsi smentire dai propri elettori, come avverrebbe non solo con Casini leader ma con chiunque non incarnasse una certa idea pura dell’essere di sinistra e contro Berlusconi.
Se il Pd, dopo non aver combattuto in campo aperto estremismi e giustizialismi, non si sente in grado di spiegare, difendere e far vincere le proprie scelte, ha ragione di rinunciare alle primarie: lui ce le ha date, lui ce le toglie. Vuol dire cambiare linea, non vuol dire commettere un crimine: si può fare benissimo. A patto di essere sinceri, con se stessi (la maggior parte dei capi Pd che vogliono archiviare le primarie vi hanno partecipato a vario titolo con trasporto) e con chi aveva creduto nel mito originario del partito degli elettori.
permalink | inviato da stefano menichini il 5/1/2011 alle 7:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
23 dicembre 2010
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Berlusconi tra due Natali
Un anno fa, alla vigilia di Natale, Silvio Berlusconi aveva ancora il volto tumefatto dopo l’attentato del Duomo. Era circondato da solidarietà e da generale simpatia umana, che poteva anche pensare di trasformare in sostegno politico. Tant’è vero – abbiamo saputo mesi dopo grazie a WikiLeaks – che raccontava all’ambasciatore Usa in visita come perfino il Pd di Bersani l’avrebbe appoggiato nella riforma della giustizia, contro i magistrati politicizzati.
Questo è Berlusconi, nel bene e nel male. Un combattente raro, di grande tenacia, propenso a illudere ma anche ad auto-illudersi.
Il 2010 è stato per lui un anno durissimo, culminato con una crisi che ieri – ad ascoltarlo durante la fluviale conferenza stampa – sembrava ormai superata di slancio. Ma se è vero che Berlusconi non può mai esser dato per morto, non ci si può neanche ingannare sulla sua effettiva vitalità politica.
Riceve colpi, li restituisce, resiste, stupisce i colleghi premier. Non governa e non ha vera maggioranza parlamentare, però, sicché la sua ossessione per la permanenza al potere può essere alimentata solo dalla manovra di Palazzo o dall’azzardo elettorale. Sulla prima via lo attende Casini in partibus infidelium, su un terreno di scambio che può essere solo in perdita per il Cavaliere. Sulla seconda lo chiama la Lega, con toni aspri che denunciano il venir meno della sua forza propulsiva. Come arbitro, al bivio, è assiso un capo dello stato all’apice della popolarità.
A Natale 2009 avevamo un Berlusconi ferito nel fisico ma con carte politiche da spendere.
In questo Natale 2010 Berlusconi appare tonico, rinvigorito dalla fiducia, ormai però appeso a decisioni che non sono più le sue.
permalink | inviato da stefano menichini il 23/12/2010 alle 23:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2)


Politica
20 dicembre 2010
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Casini regala il Pd a Vendola e Di Pietro
Il coordinamento dei parlamentari del cosiddetto Terzo polo ha fatto sapere come si muoverà fra camera e senato nelle prossime settimane. Bene, tutto tranquillizzante per Berlusconi: voti a favore dei disegni di legge del governo, astensioni, astensione anche sulla mozione di sfiducia verso Calderoli per aver cancellato una legge a beneficio di militanti leghisti.
Il Polo della Nazione si preoccupa innanzi tutto di non comportarsi da opposizione pregiudiziale. Non sappiamo quanto potrà giovare loro, ma è anche evidente che il colpo da poco subìto sconsiglia a Fini una linea troppo barricadera.
Questa scelta di opposizione parlamentare moderata si somma alla collocazione generale che Casini ha ribadito per sé e per gli alleati: alternativi al Pdl e al Pd.
Fini, Casini, Rutelli hanno buone ragioni per difendere, comprovandola nelle votazioni parlamentari, l’opzione terzopolista. Naturalmente sanno anche loro che in politica non esistono comportamenti che non abbiamo delle conseguenze, in un sistema fortemente interdipendente.
Per esempio, sul Pd e nel Pd. Casini e Rutelli saranno stati sicuramente sinceri nei mesi scorsi quando chiedevano ai democratici di mettere in discussione le loro alleanze a sinistra. Poi però hanno lasciato passare senza registrare l’evento l’intervista di Bersani con la quale, appunto, le attuali alleanze con Vendola e Di Pietro sono state messe in discussione in favore di un disegno più ampio.
Tutti sanno che la scelta non è stata facile, e che il gruppo dirigente democratico dovrà reggere la pressione di una base orientata in tutt’altro modo, che tra Vendola e Casini non ha alcun dubbio su chi eventualmente scegliere.
Casini e Rutelli possono decidere, per coltivare la propria rendita di posizione, di non concedere alcuna sponda a una operazione così difficile e a rischio: è il modo migliore per farla saltare, per la gioia di tantissimi a sinistra. Può darsi che per questa via crescano elettoralmente nel centrodestra, e può darsi di no. Certo, con un Berlusconi famelico e un Pd risospinto nelle braccia di Di Pietro, si ritroveranno presto a dover fare davvero da soli: curioso modo di esercitare il famoso senso di responsabilità.
permalink | inviato da stefano menichini il 20/12/2010 alle 23:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2)


Politica
18 dicembre 2010
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Bersani, ora non ci ripensare
Adesso Bersani una sola cosa proprio non deve fare: non deve spaventarsi di se stesso. Con l'intervista a Repubblica ha operato un paio di strappetti che devono essergli costati: una svolta politica annunciata su un giornale, quindi cedendo a meccanismi comunicativi dai quali rifuggeva; la barra orientata non a 360 gradi ma in una direzione precisa, cioè l'offerta di alleanza organica con le forze del nascente Terzo polo; la sconfessione dello strumento delle primarie per la premiership, segretamente coltivata ma mai pubblicamente dichiarata; la rinuncia implicita a correre in prima persona come capo coalizione.
Nessuno ha la garanzia che questa sia la linea giusta per rimettere il Pd in modo vincente al centro della fase finale dello scontro con Berlusconi. I passaggi politici però vanno contestualizzati. E in questa fine di 2010, nella concreta situazione del paese, nel quadro politico che anche sorprendentemente si è determinato, quella indicata da Bersani è l'unica strada possibile da percorrere.
Viene contestata da tantissime parti, diversissime fra loro, con buoni argomenti (soprattutto quanto al tema delle primarie). Nessuno però prende la responsabilità di considerare criticamente quale sia l'unica alternativa alla nuova linea del segretario: la formalizzazione di una coalizione con Vendola e Di Pietro, con il primo fortemente lanciato verso la leadership (e pazienza), un peso elettorale in partenza minoritario, la garanzia assoluta della ingovernabilità all'indomani delle elezioni visto che col massimo dell'ottimismo queste potrebbero concludersi negando a Berlusconi una maggioranza al senato. Nulla di più, e nulla di meglio per il Pd e per l'Italia: una linea alternativa più facile e rassicurante, ma né vincente né utile.
Per questo diciamo che Bersani non deve ritrarsi. Ieri ha fatto sapere che la sua non è un'offerta al Terzo polo ma erga omnes, per la salvezza del paese. Fin qui, giusto. La rottura delle attuali alleanze non può essere una premessa positiva, e poi non avrebbe senso mettersi in rotta di collisione con l'operazione di recupero a sinistra che sta facendo Vendola.
Ma se Bersani pensa di poter varare operazioni ambiziose a gratis, si sbaglia. Già ha vinto le primarie per la segreteria illudendo il popolo di sinistra di poter ridar vita al grande partito d'una volta. Ora non può illudere e illudersi che basti un grande appello contro Berlusconi per convincere tutti a mettersi insieme, da Fini a Di Pietro. Qualche rottura sarà necessaria: se non come premessa, almeno come conseguenza. Cose antipatiche da mandar giù per la gente di sinistra, ce ne saranno parecchie. E tutto andrà fatto bene e in fretta, perché i tempi della crisi non consentono di aspettare addirittura la fine di gennaio, come sembra di capire da Repubblica, per la formulazione di quella piattaforma di alternativa da offrire a vecchi e nuovi alleati.
permalink | inviato da stefano menichini il 18/12/2010 alle 7:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4)


Politica
17 dicembre 2010
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Finalmente qualcuno più liquido del Pd
Ieri sui giornali e in tv abbiamo visto la riproduzione fedele di una foto di gruppo dell’Unione. Non ce ne vogliano Francesco Rutelli e Luciana Sbarbati, che apparirebbe in entrambi i ritratti di famiglia, ma l’eterogeneità dei fondatori del Polo della Nazione messi intorno a un tavolo ricordava proprio i summit meno esaltanti di quel centrosinistra. Tant’è vero che, a quei tempi, quelli come Rutelli si battevano per la semplificazione che si sarebbe poi tradotta in Pd.
Può darsi che anche adesso qualcuno si stia impegnando per semplificare fra La Malfa, Pistorio, Tanoni, Bocchino, Cesa e il nostro amico Tabacci, ma possiamo considerare fin d’ora l’impresa disperata. Nelle foto, Fini aveva la faccia lunga di quello che, già nei guai, si chiede  dove si trova.
Naturalmente occorre sottrarsi alla contingenza: un paio di Scilipoti in meno, e quella foto di gruppo avrebbe ritratto un’armata vittoriosa. Non si sfugge però all’impressione di un aggregato troppo liquido e transitorio, che si sarebbe già potuto coagulare da un anno, in attesa di Fini, e non l’ha mai fatto a causa di una eterogeneità che certo non si riduce con l’arrivo di Roberto Menia e Fabio Granata.
Lo sanno benissimo proprio i finiani, fra i quali s’è aperta subito una discussione pubblica su quest’ultimo approdo. Difficile che ci siano altre secessioni (il collante della fedeltà a Fini e dell’ostilità per Berlusconi è ormai fortissimo), però l’appeal dell’operazione agli occhi degli elettori del centrodestra non crescerà nell’immediato. E invece proprio l’immediato potrebbe essere il tempo cruciale.
Questo vuol dire due cose per il Pd. Che l’attrazione da parte del Terzo polo verso eventuali democratici scontenti sarà tutt’altro che fatale. E che perfino un Pd incerottato può pensare con  ottimismo a un’operazione di amicizia e competizione con chi, per quanto fragile, è comunque collocato in un luogo strategico: quello del possibile smottamento dell’elettorato berlusconiano.
Guardandosi intorno, con un occhio anche al disastrato campetto dipietrista, viene da dire che basterebbe davvero un niente al Pd per proporsi come il giocatore più solido della partita. Ma è un pensiero che fa quasi rabbia.
permalink | inviato da stefano menichini il 17/12/2010 alle 7:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
15 dicembre 2010
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Da dove ricominciare, dopo la sconfitta
L’Italia è sembrata ieri, per lunghe ore, pericolosamente vicina a quel paese in fallimento che molti temono (con la notevole eccezione del balzo in borsa dei titoli Mediaset). Un paese appeso politicamente ai cambi d’umore o di convenienza di un pugno di parlamentari fra quelli che di solito vivacchiano ai margini della scena. E abbandonato, nel cuore della Capitale, alla violenza di gruppi giovanili più aggressivi del solito, ma certo arginati nella maniera meno professionale che si sia vista da molti anni.
I blindati in fiamme in piazza del Popolo suggeriscono paragoni con le drammatiche sequenza finali del Caimano, un inquietante corto circuito fra tensione sociale nel paese e ostinata difesa delle postazioni di potere da parte di un autocrate in declino.
È solo una suggestione, per fortuna, per quanto lungimirante sia stato Nanni Moretti. In realtà, il processo democratico è ancora tutto aperto, e anzi può volgere positivamente per gli sconfitti della giornata di ieri se solo si torna a dare piena priorità alla costruzione di una alternativa di governo in grado di vincere nel paese, prima ancora che nelle aule parlamentari inquinate dalla compravendita.
Ieri sostanzialmente due ipotesi politiche sono cadute insieme alle mozioni di sfiducia.
La prima è l’avanzata di Fini – e del cosiddetto Terzo polo dietro di lui – all’interno della crisi del centrodestra: l’ondata sta rifluendo, è partita l’opera di logoramento inversa, e anzi il lavorìo berlusconiano ai fianchi di Fli e Udc sarà la dominante delle prossime settimane. Questo non cancella la scommessa di Fini e Casini, ai quali va anzi riconosciuta una tenuta politica (e numerica, per l’Udc) nonostante fossero oggetto di una pressione terribile. Certo però, almeno per ora, spegne molta della loro forza propulsiva.
L’altra ipotesi tramontata – anche se pubblicamente il Pd sostiene il contrario – è quella del governo di transizione. I berlusconiani sul punto hanno ragione: trattasi di uno scenario a questo punto oltre la fantapolitica.
La situazione è dunque nuova. La maggioranza è più debole dell’altro ieri, e patirà in parlamento. Ma due strade alternative si sono chiuse, lasciando la gran parte del problema nelle mani del Pd: più forte o più debole che lo si consideri, il Pd deve cambiare approccio. Sia nell’ottica di elezioni ravvicinate, sia in quella – improbabile – di una stabilizzazione o addirittura di un allargamento della maggioranza.

Il primo compito del quale si devono caricare i democratici è garantire la tenuta dell’opposizione che è nata ieri nelle votazioni di fiducia: mai così forte, ma fin dal primo momento sottoposta alla dura controffensiva berlusconiana.
Per quanto la denuncia del mercato di parlamentari sia sacrosanta, è già tempo di andare oltre. È capitato spesso negli ultimi mesi che centrosinistra da una parte, e Udc, Api e Fli dall’altra si siano mossi in maniera diversa rispetto ai provvedimenti del governo. Nulla di male, fin qui. Da domani però ognuna di queste occasioni potrà essere sfruttata dalla maggioranza per ficcare cunei fra i 311 deputati e i 135 senatori delle opposizioni.
Certo, ci vorrà una grande abilità tattica per tenerli invece sempre tutti insieme, e infliggere altre sconfitte al governo. Ma l’impressione è che ci vorrà anche qualcosa di più della capacità manovriera. Quel qualcosa che non s’è riuscito a far intravedere nella marcia di avvicinamento alle votazioni sulla fiducia, e che magari avrebbe anche aiutato per un loro esito differente: un intento comune di respiro più lungo. Una dichiarazione delle opposizioni non sul venir meno delle differenze fra loro, ma sull’imporsi di una esigenza davvero unitaria: la sconfitta in campo aperto di Berlusconi, in parlamento e fuori, senza il ricorso a trattative separate.
È una strada difficile, eppure è l’unica percorribile. Per tutti.
Lo è per Fini, la cui rottura con Berlusconi non doveva neanche aspettare le asprezze di ieri – il dito medio alzato di Gasparri, gli insulti in Transatlantico, la mezza rissa nell’aula, le dichiarazioni a freddo del presidente del consiglio – per essere considerata insanabile.
Lo è per Casini, che come sempre dal 2007 a oggi vede le avances di Berlusconi più come una insidia che come una compiacenza: anche i sassi sanno che il Cavaliere, se appena potesse, cancellerebbe in un minuto l’autonomia dell’Udc e la personalità del suo segretario.
Fli e Udc insieme non hanno però massa critica sufficiente, e da ieri ne hanno anche di meno.
Ecco allora il ruolo del Pd. L’unità con queste opposizioni centriste e di centrodestra gli deve apparire  ancor più necessaria oggi, che esse sono indebolite e sotto attacco.
Nel giorno della sconfitta sulla fiducia, una qualche astuzia della storia offre ai democratici la possibilità di emendarsi da un loro errore: la timidezza nel rivolgersi apertamente al centro e alla destra costituzionale. Fino a ieri in questo possibile dialogo erano evidenti i rischi di subalternità: Fini era sulla cresta dell’onda, il Pd appariva sempre gregario, impazzava nei salotti la storiella stupida dell’ex missino leader della sinistra.
Da oggi questo può non essere più un problema, se il Pd assume un’iniziativa aperta, esplicita, fissata su alcuni punti, proponendo finalmente se stesso come motore delle nuove iniziative di attacco al governo. Attenzione: se sostenuta dagli argomenti giusti, sui temi giusti anche di natura economica e sociale, sarebbe una mossa che non parlerebbe solo al ceto politico centrista o finiano, ma anche a fasce di elettorato alle quali il Pd sembra aver rinunciato da molto tempo, senza motivo.
È evidente che, perché questo difficile percorso sia anche solo immaginabile, bisogna sentirsi liberi da vincoli esterni. Per non far nomi: non sentirsi ricattati né da Vendola né da Di Pietro.
Non si tratta di immaginare rotture, perché sarebbe contradditorio raccomandare l’unità di tutte le opposizioni, e poi predicare lo sfascio delle uniche alleanze esistenti. Si tratta di trasformare in fatti politici concreti le frasi spesso ripetute da Bersani a proposito dell’autonomia e dell’orgoglio democratici.
Nichi Vendola, tuttora presidente della Regione Puglia, ha trascorso le ultime quarantott’ore a Roma, fuori e dentro il Palazzo, per lanciare in concomitanza con le votazioni sulla fiducia la propria candidatura a palazzo Chigi come capo del centrosinistra, tifando apertamente per le elezioni anticipate più ravvicinate possibile.
Libero lui di assumere una simile iniziativa, dovrebbe sentirsi libero il Pd di denunciare al popolo progressista questo comportamento come ostile, minoritario, incredibilmente autocentrato: nel momento più difficile dello scontro con Berlusconi, il principale assillo di Vendola è stato rimarcare la propria presenza, il proprio ruolo, la propria ambizione personale.
Vendola può muoversi così anche perché gli è stato consentito: non ha mai dovuto misurarsi, lui, con una scelta che implicasse dei prezzi da pagare. I prezzi che invece tocca di pagare a chi, per sconfiggere l’avversario, si avventura sul terreno impervio delle mediazioni e delle innovazioni necessarie, fuori dalla cuccia calda della propria costituency. Se il Pd trascinasse tutta la sinistra su questa strada, per quanto difficile e rischiosa sia, si vedrebbe finalmente chi è disposto a pagare qualcosa di tasca propria per battere Berlusconi.
permalink | inviato da stefano menichini il 15/12/2010 alle 8:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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