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Politica
22 marzo 2012
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articolo 18 monti fornero pd camusso cgil
La soluzione non è lontana
Se c’è una logica in quanto è accaduto nelle ultime ore, non dovrebbe essere difficile trovare una soluzione per consegnare all’Italia (e in particolare ai giovani e alle donne) la buona riforma del mercato del lavoro del ministro Fornero. Il punto di rottura è talmente focalizzato e specifico, a fronte di cambiamenti che investono l’intero mondo del lavoro, che il danno in caso di fallimento non vale il rischio degli irrigidimenti.
Qui non sono in ballo i cosiddetti equilibri politici, qui conta la sostanza. La forzatura vera di Monti non è stata neanche sull’articolo 18, bensì sull’abrogazione del metodo consociativo che ha fin qui deresponsabilizzato la politica, attribuendo alle parti sociali un potere di veto (la famosa “firma”, che stavolta non ci sarà) inaccettabile in una società molto più complessa e ampia di quanto siano le loro rappresentanze.
Questa è l’acquisizione strategica del governo, in aggiunta alle modifiche elencate da Fornero. Questa è la novità che non potrà non essere colta dai famosi interlocutori internazionali. Questa è un’altra delle conquiste di Monti che sarebbe stata impensabile in passato, sia al tempo degli accordi separati di Sacconi che al tempo dei ministri sindacalisti.
Ma se questo è il vero cambio di paradigma, la restituzione al parlamento del potere sovrano non può essere finzione. Sono stati per primi Napolitano e Monti a valorizzare questo ritorno di centralità: saranno conseguenti.
Lasciamo perdere gli scenari di crisi della maggioranza: è fantapolitica. Il Pd contribuirà a migliorare in senso “tedesco” il capitolo licenziamenti e poi farà sua una riforma che in gran parte nasce dalle sue stesse elaborazioni: chi altri in Italia s’è occupato di lavoro? Alfano?
Lo scontro con la Cgil della durissima Camusso di ieri può perfino risultare salutare: se il dissenso si incanalerà tutto nella confederazione, senza altri sbocchi estremistici; e se ognuno riscoprirà il gusto di fare il proprio lavoro. Forse sono davvero finiti i tempi dei programmi fotocopia, fossero quelli di Berlusconi e Confindustria o quelli della sinistra e dei sindacati. 
permalink | inviato da stefano menichini il 22/3/2012 alle 7:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
4 gennaio 2012
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Carbone, dolcetti... e Bersani
Pensierini sparsi prima della Befana, utili anche a decidere chi nella calza merita di trovare carbone, e chi i dolcetti.
La trattativa sulle nuove regole del mercato del lavoro sarà difficile, ma procederà. Tutti i soggetti coinvolti sono in definitiva dei pragmatici e non è stato casuale ieri il riferimento fatto da Napolitano (di nuovo lui) all’accordo del 28 giugno 2011: quell’intesa unitaria, duramente contestata dalla Fiom, fu il primo passo di Susanna Camusso al vertice della Cgil. La difesa dell’unità sindacale riconquistata allora è preziosa e non è convenienza di Monti rimetterla in discussione. Ieri è bastato un tweet partito dalla Cgil per gettare l’allarme a proposito degli incontri separati che Fornero intende avere in prima battuta con le confederazioni. In realtà, come ha detto Bersani, è importante che unitario sia l’approdo, e questo accadrà solo se tutti avranno fiducia in se stessi più che nel marcamento reciproco.
A proposito di Napolitano, belle le foto mentre a Napoli fa la fila al botteghino del cinema. Photo opportunity organizzata, certo. Un filo di retorica, può darsi. Ma sono cose che quando le fanno i politici scandinavi suscitano ammirazione e invidia. Dunque.
Al presidente dell’Istat, Giovannini, era stato chiesto di chiarire il mistero del confronto fra gli stipendi dei parlamentari italiani e quelli dei loro colleghi europei. Con notevole ritardo la sua commissione ha presentato un rapporto che, se possibile, ha peggiorato la situazione e ha aumentato la confusione. Sicché ora forse non sappiamo se gli onorevoli italiani guadagnano troppo, però sospettiamo che guadagni troppo (anche in confronto ai suoi colleghi europei) il presidente Giovannini: 25 mila euro lordi al mese.
La dichiarazione fatta anni fa da Alemanno (a Roma non c’è crimine organizzato, ma i giovani sono malamente ispirati da Romanzo criminale) gli è già costata tanto, da quando Roma è diventata davvero il set di una guerra di mala. Ora che abbiamo anche l’ex terrorista nero gambizzato, la sceneggiatura è completa. Manca solo la parte per il sindaco ex picchiatore che voleva diventare sceriffo e non riesce a fare neanche il pompiere.
Bersani che alza la voce contro Grillo, intimandogli di stare attento a come usa le parole su Equitalia, visto che girano le pallottole: l’ottimo augurio per un 2012 di riscossa della buona politica. 
permalink | inviato da stefano menichini il 4/1/2012 alle 17:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
21 dicembre 2011
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Napolitano rilancia il "suo" governo
È stato il discorso fortissimo di un uomo totus politicus che chiede di smetterla con le lamentazioni sulla sospensione della democrazia e sulla espropriazione della politica. Nell'intervento di Napolitano di ieri c’è l’orgoglio dello statista che non accetta lezioni sul funzionamento delle democrazie parlamentari e rivendica la soluzione da lui stesso proposta per supplire al fallimento del «bipolarismo distorto». Il capo dello stato vede l’anomalia, la riconosce, ma inscrive la nascita del governo Monti all’interno della assoluta regolarità repubblicana.
Dopo la correttezza istituzionale c’è però il nerbo politico, che Napolitano propone con la medesima energia, nel modo più esplicito affinché nessuno possa far finta di non capire.
Il presidente, si vede, non ha mandato giù il rifiuto dei partiti a farsi coinvolgere nella formazione del governo. Allora però, dice loro, dovete stare in campo senza nascondervi dietro «imbarazzi». Il sostegno a Monti ora va rivendicato come un merito e riempito di contenuti, cioè di riforme utili – anzi indispensabili – al paese.
Come è da molto tempo, il Quirinale detta l’agenda. Rende chiaro che, approvata la manovra, c’è davanti a noi un secondo tempo discretamente lungo: non solo la riforma elettorale ma addirittura modifiche alla seconda parte della Costituzione, e poi le riforme economiche e sociali. Rispetto alle quali ognuno dovrà assumersi le proprie responsabilità. Non per generici e assurdi favori alle tecnocrazie europee, bensì per aprire una strada verso il futuro ai giovani italiani.
Sono loro, «i non rappresentati», la priorità di Napolitano, che sa quanto le dinamiche partitiche e sindacali possano essere discriminatorie rispetto a chi è disperso e non ha potere contrattuale.
Proprio qui arriva la tirata d’orecchie a Susanna Camusso per il recente attacco personale a Elsa Fornero: è chiarissima, e pare sia stata perfino attenuata nella versione finale del discorso. Ma la scossa vale per tutti, Pdl e Pd in particolare, che Napolitano vorrebbe più disposti a farsi coinvolgere. 
permalink | inviato da stefano menichini il 21/12/2011 alle 16:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
20 dicembre 2011
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L'obiettivo di Camusso è Bersani
C’è una pressione fortissima su Pier Luigi Bersani. Interna ed esterna al Pd. Viene da un vasto mondo che ha forse equivocato sia sulla profondità della crisi che sulle implicazioni della scelta per il governo Monti che, infine, su quanto lo stesso premier aveva detto dal primo minuto del proprio incarico.
Oppure ha voluto equivocare: un po’ come tanti berlusconiani dall’altra parte dello schieramento politico, c’è forse nel Pd chi pensava che Monti si sarebbe prestato a fare soltanto il lavoro sporco, la manovra dei sacrifici sulla quale nessuno voleva mettere la faccia, il salasso per tenerci in Europa col volto presentabile del Professore invece che con quello invendibile del Cavaliere.
Non è così perché il governo (come Monti aveva detto fin dall’inizio) s’è dato un programma che va oltre il pronto intervento della manovra. Ritiene che l’urgenza non consista solo nel ritrovare una breve credibilità sui mercati, ma in un’operazione più ampia: aggredire tre, quattro, cinque nodi fin qui risultati inestricabili della crisi profonda del paese. Provare – certo, forti dello spiazzamento dei partiti (non della politica: dei partiti) – a rimediare agli errori e alle inadeguatezze di una classe dirigente che ha fallito nel suo insieme: politici, imprese, sindacati, finanza, giornalisti, professioni, alta burocrazia.
Ora che, fatta la manovra, Monti e i suoi ministri si avvicinano a questi nodi, quella che era un’inquietudine diventa ansia. E molti nel centrosinistra si rivolgono verso Bersani.
La domanda – più o meno esplicita – è: ferma il governo.
A ogni costo, anche a costo di farlo cadere e di tornare sulla via delle elezioni.
È la linea di Susanna Camusso, espressa in modo aggressivo in una drammatica intervista contro Elsa Fornero. È la linea di una parte di mondo sindacale, e di almeno alcuni dei dirigenti democratici che vi fanno riferimento più o meno diretto.
È la linea dell’Unità, che prima non credeva al governo di transizione e anzi lo avversava, poi lo ha accettato malvolentieri, oggi passa all’opposizione.
Al governo non ci si limita a contestare l’intenzione di intervenire sul mercato del lavoro: al governo si contesta la legittimità a governare. Si va molto oltre la rivendicazione della sacrosanta dialettica tra esecutivo, parlamento, parti sociali: si sostiene che il governo dei tecnici, non avendo investitura popolare, non può intervenire sul mercato del lavoro, e non avrebbe potuto farlo neanche sulle pensioni.
«C’è un tratto autoritario nel voler dire che il governo sarà il grande riformatore del paese, perché questo spetta alla politica», dice Camusso al Corriere della Sera. Poco prima ha accusato Elsa Fornero di operare per favorire le assicurazioni private ed è arrivata a criticarla “come donna” per la sua pretesa «aggressione nei confronti delle lavoratrici».
Parole pesanti come pietre, preannuncio non di un dialogo difficile ma di una scomunica. Svelamento probabilmente di un problema della stessa Cgil.
Se la linea della confederazione fosse quella del Pd, il governo e la legislatura finirebbero oggi stesso. Oppure finirebbero – come sostanzialmente ha suggerito sull’Unità Claudio Sardo – dopo aver tentato l’approvazione della riforma elettorale, considerata l’unico motivo per tenere Monti in sella ancora per pochi mesi.
Questo sentimento esiste nel Pd. Ma non è la linea del Pd. Bersani ha già subito queste pressioni e le ha respinte. Ha già messo in chiaro che con Monti si va fino al 2013, sapendo che questo comporta passaggi non facili viste le intenzioni di intervento sul mercato del lavoro dichiarate pubblicamente dal premier.
Elsa Fornero aveva definito l’articolo 18 sulla licenziabilità un totem, dichiarando di volerlo mettere in discussione. Il tipo di reazione ha confermato l’assunto: l’articolo 18 è davvero un totem.
Bersani lo sa, e ha cominciato per primo a liberarlo di questo rivestimento sacrale con un’osservazione di buon senso sul fatto che si tratta di una tutela applicata solo in una parte minoritaria del mercato del lavoro: che può voler dire «dunque è inutile toccarlo», oppure può voler dire «ci sono cose più incisive da fare, ragioniamo su tutto».
Questa già è politica, non siamo più alla religione.
Rompere con la Cgil è l’ultima cosa che un segretario come Bersani vorrà fare, a parte che sarebbe una follia da parte di chiunque in questo momento. La tattica più saggia è allora lavorare sull’agenda delle riforme, dando priorità agli interventi sulle liberalizzazioni (urgentissimi e già quasi pronti, almeno a sentire altri ministri come Passera e Barca) mentre si apparecchia il tavolo della concertazione sul mercato del lavoro. Nessuno si illude che questo possa distrarre o placare Camusso, però si determinerebbe così il contesto di un intervento complessivo sulla crescita al quale sarebbe difficile sottrarsi.
Questo pare il senso del commento di ieri del segretario del Pd: prendere tempo, costruire un ambiente politico diverso da quello terribile offerto dall’intervista della leader della Cgil.
Si capisce che, proprio perché i partiti non sono in condizione di imporsi al governo Monti (oppure non sono sulla scena, come la cosiddetta sinistra-sinistra), i sindacati pensano di dover supplire a questo deficit di sponda con un surplus di conflittualità e di protagonismo tipicamente politico.
Lo fa Bonanni, che non può più andare a trovare Maurizio Sacconi. Lo fa soprattutto Camusso, che si muove ormai più come un partito che come un sindacato dando giudizi di carattere generale che la mettono se non in opposizione quanto meno in competizione col Pd. Monti deve togliere loro ogni alibi e costringerli a una discussione serrata, con contropartite ma anche tempi e risultati certi.
L’operazione sarebbe poi completa se sul tavolo finissero davvero anche nuove figure di welfare come il reddito minimo. Monti e i suoi ministri hanno pronunciato impegnative parole di speranza per i giovani, hanno detto di voler cambiare per loro. Ora loro devono dimostrare che le risorse rastrellate dappertutto servivano davvero allo scopo di sostenere questo mondo «sprecato» e abbandonato.
A Susanna Camusso è sembrato addirittura offensivo che Elsa Fornero si proponesse di «riformare il ciclo di vita». L’espressione del ministro sarà stata enfatica, ma rende bene l’idea di ciò di cui c’è bisogno per il welfare italiano. Di ciò di cui nessun partito, e assolutamente nessun sindacato, s’è mai fatto carico. Può darsi che Fornero e Monti falliscano nel tentativo, anzi probabilmente andrà così visto il sostegno non convinto che ricevono e l’avversione apodittica che suscitano: ma nessuno ne potrà godere, altre generazioni ne pagheranno il conto, e un’altra classe dirigente politica e sindacale passerà alla storia senza meritare gratitudine. 
permalink | inviato da stefano menichini il 20/12/2011 alle 15:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
13 dicembre 2011
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welfare fornero camusso cgil monti
Già si prepara la sida sul welfare
La mobilitazione dei sindacati di ieri contiene il dato positivo della ritrovata unità fra le confederazioni, che era perduta ed è invece un fondamentale fattore di stabilità. Nelle dure dichiarazioni di Susanna Camusso contro il governo Monti c’è però il germe di problemi che potrebbero riproporsi.
Superato il passaggio odierno dell’opposizione alla manovra – che ha avuto anche una sua componente di ritualità, oltre ad aver confermato il fatto che gli scioperi generali ormai non si avvertono nel paese come una volta, e non coinvolgono la gran parte dei lavoratori giovani – si annuncia già il prossimo capitolo, quello della discussione sulla riforma del mercato del lavoro.
La riforma è già presentata come il vero cuore dell’intero tentativo di Monti. In positivo, da parte di chi la attende come lo sblocco per far ripartire la crescita e soprattutto per confermare nei fatti le intenzioni di equità inter-generazionale. In negativo, per tutti coloro che a sinistra negano che la rigidità del mercato del lavoro sia un fattore di freno, e resistono nella difesa di uno schema che in verità adesso, senza aver mai dato alcun sostegno e speranza ai giovani, non garantisce più adeguatamente neanche gli anziani.
Ieri Camusso, parlando della manovra, ha denunciato delle continuità tra il governo Monti e il governo Berlusconi. Proiettata sul tema del lavoro, questa affermazione lascia un interrogativo: nell’esperienza che abbiamo alle spalle, infatti, l’unità sindacale è saltata per aria a ogni livello, nazionale e territoriale, proprio sul tema dei nuovi contratti, fino al mezzo miracolo del giugno scorso.
Richiamati a un tavolo di concertazione (per di più sotto la pressione della Fiom), i sindacati dovranno cercare di conservare l’unità ritrovata ieri nel nome dei pensionandi. Li aspetta e li sfida la determinazione di Monti e Fornero, che si muoveranno non più nel nome dell’austerità di bilancio ma nel nome dei diritti delle giovani generazioni ad avere finalmente tutele e opportunità.
permalink | inviato da stefano menichini il 13/12/2011 alle 14:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
1 dicembre 2011
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monti pd pdl patrimoniale cgil camusso
Il gentile monito del presidente
Saranno acerbi in materia parlamentare alcuni suoi sottosegretari, che ieri a Montecitorio hanno dato vita a innocenti gaffes d’aula, ma certo Mario Monti non è naif dal punto di vista politico.
Molte cose interessanti ha detto ieri il presidente del consiglio a Bruxelles, su una però vale la pena di soffermarsi: i nostri partner europei hanno apprezzato l’ampia fiducia che mi ha dato il parlamento, e apprezzano il consenso popolare assegnatomi dai sondaggi (dei quali, per carità, non farò uso).
Alla faccia della ingenuità del tecnico. A cinque giorni dalla presentazione di un primo pacchetto di misure «impressionanti», Monti lancia un doppio avvertimento ai partiti, ricordando loro chi in questo momento tiene il coltello per il manico (ma funziona meglio l’altra sua immagine: chi ha in mano la spina del polmone artificiale).
Il gentile monito vale erga omnes. Verso il Pdl che si agita intorno a Ici e patrimoniale, e verso il Pd che torna a sentire la pressione dei sindacati sul tema pensionistico.
Nonostante il silenzio del governo, sono in corso manovre preventive delle quali fanno parte le indiscrezioni sugli interventi sulle pensioni d’anzianità. Il fuoco di sbarramento sindacale sulla materia suona un po’ gioco delle parti (i canali di comunicazione col governo sono aperti e attivissimi), però certo colpisce Camusso quando evoca per i 40 anni di contributi addirittura il concetto di «numero sacro»: parole impegnative, diventa difficile poi tornare indietro.
Potremmo sbagliare, ma il governo si appoggerà sull’unico paletto che il Pd davvero pone come irrinunciabile: l’equità. Se Monti saprà far pagare quel famoso 10 per cento di privilegiati, dall’altra parte sarà difficile stringersi intorno a simboli sacri, totem o tabù.
Quello che resta da vedere, già nelle prossime ore, è il grado di concertazione al quale Monti accederà: se cioè aprirà coi partiti (con le parti sociali lo farà di sicuro) una trattativa in vista del consiglio dei ministri decisivo. Per lui, i giorni da qui al 5 sono pieni di possibili ostacoli. Ma l’uomo, s’è capito, non è un agnellino. 
permalink | inviato da stefano menichini il 1/12/2011 alle 8:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
25 agosto 2011
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La Cgil, il rischio di un errore
Ebbene sì, con tutto il rispetto dovuto alla Cgil, si rafforza l’opinione che l’indizione dello sciopero generale contro la manovra che non c’è sia un errore.
Lo scriveva Europa già il 18 agosto: Susanna Camusso, tenendo ferma la critica più spietata al governo, aveva davanti a sé due percorsi diversi. Purtroppo ha scelto quello che le dà forse maggiore seguito a breve termine (ci sarà gente in piazza, di sicuro), ricacciando però la confederazione nella sacca minoritaria dalla quale faticosamente stava tirandosi fuori.
L’unità d’azione e di proposta con gli altri sindacati e con le altre parti sociali sembrava la brillante anticipazione di uno scenario nazionale diverso, la prefigurazione di un’Italia dove davvero gli interessi si mettono insieme, per superare la crisi nel nome delle cose da fare.
Giustamente (ne parla anche Cesare Damiano qui affianco) il Pd aveva colto questa novità e questa potenzialità, che corrisponde al suo modo di intendere la transizione dal berlusconismo e la gestione dell’uscita dalla crisi. E si capisce allora perché un po’ tutti nel partito – chi più aspramente, chi con maggiore diplomazia – si tengano oggi distanti dal surriscaldamento cigiellino in vista del parziale sciopero generale del 6 settembre. Al contrario di Di Pietro, che dalla disponibilità a sostenere Tremonti è già passato ai moti di piazza.
Tra l’altro, la strada che invece la Cgil pare aver imboccato (capofila di ogni possibile protesta, su un modello cofferatiano di sindacato “soggetto politico”, per la gioia del divisivo Sacconi) non garantisce Camusso sul fronte interno. Ieri Rinaldini, l’ex capo della Fiom, protestava perché in attesa dello sciopero non era stata interrotta la consultazione interna sull’accordo di giugno sul nuovo contratto: è ovvio che per la minoranza interna lo sciopero sia il viatico per revocare la scelta più impegnativa assunta da Camusso come segretaria.
In questi mesi, il valore dell’unità sindacale stava andando finalmente al passo con scelte di merito coraggiose, positive. Perché tornare indietro e dare ragione ai propri avversari, interni ed esterni?
permalink | inviato da stefano menichini il 25/8/2011 alle 8:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4)


Politica
11 agosto 2011
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La verità è che non sanno che fare
L’attesa era fortissima. Ora però ne sappiamo quanto ne sapevamo ieri. Cioè niente.
Non solo noi.
Non ne sa nulla quella inedita e preziosa alleanza dei produttori che è stata inutilmente convocata a palazzo Chigi. Non ne sanno nulla gli operatori finanziari, lasciati a cavarsela nella mostruosa tempesta borsistica. Non ne sanno nulla i partiti. Non ne sanno nulla, figurarsi, i cittadini: come lavoratori, contribuenti, imprenditori, risparmiatori, pensionati, consumatori, in qualsiasi veste abbiano paura per il futuro.
Non sappiamo nulla di come l’Italia potrebbe uscire dall’emergenza per il semplice drammatico motivo che non sa nulla chi dovrebbe fare le scelte. Chi ha promesso di fare «presto e bene». Chi si vantava di aver già avviato tutte le misure necessarie e ieri ha dovuto ammettere che invece «tutto è cambiato» e che la manovra «va completamente ristrutturata».
Non lo dice più solamente Bersani, che il problema principale dell’Italia è la nullità che si trova alla guida del paese.
Il primo degli editoriali del Financial Times di ieri concedeva a Berlusconi un’ultimissima chance di dimostrare che tiene più agli affari pubblici che ai propri. Ma senza nutrire alcuna fiducia: «Ciò che l’Italia sta soffrendo non deriva da un colossale deficit di bilancio, ma da un colossale deficit di leadership politica». E la Borsa di Milano non aveva ancora chiuso, peggiore d’Europa, a meno 6,6 per cento. E il presidente del consiglio non aveva ancora confermato – davanti a Marcegaglia, Mussari, Camusso, Bonanni e gli altri – il proprio stato di stordimento.
Gianni Letta ha annunciato, e senza ironia, l’apertura di almeno tre o quattro tavoli di concertazione: così l’ennesimo dei tanti «momenti della verità» è sfumato, come i precedenti, nel rinvio causato dai veti nella maggioranza.
Oggi alla camera se ne consumerà un altro, dove almeno le opposizioni potranno confrontarsi con Tremonti. Sarà altrettanto deludente, temiamo. Del resto, perfino il prossimo “decisivo” consiglio dei ministri pare evento remoto, avvolto nelle nebbie.
Alla fine, anche chi vorrebbe collaborare, con le migliori intenzioni, potrà trovarsi a prendere atto che nessuna casa che brucia può essere salvata se il pompiere rimane immobile, attanagliato dal terrore e dall’incapacità.
permalink | inviato da stefano menichini il 11/8/2011 alle 8:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
2 luglio 2011
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Pd e Vendola? Meglio due cose distinte
Il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, vorrebbe che Partito democratico e Sel formassero anche in Italia un’unica famiglia politica, «com’è in Europa».
Ora, a parte il fatto che in Europa il Pd non fa esattamente parte del Pse bensì è associato al gruppo parlamentare socialista e democratico (sembrerà un cavillo, ma a suo tempo ai poveretti della Margherita parve essere un cavillo importante), ciò che può apparire fattibile in Europa non lo è in Italia, e anche Rossi può facilmente constatarlo proprio in questi giorni.
Fra Cgil e Fiom, nello scontro che vede Susanna Camusso sostenere un durissimo attacco anche personale, Nichi Vendola s’è dichiarato con Landini, e il redivivo Fausto Bertinotti ci ha messo un carico pesantissimo: «L’accordo è un esito catastrofico, un’operazione sconvolgente, il sindacato diventa cinghia di trasmissione per estendere le condizioni peggiorative dei lavoratori».
Nelle stesse ore, Sel ha anche aderito alla domenica di protesta NoTav in Val di Susa: nell’evidente tentativo di non perdere posizioni all’estrema sinistra, il partito di Vendola si è aggregato a Grillo e al suo movimento 5 Stelle che saranno i protagonisti della giornata. Dal lunedì nero di Chiomonte (che aveva visto Vendola prendere le parti degli occupanti contestando l’operato della polizia) poco è cambiato: un imprenditore è stato malmenato all’ingresso del cantiere (non dagli anarchici insurrezionalisti bensì dai famosi “cittadini valsusini”) e il leader della protesta Perino promette «niente bravate» ma anche l’assedio permanente al cantiere della Maddalena.
Ammetterà Rossi che se il Pd fosse oggi nell’alleanza organica con Sel che lui auspica, qualche problema ci sarebbe: sui contratti e sulla Tav, Vendola sta con chi imbratta i muri dei circoli democratici, oppure con chi chiama il Pd “PdmenoL”.
Sia paziente, il compagno presidente della Toscana, faccia maturare i tempi. E faccia soprattutto maturare Vendola, al quale fa sicuramente meglio esser messo davanti alle sue contraddizioni, invece che blandito e corteggiato.
permalink | inviato da stefano menichini il 2/7/2011 alle 7:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


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