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Politica
10 aprile 2012
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Ma un leader ci vorrà sempre
Non date per estinto il partito personale, avverte colui che il concetto l’ha inventato cioè Mauro Calise. Tesi importante, visto che dalla crisi di berlusconismo e bossismo il Pd pensa di poter uscire come l’unico vero partito sulla scena, emendato da tentazioni personalistiche, con radicamento territoriale e regole democratiche perfettibili ma inesistenti altrove.
Bersani può dire di aver puntato giusto: ha scommesso sulla crisi della forma tipica del partito della Seconda repubblica (oltre che sui suoi uomini simbolo) e ne ha fatto il tratto caratteristico della presenza sulla scena (da “uomo normale”). Non c’è bisogno di ricordare i molti passaggi nei quali la sua immagine di normalità è stata ricercata e proposta. Gli ultimi eventi (articolo 18) hanno premiato il lavoro del leader mediatore che interviene in prima persona solo in extremis, che cuce più che strappare.
Tutto vero ma guai a illudersi sul ritorno ai partiti di massa, di nuovo fondati sulla difesa di interessi distinti e in conflitto fra loro, guidati da gruppi dirigenti collegiali e intercambiabili. «Cose che valevano per l’ottocento e il novecento», taglia corto Calise, e lo dice all’Unità: la prevalenza e velocità dei media, l’individualismo, la frammentazione degli interessi continueranno a premiare la personalizzazione della politica.
È un avviso da considerare. Ci sono dati della modernità non revocabili. Uno di questi è il bisogno degli elettori di far coincidere la proposta politica col nome, il volto e la credibilità di chi la avanza. Forse con Berlusconi e Bossi (in attesa che fallisca qualcun altro) è finita un’era di populismo e demagogia, fattore degenerativo del dibattito pubblico e della vita interna dei partiti. Ma la necessità di proporre leadership forti non è venuta meno.
Essenziale è che cambino i fattori che definiscono la forza: non più la ricchezza, l’estetica, l’arroganza del politicamente scorretto, bensì la competenza, lo spessore internazionale, il rispetto delle regole, ovviamente l’onestà. Anche da questo punto di vista il governo Monti ha alzato l’asticella da superare.

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Politica
6 aprile 2012
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Lega, non è più il tempo delle avventure
La crisi letale ha le fattezze rubizze di un faccendiere, il volto congestionato dalla rabbia di una vicepresidente del senato detta la Badante, la faccia da schiaffi di un erede noto come la Trota (schiaffi nel senso di quelli che avrà rimediato da suo padre nelle ultime ore). Una roba a metà fra Balzac, commedia all’italiana (che beffa) e tragedia shakespeariana.
Ma la Lega Nord – simbolo della Seconda repubblica, dopo Berlusconi – è spinta in questo sprofondo da un doppio fallimento, molto più grave e irrimediabile delle ruberie di un Belsito.
Bossi ha fallito catastroficamente nella sua missione nel nome del Nord contro l’Italia. Il potente soffio rivoluzionario che spirava tra il ’90 e il ’92 s’è spento un po’ alla volta, come la voce del capo. E in chiusura del ciclo, il massimo che la Lega consegna alla sua inesistente Padania è un pugno di discreti amministratori, non a caso alla ricerca di una via d’uscita per sé ora che l’epopea collettiva finisce nel nulla.
Il secondo fallimento, dalle conseguenze anche più profonde, è quello del partito personale. Bossi molla umiliato, Berlusconi svanisce tipo gatto del Cheshire. E poi Grillo non sfonda, Di Pietro e Vendola rimangono a metà, i sindaci più ambiziosi restano parcheggiati o impantanati, nomi nuovi appaiono e scompaiono in un amen, inevitabile risorge il proporzionale: insomma, si chiude l’era delle piccole o grandi avventure legate alla singola personalità.
È un paradosso, perché invece il momento (paragonato spesso al ’92-’93) è di nuovo di grave crisi dei partiti, la capacità di leadership personale continua a contare per l’opinione pubblica (come spiegare altrimenti il caso Monti, il consenso per Napolitano?), proprio ora dovrebbe aprirsi lo spazio per i newcomers. Invece niente.
L’unica spiegazione è che, un po’ come accadde col ventennio fascista, abbiamo fatto indigestione di uomini simbolo. Il vuoto lasciato da un duce venne allora colmato da grandi masse, organizzate in partiti capaci di nuove narrazioni: un passaggio storico irripetibile. Che cosa verrà adesso?
Il Pd, pur con tanti problemi, è la forza centrale del campo politico anche perché con Bersani ha investito su un altro modello. Il vuoto intorno però fa spavento, il futuro offre molte più incognite che certezze. Grazie anche, pensate un po’, a gente come la Trota. 
permalink | inviato da stefano menichini il 6/4/2012 alle 8:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
25 ottobre 2011
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Il momento cruciale (ma se Napolitano...?)
Quando chiudiamo questa edizione del giornale, siamo in bilico fra la crisi del governo e chissà quale altro pasticcio elaborato non per far uscire l’Italia dalla crisi ma solo per tenere inchiodato Berlusconi al suo posto. Un intero paese è schiavo dell’unica ossessione del suo premier: reggere all’assedio non più solo delle opposizioni, dei giudici, della stampa e dei mercati, ma ormai anche all’ostilità palese dei leader mondiali. Quei leader che ci possono stare antipatici – sono tra l’altro tutti espressione della destra europea – e si comportano in maniera inaccettabile, ma hanno in mano le chiavi di un aiuto che l’Italia non può più darsi da sola.
Non c’è un solo governo normale che, di fronte al bivio fra una decisione politica necessaria e il veto posto da un alleato, non cerchi fuori da sé la soluzione. La maggioranza di centrodestra italiana è l’anormalità assoluta di una coalizione che antepone a tutto neanche la propria salvezza politica – che sarebbe ancora possibile nonostante tutto – ma l’esclusiva angoscia personale del suo capo.
La provocazione che oggi lancia il nostro Montesquieu è la semplice rivelazione di quanto il re sia nudo: basterebbe che l’Italia venisse rappresentata nei vertici mondiali dal suo presidente della repubblica, invece che dall’attuale presidente del consiglio, e già le cose sarebbero molto diverse.
Non sarebbe risolto tutto il problema, certo, ma quello fondamentale e preliminare della credibilità del paese sì. Nessuno si azzarderebbe a sogghignare. Nessuno emetterebbe diktat. Nessuno ci mancherebbe di rispetto. Naturalmente il debito pubblico non diminuirebbe per ciò stesso di un solo centesimo, ma il giudizio sulla stabilità e l’affidabilità nazionale cambierebbe, gettando le premesse per ogni passaggio successivo.
È una provocazione, dicevamo, ma illumina il quadro: fa capire fino a che punto il problema sia l’Italia in generale, e fino a che punto il problema sia l’Italia di Berlusconi.
In questo scorcio – ore concitate e confuse – si è di nuovo intravisto un nucleo di opposizione che è ormai maggioranza reale nel paese e si dice pronto ad assumersi la responsabilità delle scelte necessarie. È importante dare atto a Bersani, a Casini e agli altri di essere presenti al momento topico: non abbiamo molto altro in cui sperare. 
permalink | inviato da stefano menichini il 25/10/2011 alle 17:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
24 agosto 2011
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Nessuna vendetta (sul partito libico italiano)
stefano
menichini
L’incontro di domani a Milano fra Berlusconi e Jibril, capo del governo provvisorio di Bengasi, arriva tempestivo per marcare la presenza italiana nel momento in cui la confusa rivoluzione libica sembra compiersi. È stato organizzato in fretta, per marcare gli antesignani dell’intervento occidentale – Cameron e soprattutto Sarkozy – dei quali si annuncia addirittura un viaggio nella Tripoli liberata, si può immaginare con quale contorno di entusiasmo.
L’Italia, appesantita dalla storia e dalle relazioni privilegiate con Gheddafi, in questa vicenda è stata all’inseguimento, sempre un passo indietro. Lo sanno tutti, anche i libici che rimarranno comunque amichevoli, bisognosi come sono del massimo appoggio.
Vittorio Feltri ieri sul Giornale ha provveduto a chiarire le idee a chi non sapesse come la pensava (e tuttora la pensa) la destra italiana sulla Libia, con il racconto dettagliato e addolorato di come Berlusconi sia stato quasi fisicamente costretto all’intervento, che avrebbe voluto evitare in ogni modo. Come Bossi del resto: la Lega chiedeva di uscire dalla missione libica ancora tre giorni fa, alla vigilia della presa di Tripoli: pensate se fosse stata accontentata...
Lo sfondo ideologico di questa singolare affezione per gli autocrati in declino era fornito, sempre ieri, da un esagitato commento di Maria Giovanna Maglie su Libero. La prosa era sovraeccitata, la sostanza analoga a cose lette sul Foglio in questi mesi: l’Occidente si è suicidato preferendo le bande tribali (sospette o garantite di fondamentalismo islamico) alla garanzia di un dittatore laico normalizzato.
Sarebbe facile smontare queste elucubrazioni con l’evidenza di un processo sovranazionale che era impossibile fermare, e al quale sarebbe stato folle essere ostili: Angela Merkel, che in Italia è stata l’eroina di chi avversava l’intervento in Libia, è oggi criticata in patria per una scelta di neutralismo che avrà dei costi per la Germania.
Ma siccome c’è tempo perché le cose a Tripoli volgano al peggio, com’è sempre facile che accada soprattutto se chi può aiutare rimane alla finestra, oggi non cerchiamo rivincite contro il trasversale partito italiano di Gheddafi, ridotto all’impotenza non da noi ma da chi eterodirige anche la nostra politica estera oltre che la nostra economia. Siamo solo felici per la Libia.
Per un altro muro che cade, per un altro bunker espugnato.
permalink | inviato da stefano menichini il 24/8/2011 alle 8:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
17 agosto 2011
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Il caso Bossi
La quarta manovra in un anno sarebbe stata comunque un gran pasticcio, perché il livello di approssimazione e di improvvisazione del governo e della sua maggioranza supera ormai ogni precedente. Non siamo quindi qui a dire che lo sbandamento della politica italiana dipenda tutto da un uomo solo: non da Berlusconi, naturalmente neanche da Umberto Bossi.
È però evidente a tutti – e nel Palazzo normale argomento di conversazione, senza però assumere dignità di discorso pubblico, per ragioni comprensibili – che il leader della Lega rappresenta ormai un problema a sé. Certo, lo è sempre stato, fin dalla prima sua apparizione sulla scena nazionale: ma per lunghi anni si trattava di un problema esclusivamente politico, complicato e anche affascinante considerando l’incredibile storia della sua creatura, la Lega nord.
Ora invece, a sette anni dall’ictus cerebrale che poteva essere un handicap definitivo, e invece venne energicamente affrontato e in gran parte vinto, Bossi aggiunge al nodo politico di una Lega in crisi di consensi e di politiche l’aggravante di una imprevedibilità e inaffidabilità personali che hanno radici nella patologia, non nel tatticismo di sempre.

Avrete notato che ormai nessuno reagisce, fra i molti che quotidianamente vengono colpiti dai sanguinosi e improvvisi insulti di Bossi, dalle sue pernacchie, dalle sue linguacce, dai suoi diti medi alzati, dalle sue sconcezze. È il comportamento tipico – e apprezzabile – di chi si rende conto di aver contro una persona che non ha tutto il controllo di sé. Non rispondi, fai finta di nulla, cerchi di evitare in un primo momento lo scontro, poi naturalmente da quel momento in poi anche l’incontro.
Ma se si può evitare lo scontro con Bossi, è impossibile evitare di incontrarlo. E quindi di dargli occasione di esternare, a modo suo.
Giorni fa avevamo chiesto su Europa, consapevoli del paradosso, che i giornalisti evitassero di porre domande all’instabile ministro delle riforme. Ma come si fa? Bossi – va detto con sincera ammirazione – è il perno della crisi politica italiana. È il protagonista dei vertici più ristretti (ma lì ora verrà informato proprio su tutto?). È il leader carismatico e insostituibile di un partito decisivo per la tenuta della maggioranza (dentro al quale si svolge però una lotta furiosa, e ormai molte cose accadono senza che Bossi le decida, le sappia o possa influenzarle). Infine, Bossi è l’uomo in difficoltà al quale si appoggia per non cadere l’altro uomo in affanno politico e personale: Berlusconi sa che non sopravviverebbe sulla scena un minuto di più del suo ex nemico, ora amico fraterno.
Intendiamoci, Bossi è tutt’altro che pazzo, o privo di capacità di intendere e volere. Casomai può darsi che i suoi deficit personali siano acuiti, causando esasperazione, dalla lucida comprensione della crisi della Lega, che è strategica e non tattica. L’ostinazione contro Tremonti sull’età pensionabile fa parte delle intuizioni del capo che sa cosa non può permettersi di fronte alla propria gente. Del resto, fu sulle pensioni che saltò nel 1994 la prima avventura comune di Bossi e Berlusconi.
Nella sua istintiva e quasi animalesca difesa della Lega, il Senatùr finisce però ogni giorno per travolgere qualcuno o qualcosa, in questo modo rivelando i giochi, i duelli e anche le paranoie che animano i vertici ristretti del centrodestra: ne vanno di mezzo da Draghi a Brunetta, dalla Bce a Napolitano, e ogni volta i dirigenti del Pdl devono ricucire, e ogni volta si ritrovano più deboli ed esposti di prima.
È chiaro che solo dentro la Lega, in quella fornace di passioni e ormai anche di odii e diffidenze, potrà risolversi in qualche modo il caso Bossi. I più disarmati in effetti sembrano proprio loro, i leghisti: come capita nelle famiglie nelle quali c’è un simile problema col capofamiglia. Se non altro un motivo in più per raccomandarsi, d’ora in poi, di non cedere più alla tentazione del partito personale.
permalink | inviato da stefano menichini il 17/8/2011 alle 7:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
17 agosto 2011
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Il caso Bossi
La quarta manovra in un anno sarebbe stata comunque un gran pasticcio, perché il livello di approssimazione e di improvvisazione del governo e della sua maggioranza supera ormai ogni precedente. Non siamo quindi qui a dire che lo sbandamento della politica italiana dipenda tutto da un uomo solo: non da Berlusconi, naturalmente neanche da Umberto Bossi.
È però evidente a tutti – e nel Palazzo normale argomento di conversazione, senza però assumere dignità di discorso pubblico, per ragioni comprensibili – che il leader della Lega rappresenta ormai un problema a sé. Certo, lo è sempre stato, fin dalla prima sua apparizione sulla scena nazionale: ma per lunghi anni si trattava di un problema esclusivamente politico, complicato e anche affascinante considerando l’incredibile storia della sua creatura, la Lega nord.
Ora invece, a sette anni dall’ictus cerebrale che poteva essere un handicap definitivo, e invece venne energicamente affrontato e in gran parte vinto, Bossi aggiunge al nodo politico di una Lega in crisi di consensi e di politiche l’aggravante di una imprevedibilità e inaffidabilità personali che hanno radici nella patologia, non nel tatticismo di sempre.

Avrete notato che ormai nessuno reagisce, fra i molti che quotidianamente vengono colpiti dai sanguinosi e improvvisi insulti di Bossi, dalle sue pernacchie, dalle sue linguacce, dai suoi diti medi alzati, dalle sue sconcezze. È il comportamento tipico – e apprezzabile – di chi si rende conto di aver contro una persona che non ha tutto il controllo di sé. Non rispondi, fai finta di nulla, cerchi di evitare in un primo momento lo scontro, poi naturalmente da quel momento in poi anche l’incontro.
Ma se si può evitare lo scontro con Bossi, è impossibile evitare di incontrarlo. E quindi di dargli occasione di esternare, a modo suo.
Giorni fa avevamo chiesto su Europa, consapevoli del paradosso, che i giornalisti evitassero di porre domande all’instabile ministro delle riforme. Ma come si fa? Bossi – va detto con sincera ammirazione – è il perno della crisi politica italiana. È il protagonista dei vertici più ristretti (ma lì ora verrà informato proprio su tutto?). È il leader carismatico e insostituibile di un partito decisivo per la tenuta della maggioranza (dentro al quale si svolge però una lotta furiosa, e ormai molte cose accadono senza che Bossi le decida, le sappia o possa influenzarle). Infine, Bossi è l’uomo in difficoltà al quale si appoggia per non cadere l’altro uomo in affanno politico e personale: Berlusconi sa che non sopravviverebbe sulla scena un minuto di più del suo ex nemico, ora amico fraterno.
Intendiamoci, Bossi è tutt’altro che pazzo, o privo di capacità di intendere e volere. Casomai può darsi che i suoi deficit personali siano acuiti, causando esasperazione, dalla lucida comprensione della crisi della Lega, che è strategica e non tattica. L’ostinazione contro Tremonti sull’età pensionabile fa parte delle intuizioni del capo che sa cosa non può permettersi di fronte alla propria gente. Del resto, fu sulle pensioni che saltò nel 1994 la prima avventura comune di Bossi e Berlusconi.
Nella sua istintiva e quasi animalesca difesa della Lega, il Senatùr finisce però ogni giorno per travolgere qualcuno o qualcosa, in questo modo rivelando i giochi, i duelli e anche le paranoie che animano i vertici ristretti del centrodestra: ne vanno di mezzo da Draghi a Brunetta, dalla Bce a Napolitano, e ogni volta i dirigenti del Pdl devono ricucire, e ogni volta si ritrovano più deboli ed esposti di prima.
È chiaro che solo dentro la Lega, in quella fornace di passioni e ormai anche di odii e diffidenze, potrà risolversi in qualche modo il caso Bossi. I più disarmati in effetti sembrano proprio loro, i leghisti: come capita nelle famiglie nelle quali c’è un simile problema col capofamiglia. Se non altro un motivo in più per raccomandarsi, d’ora in poi, di non cedere più alla tentazione del partito personale.
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Politica
21 luglio 2011
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Si salvi chi può? È un gioco pericoloso
La posizione di Alfonso Papa era indifendibile: tutti i suoi coimputati hanno perduto la libertà. Dunque ieri la camera avrebbe semplicemente affermato un principio (amaro, perché il carcere non può augurarsi a nessuno) di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge.
È un punto importante, prioritario rispetto a ogni altra valutazione. Non capiremmo neanche che cosa è accaduto ieri alla camera, se non tenessimo presente che l’equità delle scelte della politica è causa di ansia per gli italiani, colpiti dalla crisi e feriti da quelle che avvertono come disparità di trattamento.
Oltre alle sue colpe, Papa ha la sfortuna – ma è difficile parlare di casualità – di finire nei guai mentre il consenso di Berlusconi si spegne e l’esasperazione del paese si accende.
Chi può e vuole farlo, nel Palazzo, prende le misure di questo epocale cambiamento di fase. È ciò che ha fatto ieri Maroni: ha colto l’attimo che Bossi, reso inabile da una inestricabile relazione personale con Berlusconi, non può più cogliere. Il ministro degli interni si mette a capo della Lega che vuole salvarsi, e che a questo fine non esita a scaricare gli ex amici.
Lo fa in maniera brutale con gli impresentabili tipo Papa, lo farà in maniera sostanziale con l’intero Pdl berlusconiano se lì dentro non accadrà l’impossibile, cioè lo scoccare di una scintilla di autoconservazione. In entrambi i casi, l’attuale governo è comunque di fatto defunto.
Sta accadendo ciò che dalle opposizioni è stato sempre auspicato: un moto di indipendenza. Ma dobbiamo dirci che sta accadendo nel modo peggiore.
I temi che scuotono il paese, a cominciare dai privilegi dei politici, vengono agitati e piegati in maniera non trasparente, come non trasparente è stata la difformità delle decisioni assunte ieri da camera e senato.
Se il berlusconismo è stato un male per l’Italia, ancora peggio sarebbe una fine del berlusconismo segnata dalla logica del si salvi chi può dalle inchieste. Un gioco oscuro nel quale il Palazzo assolve o condanna solo per calcolo. Non è su questo che devono delinearsi i nuovi schieramenti, ma sulla capacità di riformare la malapolitica e sulle proposte drastiche per salvare il paese dal default finanziario.
permalink | inviato da stefano menichini il 21/7/2011 alle 8:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
22 giugno 2011
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Prendono tempo, perdono voti
La maggioranza ha scelto la linea di minima resistenza. Meglio così per qualcuno di loro, forse. Meglio così per le opposizioni, di sicuro. Peggio per il paese, garantito. Potrebbe non reggere, l’argine eretto ieri in parlamento, ma intanto l’hanno sollevato di qualche centimetro: 317 voti di fiducia. Voti che non stupiscono. È il soccorso estremo prestato non a Berlusconi, bensì a se stessi, da parte di deputati senza speranza di rielezione.
L’opposizione non si scompone, è lontana la delusione del 14 dicembre. Ogni giorno che passa, considerando che non porta mai gloria al governo ma solo nuovi guai, si aggrava l’emorragia elettorale del centrodestra. Berlusconi e Bossi prendono tempo mentre perdono voti, ma così facendo fanno il gioco di un’opposizione che si rafforza quasi senza fare nulla. Già oggi non è più vera, la litania sul Berlusconi che non avrebbe alternativa: dappertutto in Italia si sono trovate e hanno vinto, alternative le più disparate ai candidati berlusconiani. A livello nazionale, si dovesse votare a breve, una vincente e convincente coalizione alternativa si costruirebbe in due settimane.
Non c’è un solo lato della fortezza Berlusconi che tenga. Il governo riesce a innervosire gli italiani su tutto, perfino sulle prove Invalsi sbagliate per gli esami delle scuole medie. Si avvicina il momento della stretta di Tremonti, che sarà ben più percebile della remota riforma fiscale. Lo sconcio della spazzatura a Napoli ricadrà su Berlusconi, che si illude se spera di scaricarlo su de Magistris abbandonando la città: il sindaco gliela scatenerà contro, la città.
Infine, al Nord importerà zero della vicenda ministeri da trasferire, ma ieri la Lega ha perso la faccia di fronte ai militanti, che per lei contano. Hanno profanato «il sacro prato di Pontida», come lo chiama Maroni (a proposito del quale vorremmo invitare a una misura di igiene Bersani, che incalza la Lega così bene: la prossima volta che lo incontra pubblicamente, prima di intavolare discussione gli chieda però esplicita abiura della secessione. Così, come si faceva una volta con la pregiudiziale antifascista).
permalink | inviato da stefano menichini il 22/6/2011 alle 7:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
21 giugno 2011
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pontida bossi berlusconi pdl lega
Bossi ha tolto una chance a Pdl e Lega
Avevamo avvertito di non aspettarsi nulla da Pontida. Infatti Umberto Bossi ha detto ancor meno di nulla, suscitando anche un certo sconcerto fra i suoi. Eppure basta «meno di nulla», nell’alveare del governo e della maggioranza, per causare l’impazzimento. Sicché oggi in parlamento, sulla vicenda paradossale per non dire ridicola del trasferimento dei ministeri a Monza, Pdl e Lega rischiano di farsi male da soli. A gratis. Per niente. Per meno di niente.
Potrebbe perfino succedere che la crisi esploda per caso, in una qualsiasi delle prossime settimane. Se la Lega l’avesse chiesta e provocata, potrebbe provare a ricavarne un vantaggio. Dopo il deprimente spettacolo di Pontida qualsiasi crisi ormai colpirebbe Berlusconi e Bossi allo stesso modo.
Dopo anni trascorsi a denunciare la dipendenza di Berlusconi da Bossi, o il reciproco, almeno questo punto ormai è chiaro: due leader che hanno scritto un pezzo della storia d’Italia, entrambi menomati nel fisico, nella credibilità e nella lucidità, si sostengono a vicenda per ragioni pre-politiche, fino al momento in cui entrambi cadranno. Col rischio, a quel punto, di trascinare con sé i rispettivi movimenti, incapaci di darsi strutture di comando e di democrazia permanenti, insomma di costituzionalizzarsi.
Nel centrodestra sanno benissimo che una larga sconfitta elettorale (nel 2012 o nel 2013, e più tardi è, peggio è per loro) sarebbe evitabile solo con mosse audaci, cambi di leadership non fittizi ma reali, rovesciamenti di tavolo. Ne sono impediti dalla natura stessa di Pdl e Lega, da quella concentrazione autocratica che ha fatto le fortune dei due partiti in un’epoca ormai superata, irrecuperabile.
Domenica Bossi non ha fatto un favore a Berlusconi: ha tolto un’altra chance al centrodestra. E alla sua gente, che non avrà mai né l’invocata secessione né i ministeriali di Calderoli. Gli toccherà consolarsi con gli elmi con le corna.

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Politica
17 giugno 2011
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bossi lega
Perché lo spadone s'è afflosciato
C’è da salvare il rispetto umano per le persone, che mai deve venire meno, e che nei confronti di Umberto Bossi diventa anche ammirazione per la tenacia e per la forza di volontà.
Detto questo, dovrebbe essere evidente a tutti il problema di un paese le cui sorti dipendono da un uomo che fatica a parlare, si esprime con assurdi gesti delle mani (dito medio alzato, pollice verso, pollice dritto) quando non con pernacchie, non è sempre presente a se stesso e per questo motivo dev’essere sempre circondato da una corte che è diventata un partito nel partito. E questo perché, come capita con Berlusconi, solo la presenza fisica del fondatore dà continuità e senso a una storia, a un partito, a migliaia di militanti e milioni di elettori.
C’è poi un altro motivo di ansia per la Lega che va a Pontida. Perché molto si parla delle delusioni provocate al Nord dalla mancata rivoluzione fiscale o dal fallimento dei respingimenti. I leghisti con più testa, però, hanno letto bene, soprattutto nella perdita del voto d’opinione delle grandi città cedute al centrosinistra. E sanno che alla base della crisi c’è l’emergere di limiti strategici per i quali non possono incolpare Berlusconi o Tremonti.
Drammatica deve esser stata la scoperta di quanto in definitiva poco importasse al Nord del grande obiettivo storico raggiunto (il federalismo), e di quanto la batosta di Milano abbia reso inservibili i principali strumenti della propaganda padana. Insieme alla Moratti, la devastante ironia degli arancioni di Pisapia ha affondato le isterie sugli zingari e le apocalissi sugli immigrati: d’ora in poi, chiunque cercherà di spaventare gli elettori rischia di farli morire. Dalle risate, però.
Davvero s’è afflosciato lo spadone di Alberto da Giussano, come Bersani fa scrivere sui manifesti. Un po’ per la vergogna di difendere Berlusconi, la cricca e gli assessori maneggioni (com’è capitato a Cota). Ma anche perché s’è rivelato uno spadone di latta davanti alla durezza della crisi.
Del resto era già capitato ad altri, di conquistare la stanza dei bottoni per scoprire che coi bottoni non si scatenano le rivoluzioni.
permalink | inviato da stefano menichini il 17/6/2011 alle 8:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
11 giugno 2011
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referendum lega pd bossi bersani
Da lunedì finisce la magia "sono solo referendum"...
Saranno una domenica e un lunedì elettorali diversi da tutti gli altri. Perché di solito dai dati dell’affluenza alle urne nel corso della giornata si ricavano auspicii sull’esito finale che somigliano più all’astrologia che alla statistica. Stavolta, invece, la progressione verso la fatidica soglia del 50 per cento conterrà l’intero valore politico della scadenza referendaria. E nel mondo politico si seguirà questo trend con opposti sentimenti.
Verso la fine della campagna referendaria, nell’incertezza del quorum, tutti sembravano volerne disinnescare il valore politico. Sia la maggioranza che l’opposizione.
Da lunedì il gioco sarà fatalmente diverso. Perfino i dati di affluenza delle diverse zone d’Italia verranno letti e utilizzati come chiave di conferma, rafforzamento o smentita della tendenza anti-governativa che è stata individuata alle amministrative.
La Lega, per esempio, ha tenuto posizioni ambigue sui referendum ma più in generale, più gravemente, non ha in sostanza detto nulla di impegnativo sui temi politici da quel terribile lunedì dei ballottaggi. È chiaro che Bossi e Berlusconi hanno stretto un patto di “tenuta” che contempla la possibilità della sconfitta referendaria. Ma un conto è fare patti prima, un altro conto è reggere l’urto di un quadro politico ulteriormente deteriorato: se, come è più che possibile, il Nord andasse a votare massicciamente? Quale ulteriore preoccupazione si diffonderebbe nella confusa e litigiosa corte che circonda Bossi?
Questo è solo un esempio delle molte possibili onde d’urto referendarie. Mancare il quorum sarebbe tutto sommato, fra gli esiti possibili, il più fisiologico: le opposizioni potrebbero assorbirlo senza tragedie.
Nelle pieghe dello scarso dibattito sul merito dei quesiti, s’è giocata anche una partita sul Pd, sulla serietà delle sue acquisizioni riformiste. È stato utile tenere accesa, a proposito della gestione dell’acqua, una fiammella di dubbio, e Bersani deve sapere che la sua opzione tattica per i due Sì ha proiettato qualche ombra sulla coerenza democratica sulle policies. Anche su questo sarà bene tornare.
permalink | inviato da stefano menichini il 11/6/2011 alle 8:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
7 giugno 2011
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pd pdl lega berlusconi bossi bersani ferrara
Aggrappati alla sconfitta
Una volta di più ha ragione Francesco Piccolo, ed è un peccato che D’Alema se ne adonti: non ci sono alternative al voto, per liberarsi di Berlusconi. Ogni soluzione che si interponga fra la crisi attuale del centrodestra e le elezioni politiche, oltre a essere improbabile è in realtà un favore fatto al presidente del consiglio, che sa sfruttare molto meglio le occasioni di vittimismo, piuttosto che le opportunità di riforme e di governo.
Del resto, che il consenso democratico sia l’unico indicatore di buona salute di partiti e coalizioni era plasticamente visibile ieri, fra la burocratica e stagnante riunione di Arcore, e l’altrettanto burocratica ma più dinamica direzione del Pd. Da una parte un gioco di equilibrismi, ricatti, rimpasti e rimpastini, raccontato alla stampa da un Alfano che più che rifondatore è il portavoce del Pdl.
Dall’altra parte, per una volta, Bersani ieri era in grado di presentare se stesso come un leader vincente, e il gruppo dirigente intorno a lui come il vertice di un partito coeso, elettoralmente più robusto, ben piazzato al centro della scena politica tanto da potersi permettere un po’ di sufficienza sia verso Vendola che verso Casini. Il messaggio più significativo del Pd – risultati alla mano – è che è finito il tempo della doppia erosione elettorale verso sinistra e verso il centro. Tra l’altro, proprio la rinnovata ambizione da “primo partito” consente a Veltroni e al resto della minoranza interna di riconoscersi in questo felice momento bersaniano.
Sgomberiamo il campo da ipotesi di rivoluzioni berlusconiane o di impennate leghiste: da quelle parti nessuno può permettersi mosse brusche, stanno tutti messi troppo male. Si rassegni Giuliano Ferrara, ma il centrodestra muoverà avanti piano nella palude fino a quando la melma non sarà troppo alta, 2012 o 2013.
La geometria della coalizione che a quel punto li sconfiggerà conta relativamente poco, conterà molto nel frattempo la capacità del Pd di assimilare, stabilizzare (ed estendere al Sud) il miracolo di Milano.
Berlusconi e Bossi ieri hanno preso tempo? Facciano pure, il tempo non gioca più per loro.
permalink | inviato da stefano menichini il 7/6/2011 alle 7:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
24 maggio 2011
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Il Pd frena l'ottimismo
Nel Pd l’ordine è: nessun ottimismo. Giusto, vietato rilassarsi. E vietato nutrire speranze che, se frustrate, diventerebbero un boomerang. Dunque dalle parti di Bersani si dà credito a un parziale recupero della Moratti e, più a fatica vista l’entità del fenomeno, si mette la sordina ai rumors su un exploit di De Magistris a Napoli.
Il problema è che nel centrodestra si vive già come nel dopo-voto, se non addirittura nel dopo-Berlusconi. Cerchiamo di orientarci in un formicaio impazzito. Nel quale Alemanno recupera i finiani delusi ma solo per far fuori il camerata La Russa, alla cui sorte infelice rimane impigliato Gasparri, mentre Formigoni si emancipa rompendo però con l’altro ciellino Lupi, Scajola prepara il ritorno ai danni di falchi ed ex missini, Miccicchè riesce precipitosamente dall’orbita Pdl dove era appena rientrato, Tremonti resta a guardare ma vede tanti siluri indirizzati verso di lui, e tutti insieme coltivano il sogno di fare pace con Casini (ma non con Fini): il leader Udc non sarebbe più colui che ha ostacolato le riforme di Berlusconi, bensì l’unico in grado (dall’alto del suo 3 per cento) di salvare il centrodestra da se stesso.
Tutto questo per non parlare della Lega, naturalmente.
Gli ultimi giorni di helzapoppin sono ingentiliti dal demenziale e una volta di più autolesionistico attacco di Sallusti al cardinal Tettamanzi, e parliamo dello stesso direttore del Giornale che in altra sede dà per spacciata la Moratti visto che per lei il 41 per cento del primo turno è stato già un regalo.
Questo scenario frantumato dev’essere attentamente considerato dal Pd. Perché fra una settimana potrebbero anche diventare d’attualità discorsi su governi di salute pubblica da varare prima delle elezioni o dopo le elezioni. Non dovrebbero esserci dubbi a riguardo: impossibile assumere gravose responsabilità avendo interlocutori così spappolati. Dunque meglio chiarire prima chi sta con chi, e i relativi rapporti di forza.
Ma sono discorsi prematuri. A parte il fatto che c’è sempre di mezzo un macigno che non si fa rimuovere. Quello sì, Silvio Berlusconi.
permalink | inviato da stefano menichini il 24/5/2011 alle 19:32


Politica
24 maggio 2011
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Suicidio in diretta
È una sindrome autodistruttiva. Berlusconi e Bossi fanno terra bruciata intorno a sé. E sull’altare di una rimonta che pare improba gettano a mare tutto: residuo di credibilità personale, frammenti di programma, idee buone per la propaganda futura, rapporti con i poteri forti, unità interna alla coalizione e ai partiti. Tutto.
Davvero non sappiamo che cosa rimarrà in piedi, dell’attuale centrodestra, se lunedì sera si completerà il suo disastro delle amministrative. I segnali sono univoci. A Milano non concedono speranze al recupero della Moratti e a Napoli condannano Lettieri a una rincorsa affannosa, dietro a un De Magistris al quale, per quanto poco ci piaccia, va dato atto di aver compiuto un capolavoro comunicativo: per i napoletani ormai è lui, non la destra berlusconiana, la via d’uscita dai fallimenti del centrosinistra di Bassolino e Jervolino.
Riduzioni delle tasse, trasferimenti dei ministeri, giri di vite anti-immigrati: per strappare qualche voto a Milano, vengono anticipati e consumati adesso tutti i temi che si pensava di spendere per un possibile rilancio della maggioranza di governo a livello nazionale. Che sarebbe stato difficile comunque, ma così appare impensabile.
Si raschia il fondo del barile delle promesse assurde, ma anche della pazienza di tanta gente diversa. Bruciano i giudizi ormai liquidatori del Corriere, fa male la condanna senza appello del cardinal Bagnasco, non dà speranze il quadro dell’Italia disegnato dall’Istat. La fin qui prudentissima Agcom non esita a stangare Minzolini e i tg Mediaset. Il disimpegno di vaste aree politiche interne al Pdl è evidente, dove non si trasforma in aperto sabotaggio delle spericolate operazioni di rimonta.
Quando arriverà la sanzione degli elettori (sempre che arrivi, si intende), sarà il sigillo a un suicidio politico senza precedenti. Che poteva essere evitato solo se Berlusconi avesse avuto ancora il polso del paese, come una volta gli riconoscevano amici e avversari, e avesse quindi disinnescato il peso politico delle amministrative.
Ha fatto l’opposto, vuol dire che lui e l’Italia stanno finalmente divorziando.
permalink | inviato da stefano menichini il 24/5/2011 alle 8:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2)


Politica
18 maggio 2011
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elezioni berlusconi bossi moratti pisapia bersani pdl pd
E se Berlusconi diserta?
La radicalizzazione ci ha danneggiato. Comunque Pisapia vuole la droga libera per tutti.
L’accoppiata di queste due frasi, entrambe pronunciate dai dirigenti del Pdl, è la sintesi migliore del caos nel quale si trova l’ormai ex partito di maggioranza relativa.
Il count-down del ballottaggio è già partito e il partito di Berlusconi e Moratti ha davanti a sé a Milano una desolante prospettiva. Riconosce i disastri causati dalla linea estremista, ma non ne ha un’altra. Di solito alle amministrative si parte col confronto sulle cose da fare, poi nel ballottaggio si drammatizza e si spinge sull’identità, sui pericoli rappresentati dall’avversario.
A Milano il Pdl ha fatto l’opposto. È partito subito coi toni più alti, consapevole che nel confronto fra candidati la Moratti sarebbe stata perdente. E adesso cosa fa? Dopo aver urlato alle Br nelle liste di Pisapia, torna a parlare di piste ciclabili? Punta sul ben noto appeal del sindaco uscente?
Un vicolo cieco. Viene da dire che a Pisapia e al centrosinistra basta non fare errori, e la vittoria che cambia la storia di Milano e d’Italia è a portata di mano.
La condanna di Berlusconi è terribile, certificata da quelle misere 28mila preferenze: il suo popolo gli ha voltato le spalle. Non si può escludere una decisione che sarebbe clamorosa, ma non assurda: disertare la fase dei ballottaggi, riconoscere di essere un handicap per se stesso e per i candidati.
Sarebbe l’anticamera della resa finale. Il mutismo della Lega è pesante, minaccioso: per quel che se ne sa, per loro Berlusconi potrebbe anche essere già a fine corsa.
Bersani, e il Pd unito con lui, incassa la vittoria e pianifica il dopo: le ferite, che ci sono, si rimarginano di fronte agli squarci altrui. Non devono destare preoccupazione né il disorientamento centrista né l’arroganza qualunquista di Grillo né le pigre analisi su inesistenti virate estremiste dell’elettorato. Il voto ha restituito al Pd centralità. Non ci sono acrobazie da compiere o tattiche da escogitare ma solo da adempiere finalmente alla funzione originaria di motore riformista, abbastanza forte da attrarre gli altri senza farsene condizionare.
permalink | inviato da stefano menichini il 18/5/2011 alle 7:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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