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Diario
28 novembre 2012
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Il gioco si fa duro, "adesso". E dopo?
Il ballottaggio non poteva essere un pranzo di gala, infatti non lo è. Non abbiamo scritto per nulla che queste sono primarie vere, una competizione seria e aperta. L’ha confermato subito Matteo Renzi ieri, nel primo dei cinque giorni che ha a disposizione per recuperare 290mila voti: un paio di colpi sotto la cintura dedicati al Bersani ministro che avrebbe avuto responsabilità sia nell’organizzazione di Equitalia che nella privatizzazione dell’Ilva. Due argomenti non proprio scelti a caso, i più roventi che ci siano, il secondo poi con l’aggravante dei rapporti pregressi (e pubblici) fra i Riva e lo stesso Bersani.
Non c’è da drammatizzare. Passiamo dalle «cose belle», scambiate fra i due per sms e raccontate dal segretario, alle accuse esplicite di corresponsabilità con le scelte sbagliate del passato. Le recriminazioni contro la nomenklatura sulle regole per iscriversi al voto e gli errori della classe dirigente degli ultimi anni sono i temi dello sfidante che deve rimontare.
Renzi pensa di dover andare giù duro (alzando le attese per il duello tv di questa sera), e di poterselo anche permettere perché i risultati del primo turno hanno tolto di mezzo l’argomento atomico della sua estraneità al Pd e al centrosinistra.
Se accende la polemica, con quel bagaglio di un milione abbondante di voti nessuno può più accusarlo di muoversi da agente del nemico.
Lo sdoganamento definitivo è venuto dalla stessa Unità che solo un mese fa imputava al sindaco di Firenze comportamenti «fascistoidi», e che ieri nell’editoriale del direttore Claudio Sardo riconosceva Renzi come «secondo vincitore» delle primarie; definiva la conquista del ballottaggio «la consacrazione a una leadership effettiva e popolare »; invitava tutti a «non mettere tra parentesi il risultato di Renzi» e infine prospettava un futuro nel quale la radicalità dello sfidante possa essere ricompresa nel progetto collettivo guidato da Bersani.
Un commento condivisibile al cento per cento. Subito però si apre la domanda: data per scontata la dichiarata e ribadita lealtà post-primarie, se, come e fino a che punto Renzi è riassorbibile nel Pd eventualmente guidato da Bersani? 
Il tema per fortuna non è più di tipo antropologico o etnico, bensì puramente politico. Verosimilmente Renzi non uscirà dal ballottaggio di domenica con meno del 40-44 per cento dei voti espressi: per paradosso, la formula giustamente voluta da Bersani per potersi presentare come leader della maggioranza assoluta del centrosinistra (e avversata inizialmente da Renzi) avrà l’effetto mica tanto collaterale di intestare al sindaco di Firenze una minoranza interna di dimensioni mai viste prima nel Pd.
Un enorme pezzo di elettorato progressista che, a ragione, anche Claudio Sardo considera imprenscindibile. Finiscono in archivio le speranze di Mario Tronti e di molti come lui (anche molto più giovani di lui) di espellere dal Pd l’oggetto estraneo e tutti i suoi sostenitori. Ma questo conta poco: lo si doveva sapere dalla vigilia. Chi dovesse ripetere simili facezie adesso andrebbe ammonito col banale calcolo (non a caso fatto ieri dallo stesso Renzi) della proiezione su scala elettorale nazionale di un 40- 44 per cento delle primarie: vale almeno il 15 per cento, meglio non giocare con simili numeri.
La questione vera è che l’assimilazione piena di Matteo Renzi al Pd eventualmente bersaniano è molto molto problematica. Dovessimo dire oggi, la considereremmo impossibile. E non per incompatibilità personale (anzi, i due si prendono), né per impermeabilità reciproca delle aree di consenso (basti guardare i dati delle regioni a maggiore insediamento democratico).
Il fatto è che Renzi resterà “fuori” – resterà a Firenze, intendiamo – perché la sua partita rimane secca. O si vince o si perde. Vista dal suo punto di vista: se tocca a Bersani, Bersani deve giocarsi la sua corsa verso palazzo Chigi e poi auspicabilmente il suo duro lavoro da premier. Renzi lo sostiene nella campagna elettorale, chiede (e verosimilmente ottiene) una rappresentanza parlamentare congrua anche se non matematicamente proporzionata alla percentuale ottenuta al ballottaggio, partecipa alla vita del Pd, ma non si fa coinvolgere in alcun modo. Né nella gestione di partito, né nel governo. Il suo obiettivo diventa vincere la prossima volta (magari calcolando che, con una legislatura nata precaria, la prossima volta possa non essere così lontana).
Tutto questo non attiene a calcoli particolari. Anzi è verosimile che molti di coloro che ora sostengono Renzi la pensino diversamente da lui su questo punto, e siano disponibili a «farsi coinvolgere» (sia pure non nel modo con cui si fece ricoinvolgere Dario Franceschini nel 2009 dopo esser stato battuto da Bersani per la segreteria: lo citiamo solo perché il paragone col risultato di Franceschini è stato proposto dall’attuale maggioranza per sminuire la portata del dato di Renzi).
Tutto questo attiene alla personalità del sindaco di Firenze, abbastanza unica in questo momento. Come conferma il fatto che ieri sia ripartito all’attacco senza concedere a Bersani più di qualche applauso, siamo di fronte a una macchina da battaglia elettorale che al massimo può ridurre i giri (com’è successo nei primi mesi del governo Monti), ma spegnersi mai.
Questa macchina deve essere posta al servizio del centrosinistra per vincere nella prossima primavera meglio di quanto saprebbe fare il Pd “pre-primarie”. Conviene a tutti, a Bersani più che a ogni altro. Renzi ha il dovere di mettersi a disposizione e lo farà perché lui eredita dalle primarie, insieme a una bella forza, anche molti obblighi e una enorme responsabilità verso una collettività.
Ma assimilarlo, coinvolgerlo oltre un certo limite, magari nei calcoli di qualcuno neutralizzarlo: questo non accadrà. E un’alta tensione intorno al “ragazzetto”, come imprudentemente lo chiamò Franco Marini, d’ora in poi ci sarà sempre.
permalink | inviato da stefano menichini il 28/11/2012 alle 18:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
2 aprile 2011
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Ma quale guerra civile
Archiviata l’uscita di Rosy Bindi sull’Aventino, ciò che resta del dibattito sul Pd diviso tra piazza e Palazzo è abbastanza surreale, davvero non si capisce l’ubi consistam. Il momento politico è teso, il governo arranca, torna credibile uno scenario di elezioni anticipate, l’opposizione cresce nei sondaggi (attenti a Milano: può essere la svolta della legislatura) e il suo preciso dovere è cercare di battere la maggioranza in parlamento e sfruttare lo scontento del paese, che è cosa buona e giusta a meno che non si voglia delegare il discorso pubblico ai professionisti dei talk-show.
Da che esiste la democrazia, così ci si comporta. A destra, a sinistra, al centro. E a meno di essere in malafede non c’è bisogno, ci fossero pure in giro teste calde, di evocare guerre civili striscianti o rampanti.
Ieri a Roma era una giornata splendida, primavera che è già estate, e piazza Montecitorio era in effetti presidiata, anche se non come da auspici bindiani: mangiatori di gelato, turisti, signore dello shopping, impigriti poliziotti, sfaccendati vari. Come è giusto che sia, in un paese già abbastanza stressato perché i partiti lo coinvolgano in permanenza nelle proprie isterie.
Le monetine sono una parentesi sulla quale solo i rinfocolatori hanno interesse a edificare teoremi e allestire speculari girotondi: la gente martedì tornerà a manifestare, contro la pagliacciata della prescrizione breve, e giustamente il Pd la terrà in piazza Apostoli lontana da rischi, tentazioni e dalla barba e le narici frementi di La Russa.
In Italia, più sul web che per strada, sono attive e iper-raccontate dai media due minoranze di arrabbiati, coi propri guru e testate, che a stare ai giornali rappresenterebbero l’intera opinione pubblica. A volte travolgono le intenzioni (lanciatori di centesimi con Bersani a Roma, sciure incarognite con Ferrara a Milano) ma non sono l’Italia, neanche le due metà dell’Italia, neanche la metà delle due metà.
Gli facessero fare queste benedette elezioni, che sembravano così urgenti e invece a Berlusconi e Bossi gli è passata tutta la fregola, e l’Italia grande e tranquilla metterà le cose a posto, spegnendo i rinfocolatori.
permalink | inviato da stefano menichini il 2/4/2011 alle 7:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
18 febbraio 2011
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pd fli bersani bindi vendola fini berlusconi
Pd e Fli, tormenti d'opposizione
Si sa che per una grande squadra è impossibile giocare bene contro avversari duri, fallosi, incapaci di buoni schemi ma conoscitori di tutti i trucchi. Se è così per club pieni di campioni, non stupisce che contro il premier più falloso della storia le fragili opposizioni italiane proprio non riescano a dare bello spettacolo. Così è in queste ore per il Pd e per Fli.

Per quanto riguarda i democratici, il discorso è presto fatto. La loro più recente convulsione – intorno all’ipotesi di leadership di Rosy Bindi – è solo l’ennesimo cortocircuito fra una non-notizia ( o meglio una notizia che non riguardava il Pd) e la spasmodica nevessità dei media di gettare sempre nuovi nomi, facce e geometrie elettorali in pasto a un’opinione pubblica (in particolare sulla rete) insoddisfatta e affamata.
Bindi non s’è candidata e non è stata effettivamente candidata, peraltro in assenza di elezioni. Semplicemente, Nichi Vendola ha alzato uno schermo dietro al quale nascondere la fastidiosa notizia della fine della propria forsennata corsa alla guida del centrosinistra. C’è riuscito benissimo, utilizzando un nome che nel Pd suscita molto amore ma anche un dubbio antico. 

Bindi è infatti esattamente quella personalità che ha sempre voluto essere, fin dagli inizi della sua bella vita politica: una donna disinteressata alle mediazioni, poco propensa a sacrificare le proprie posizioni alla maggioranza, spesso in minoranza nei partiti che ha attraversato e contribuito a far nascere. Insomma, il simbolo di ciò che a sinistra è ricchezza e talvolta problema: lo spirito critico.
Il suo ruolo nel Pd richiede ora comportamenti diversi, e dopo alcuni inciampi dei primi tempi la presidente del partito ci presta attenzione. Sarebbe un’ottima candidata nel caso di una coalizione limitata al centrosinistra. Non è un nome probabile per lo schema in questo momento proposto da Bersani, cioè un’alleanza più ampia. Paradossalmente, Repubblica.it l’ha invece offerta ai suoi utenti proprio in questa veste: migliaia di contatti, 77 per cento di adesioni a un’ipotesi affascinante ma inesistente.
Vendola merita solo un’ultima annotazione: la sua mossa contiene dosi di calcolo veramente forti, compresa l’indicazione di una donna (che è anche un simbolo) in questo momento. La sua corsa verso le primarie contro Bersani finisce qui, con l’ultimo botto mediatico e l’ultimo dispettuccio a un partito che dovrebbe essere alleato. Speriamo che da questo momento si dedichi a cose più utili.

Paragonate a quelle del Pd, le difficoltà di Fini sono molto più gravi, come riconosce lui stesso oggi sul Secolo. Senza però farsi distrarre dai facili sarcasmi che si abbatteranno sul Fli che perde un parlamentare al giorno, c’è una frase di Fini che merita attenzione.
Quando scrive che il progetto di Fli deve convincere «gli elettori e non gli eletti», la sua è una osservazione reticente (il primo obiettivo, fallito, è stato proprio reclutare eletti per far cadere Berlusconi) ma giusta. Quando si consumò la rottura nel Pdl, l’evento interessava non solo per la possibilità di ribaltone, quanto perché prospettava agli elettori di Berlusconi l’idea di un nuovo centrodestra costituzionale, alternativo a quello del Cavaliere.
Cade questa ipotesi solo per l’abbandono di Pontone o di Menardi? Naturalmente no. Fini non si rafforza certo né all’esterno né all’interno (dove paga per l’autoritarismo che ha sempre contraddistinto il suo governo del partito), il contenitore però ormai esiste e va utilizzato. Con un occhio più alla società, e ai punti di collasso del ghiacciaio berlusconiano, che all’impossibile competizione con Berlusconi nella compravendita di posti di sottopotere. Il quadro dirigente post-missino non è mai stato eccellente, ma se la gara sul territorio è con gli altri ex rimasti nel Pdl, non dovrebbe essere un compito proibitivo.
permalink | inviato da stefano menichini il 18/2/2011 alle 8:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
21 settembre 2010
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Allora parliamo di questi famosi contenuti
Bene, forse il clima nel Pd migliora, le tensioni si attenuano, il gruppo dirigente nel suo insieme può tornare a rimirarsi nelle tradizionali stroncature erga omnes di Ernesto Galli della Loggia. Dalla minacciosa raccolta di firme, Veltroni passa a una attività più consueta e inoffensiva: le lettere ai giornali, che senza distinzioni fra maggioranza e minoranza sono da tempo lo stile di comunicazione preferito dalle leadership progressiste. Ma bisognerà anche che il confronto in AreaDem non scada in una conta che fuori da quella cerchia non appassiona. Col tempo rientreranno anche gli artigli più acuminati, come quelli di Rosy Bindi: oggi si esercita con sarcasmo con lo scarso consenso raccolto dal documento dei 75 nel partito (anzi, fra i bloggers, ma ormai evidente - mente le due platee coincidono anche per i dirigenti di vecchia scuola), presto recupererà dalla propria pluridecennale esperienza (in tutti i partiti in cui è stata) la consapevolezza che l’essere in minoranza non è un difetto, anzi. Il limite vero dell’attuale fase democratica non è nell’eccesso di confronto interno, quanto nella sua pericolosa deriva ideologica. Si ritirano fuori i fondamentali, si tornano a scomodare nella tomba gli avi, di nuovo ci si misura sul difetto di identità. Sarebbe meglio se ci si applicasse scientificamente a recuperare spazio nella società. La crisi colpisce duro da più di un anno. Il Pd denuncia con costanza responsabilità e inadempienze del governo. La sua opposizione in parlamento è stata efficace, a tratti perfino vincente. Eppure non se ne ricava nulla in termini di consenso. Stracciandosi le vesti sull’unità infranta, nessuno ha replicato a Veltroni sul punto cruciale della sua critica: per difendere la democrazia da Berlusconi, finiamo per difendere tutto, in un paese che invece dovrebbe essere rivoltato come un calzino. Non c’è un solo italiano, forse neanche i famosi pensionati, che chiederebbe oggi alla politica di lasciare come stanno la scuola, la giustizia, il mercato del lavoro, il welfare, l’università, la pubblica amministrazione.
E, onestamente, non è solo un problema di tagli e di risorse negate. Insomma, non è tutta colpa di Tremonti, se non per il fatto che un’Italia siffatta è il lascito anche di quasi otto anni di inutili governi Berlusconi.
A parole, tutti vogliono occuparsi di contenuti. Nei fatti, nessuno fa discendere dalle rivendicazioni ideologiche e valoriali proposte che diano sostanza a una nuova socialdemocrazia, o a una rivoluzione liberale, o a una attualizzata dottrina sociale del mercato. Solidarietà è la parola più inflazionata, peccato che possa entrare dappertutto, anche nel nuovo stato minimo teorizzato dai Tories britannici, quello dove i servizi sociali sono garantiti dalla rete del volontariato invece che dagli esausti apparati pubblici.
Fra pochi giorni il Pd terrà la conferenza di programma, a Varese. Si aprirà sul merito una nobile competizione nel centrosinistra, a chi trova le soluzioni migliori e più facili da capire e comunicare? Una fase tipo quella che caratterizzò, dall’opposizione, la preparazione alle elezioni del 2006, con una competition fra Ds e Margherita che davvero smosse tanti luoghi comuni progressisti?
Magari. Oggi, perfino uno che governa ogni giorno, come Vendola, spreca tempo e parole intorno alle “narrazioni”. Del Bersani di Torino non si ricorda una proposta davvero innovativa, e non sarà stata solo colpa dei soliti giornali. Ora i 75 promettono battaglia proprio sull’innovazione: ma se la sentirà Veltroni di fare, da capo della minoranza interna, ciò che non fece da segretario plebiscitato, cioè essere conseguente su temi che implicano conflitto aspro, tipo il contratto unico di lavoro?
Difficile, molto più facile scrivere lettere ai giornali.
Di questo passo, i democratici continueranno a girare sempre intorno, alle stesse persone e alle stesse discussioni. Ieri tutti erano offesi dall’ennesimo pigro editoriale del Corriere, il Galli della Loggia che deride a giorni alterni l’allergia progressista alle leadership forti e la propensione padronale di Berlusconi. Vedrete che riusciranno, maggioranza e minoranza del Pd, a scagliarsi il tema gli uni contro gli altri, e tutti insieme contro il Corriere reo di complottare per il terzo polo. Eppure su quello stesso giornale sono usciti fior di commenti e di inchieste sull’enorme area produttiva rimasta senza referenti politici, fra imprese individuali, piccoli e medi: nessuno nel Pd che si sia scaldato sull’argomento, che pure ha una portata strategica.
Ne avrebbe dovuto parlare un altro editorialista del Corriere, Dario Di Vico, invitato a Torino per dibattere con Bonanni e Letta. È finita come si sa. E qualcuno, nel coordinamento democratico della settimana scorsa, s’è lasciato scappare che della contestazione di Torino erano inaccettabili i metodi, ma andavano capite la motivazioni. Ecco, così siamo messi. 
permalink | inviato da stefano menichini il 21/9/2010 alle 12:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
8 giugno 2010
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Berlusconi fa la voce grossa. Ma non può permetterselo
La mattina getta il guanto di sfida alle opposizioni, a metà pomeriggio riceve già la prima stoccata. Il Berlusconi furioso che si è esibito presso gli ospitali imprenditori alberghieri corrisponde a un cliché, segue a freddo uno schema di comportamento tipico: attaccare attaccare attaccare, per riconquistare il centro del campo di battaglia e tagliare ogni possibile manovra ostile e perfino il collegamento con chi volesse venire in aiuto.
Risponde a questa logica incassare il via libera dei finiani sulle intercettazioni telefoniche, e subito dopo metterli nell’enorme imbarazzo di una violenta aggressione alla magistratura, con quel pesante riferimento all’Aquila. È come dire: potete tirare la corda un po’, ma alla fine dovete accettare le regole e la linea del padrone.
A Berlusconi interessa poco se con strappi del genere si scava un fossato non diciamo neanche con le opposizioni di centrosinistra – figurarsi se qualcuno ha mai creduto alla sua disponibilità al dialogo  – ma con la stessa Udc con la quale vorrebbe ricucire: non è con la blandizie che Berlusconi pensa di recuperare Casini. Dunque poco male se i centristi si opporranno sia alla manovra di Tremonti che alla legge sulle intercettazioni. Lo ripetiamo: l’importante per Berlusconi è solo l’intangibilità della propria leadership.
Chiaro che questo atteggiamento chiama in causa Napolitano. Da giorni si scrive di ottimi rapporti fra i due. Berlusconi ha fatto plateali esibizioni di confidenza e sintonia. Ma il Quirinale non abbassa la guardia, né potrebbe farlo. Gli appelli del Colle a cercare la condivisione vengono smentiti non dalle opposizioni, ma dal premier. Il testo sulle intercettazioni sarà forse blindato per il Pdl: per Napolitano non può esserlo.
Del resto, non è detto che la linea dura di Berlusconi paghi. Ieri pomeriggio il governo è andato sotto mentre cercava (solito vizio) di bloccare le demolizioni degli abusivismi campani. Guarda caso, è successo alla camera, cioè nel regno di Fini. Guarda caso, poche ore dopo lo show dagli albergatori. Se la sono presa con Rosy Bindi, ma sotto sotto si chiedono se Berlusconi possa permettersi di fare terra bruciata intorno a una maggioranza non così autosufficiente.

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Politica
15 dicembre 2009
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Un odio che non è solo il suo
Non ha senso lamentarsi perché siamo un paese imbarbarito, e poi pensare che la colpa sia sempre dell’avversario. Convenire con il presidente Napolitano che si debbano abbassare i toni della polemica, e pretendere che lo facciano solo gli altri. Temere per il futuro della democrazia in Italia, e pensare che il pericolo venga da un’unica parte. Non è così. E comunque, ragionare in questa maniera unilaterale non risolverà mai il problema di un paese bloccato, una politica tanto arrabbiata quanto impotente, un’opinione pubblica ridotta a fazioni impegnate nella guerra civile virtuale di Facebook.
Nel day-after dell’attentato del Duomo (tale va considerato: un attentato, perché la dinamica del gesto, la sua forza, la determinazione e lo strumento usati potevano condurre a effetti più gravi) ognuno deve fare il proprio dovere e parlare a chi può ascoltare.
Sarà terribile la responsabilità degli uomini della destra se useranno Tartaglia per avvelenare ancor di più gli animi e per colpire i nemici e addirittura gli amici, come ha fatto ieri contro Fini e Casini il vicedirettore del Giornale: Berlusconi dall’ospedale pare non stia reagendo così, i suoi confusi colonnelli non reagiscono così.
Ma il loro comportamento non avrebbe importanza, comunque.
Ognuno deve fare la parte sua, non trovare alibi negli errori altrui.
Allora, pochi concetti chiari per il campo del centrosinistra.
Primo. Tartaglia è uno squilibrato isolato, ma il suo gesto è figlio di un odio che non è solo il suo. Ha colpito l’uomo più odiato d’Italia, e non è vero che ciò che è successo a Berlusconi poteva succedere a chiunque altro. La Cnn, dalla remota Atlanta, può permettersi di porre la domanda in un sondaggio: il premier italiano se l’è meritata? È una domanda agghiacciante, peccato che almeno un italiano su tre risponderebbe senza esitare: sì.
È con questa realtà che tocca fare i conti. Quindici anni di bipolarismo sempre più esagitato hanno esacerbato gli animi, conducendo all’esasperazione persone altrimenti moderatissime. Tante persone, tanti progressisti. Ma l’odio corrompe le coscienze, incoraggia i fanatismi, cancella la razionalità, non costruisce nulla, non fa vincere nessuno. Questo è l’errore, grave, dei dirigenti politici che ieri hanno pensato bene di dare voce alla tesi secondo la quale anche Berlusconi è colpevole di ciò che gli è accaduto.
Non è solo un concetto umanamente inaccettabile, a proposito di una persona ferita sul serio e non metaforicamente. È soprattutto l’abdicazione al proprio ruolo. Di Pietro, alcuni suoi deputati, Rosy Bindi: non hanno alcun merito per aver espresso il pensiero di tanti loro elettori. Si confermano personaggi votati a una politica solo oppositoria, che segue i sentimenti più accesi e li asseconda. Senza progetto, senza capacità di governo.
Viceversa, in giornate come queste e in particolare pensando alle difficoltà del centrosinistra, leader autorevoli e responsabili colgono l’occasione per portare la propria gente su un terreno più sano, più solido, perfino più vincente. Ciò che ha fatto ieri Bersani, ciò che hanno fatto i grandi partiti di massa quando sentivano sotto di sé ribollire gli animi furiosi degli anni Settanta e Ottanta.
Non c’è alcun bisogno, con Berlusconi ricoverato in ospedale, di ricordare che gli si è avversari, che si considera dannoso e pericoloso il suo modo di gestire il potere e di combattere gli avversari. Nessuno avrà mai dubbi sull’antiberlusconismo di Di Pietro. Le sue parole si inseriscono senza variazione di tono nella battaglia senza quartiere che si consuma da anni, e consuma l’Italia. Invece tanti saranno sorpresi, e rassicurati, dalla capacità del Pd di Bersani di aprire una parentesi di umanità in questa battaglia, e di svuotare di ogni rancore personale lo scontro politico: non è, questa perversa commistione, esattamente il difetto che imputiamo a Berlusconi? Perché non dimostrare nei fatti, e non a parole, di avere un’idea diversa della politica? Anche perché – questo è il secondo punto, per rispondere alla domanda che sale in queste ore – non è vero che da domenica sera Berlusconi sia politicamente più forte di prima. O addirittura tornato invincibile.
Il suo ultimo atto prima dell’attentato è stato un discorso di estrema debolezza, addirittura la sconfessione del predellino di piazza San Babila, con Storace e Santanchè elevati al rango di salvatori del centrodestra.
Che cosa cambia ora? Nei rapporti politici, poco. Un solo attore appare ora ai margini, ed è l’Idv. Gli altri non cambieranno le strategie di fondo, checché se ne dica negli affrettati commenti a caldo. Peraltro, anche ammesso che voglia tornare quello di prima, il Berlusconi temuto eversore della Costituzione avrà in realtà meno spazio del passato per riaprire (con quei toni, poi) il contenzioso con Napolitano, per minacciare Fini, per dileggiare Casini.
Per quanto cinico possa sembrare il discorso, occorre poi dire che la solidarietà è un conto, i rapporti di forza un altro. Per esempio un leader colpito per strada e sanguinante, ritrasmesso da tutte le tv del mondo, acquista simpatia ma non necessariamente autorevolezza a livello internazionale.
Vale anche davanti agli italiani.
Scriveva ieri Giuliano Ferrara: «La maestà non sopporta lesioni, soffre d’essere messa a nudo, di mostrare una fragilità. Berlusconi è un diore, non un santo-martire, il suo sacro corpo unto dal Signore deve restare intatto, glorioso».
È un discorso difficile da fare senza venire fraintesi, ma è proprio così: il Berlusconi ferito è più fragile e vulnerabile anche agli occhi del popolo che lo considera (con amore o con odio) alla stregua di un monarca.
Tolto forse Wojtyla, non s’è mai dato di un leader che sia uscito davvero più forte da una lesione così grave della propria intangibilità, fisica e simbolica.
C’è poi un altro fattore. Berlusconi è un uomo di energie e risorse non comuni, ma nel suo essere speciale c’è anche l’imprevedibilità: noi oggi non sappiamo con esattezza come reagirà lui, umanamente e politicamente, a una così violenta aggressione personale. Ripartirà, certo, e non cambierà le sue idee.
Ma non è affatto detto che voglia tornare a essere l’uomo aggressivo, divisivo e a suo modo provocatorio che abbiamo conosciuto.

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Politica
14 dicembre 2009
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Un po' miracolato, sì
Il casino che s'è scatenato è da paese che ha perduto il senso delle cose. La rete poi sta dando il peggio di sé: comincerò a pensare che davvero è il bidone della spazzatura di tutti i peggiori sentimenti che non sappiamo esprimere altrove.
Penso che sia doveroso rimanere strettamente ai fatti, alla loro essenza, alla loro gravità, senza precipitarsi alle conclusioni, alle conseguenze, alle reciproche accuse di strumentalità. Che Berlusconi sia corresponsabile di questo degrado nazionale io posso anche pensarlo, ma se fossi vicepresidente della camera come Rosy Bindi, o segretario di partito come Di Pietro, non lo dichiarerei pubblicamente: risulta comunque un'attenuante di un gesto demenziale.
Ma dico, se l'avessero fatto - chessò - a D'Alema, staremo qui a strepitare per l'aggressione fascista, per l'incitamento alla violenza da parte del governo...
Guardando il video di TeleLombardia, viene poi da pensare che Berlusconi non abbia neanche torto a dirsi miracolato.
Andiamo, quel tizio poteva spaccargli la testa davvero, cavargli un occhio: ci ha messo forza, aveva un oggetto pesante in mano... (e spray urticante in tasca: era davvero determinato). Insomma, non è l'attentato a Togliatti ma non è neanche una stupidaggine.


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Politica
14 novembre 2009
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pd rutelli bersani bindi casini
Scocciante allearsi con Rutelli? Te l'avevamo detto, Pd...
Potremmo anche solo scrivere «l’avevamo detto». Ma la vicenda merita di essere ripresa ed è perfino divertente la rapidità con la quale certe previsioni si avverano.
Chissà quante volte avrete letto su Europa frasi così: «Il rischio del Pd è di consentire o addirittura agevolare una dinamica centrifuga, regalando a soggetti fuori di sé capacità di attrazione e un ruolo decisivo nella composizione delle alleanze». «La rassicurazione identitaria ha un prezzo alto da pagare in seguito. Lo sanno i leader del Pci-Pds-Ds, che si sono dovuti affidare a Ciampi, a Dini, a Prodi, a Rutelli, e che dovranno tornare a farlo con personaggi analoghi se daranno corso al riflusso identitario».
Queste cose le scrivevamo il 15 settembre e addirittura il 23 luglio, quando l’esodo di Rutelli era solo ipotesi. L’altra sera, su domanda, Bersani ha detto una cosa ovvia, e cioè che il Pd si alleerà anche con l’Ape. Apriti cielo. Molti cattolici del Pd si sono scandalizzati per tanta disponibilità, e ieri Rosy Bindi lanciava il suo primo allarme da presidente: «Chi è uscito dal Pd non pretenda di dettare le condizioni delle alleanze».
Tutto questo senza che Rutelli abbia dovuto spiccicare una sola parola, altro che dettare condizioni: basta il suo fantasma a far tremare gli abitanti del castello (e lo diciamo noi che non abbiamo risparmiato alcuna critica per la sua scelta).
Questo era il rischio, facile da prevedere, e siamo lontani dal suo pieno dispiegarsi. Per Bindi gli alleati contano per i voti che hanno: e se Rutelli e Casini dovessero averli, domani, i voti? Come impedire al transfuga di sedersi e trattare?
Il punto è che le rivendicazioni astratte («Il Pd non ha fronti scoperti», «agli elettori cattolici ci pensiamo noi») vanno riempite di fatti. Ne scrivono oggi Merlo e Oliverio. Per avere peso e spazi in un partito come il Pd di Bersani la rivendicazione delle quote di diritto non serve più, visto che nel nuovo agognato cantiere delle alleanze il lavoro dei moderati e dei cattolici possono farlo altri. Occorre dimostrare concretamente una capacità di attrarre consenso aggiuntivo ai voti di sinistra che al Pd arriverebbero comunque. Dunque né anatemi né minacce (tipo: andiamo via anche noi). Lavoro e incidenza sulla linea politica, questo solo conta.

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Politica
15 settembre 2009
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Cosa perde il Pd se perde Rutelli
Francesco Rutelli ha smentito molto recisamente l’ultima delle ipotesi giornalistiche che lo riguardano: che nel libro di imminente uscita sia contenuto l’annuncio del suo «addio al Pd». In effetti sarebbe sembrato un modo un po’ eccentrico di abbandonare un’impresa della quale si è fondatori (Veltroni per esempio il libro di commiato l’ha scritto dopo aver dato un addio alle armi canonico). E poi c’è il nodo politico: per quanto Rutelli sia uomo di movimento e di creatività, fuori dal Pd non si vede alcun luogo dove lui possa combattere la propria battaglia.
L’Udc per adesso è... l’Udc: con tutto il rispetto, per ora ce ne vuole di fantasia per immaginarlo nucleo aggregatore di chissà che cosa.
Rutelli dunque garantisce di voler rimanere, e la logica rafforza questa intenzione.
Il che probabilmente sarà però una delusione per tanta gente nel Pd.
Già, proprio così. Perché basta fare un esperimento in una qualsiasi delle feste che si svolgono su e giù per l’Italia. Citare un paio di nomi chiave (appunto: Rutelli; figurarsi: Binetti), e con puntualità si alzano due, tre, cinque voci dalla platea: se ne vadano! Seguono applausi.
Qualche volta, non sempre, il dirigente sul palco aggiusta un po’ il tiro, ma senza mai spendersi più di tanto: al posto degli applausi si rischiano i fischi.
Questa è l’aria che tira, inutile raccontarsi balle. Una che l’aria che tira nelle platee la annusa sempre, Rosy Bindi, a Rutelli l’ha già detto un paio di volte, di togliersi dai piedi.
Si potrebbe osservare: scarsa generosità (dove sarebbe ora la Bindi se non avesse incontrato la Margherita e Rutelli sulla propria strada?). Si potrebbe replicare, con ottimi argomenti: se la sono cercata (perché in effetti Rutelli e i teocon nel Pd hanno a lungo coltivato una strana vocazione minoritaria). Il problema vero però è un altro: il Pd ci guadagnerebbe davvero, se persone come Rutelli si sentissero costrette ad andar via? Sarebbe saggio, lungimirante, da parte di leader e aspiranti leader, non darsi da fare per evitare un simile esito?
Naturalmente questo è un ragionamento che prescinde dalla persona di Rutelli. Che è un leader sufficientemente adulto da farsi i propri calcoli: scommettendo sul fatto che prima o poi il perno del sistema politico possa collocarsi in una zona fuori dal Pd e dal Pdl, sarebbe comprensibile per un ex candidato premier ed ex vicepresidente del consiglio cercare la strada migliore per coltivare le proprie ambizioni e i propri progetti.
Questo però è esattamente il rischio del Pd: quello di consentire o addirittura agevolare («vada via!») una dinamica centrifuga, regalando più o meno intenzionalmente a soggetti fuori di sé una capacità di attrazione, un ruolo decisivo nella composizione delle alleanze, una libertà di movimento rispetto ad aree d’opinione che potrebbero prima o poi “liberarsi” sul mercato elettorale.
Il paradosso è stato già riproposto da Europa altre volte: nell’ansia di espellere da sé soggetti ritenuti culturalmente o politicamente spuri – tipicamente, sul tema della laicità – il Pd potrebbe finire per consegnarsi domani a un potere di veto che non nasce più al proprio interno (dove può essere battuto, o piegato) ma al proprio esterno, presso i propri alleati. Passare dalla padella della Binetti alla brace di Buttiglione, per capirci.
È un tema, inutile nasconderselo, che interroga in primo luogo il possibile Pd di Pier Luigi Bersani. Interpellato sul tema, Bersani si accalora e respinge con durezza la critica di voler tornare al centro-trattino-sinistra che riporterebbe il Pd alla strategia ma anche ai limiti e ai problemi del Pds-Ds. Il Pd che lui vuole non è più ristretto, ma casomai più compatto, più coeso, più unito al momento delle votazioni parlamentari pur dopo un acceso dibattito interno. E non lo vuole «di sinistra», dice: lo vuole «anche di sinistra».
È una posizione decisiva e rassicurante, l’importante è che il corpo del partito la recepisca come tale e non come un rituale richiamo al pluralismo interno.
Il problema non è il pluralismo, perché da tempo nessuno è tanto forte da imporre un pensiero unico, su niente (basti pensare agli ultimi caotici anni dei Ds, appunto) e dunque il pluralismo è garantito a vita. Il problema è la fisionomia del partito di fronte alla società, i segnali che lancia al cittadino-elettore non fidelizzato: voglio ascoltarti, voglio convincerti, voglio farmi cambiare da te. Oppure al contrario no, non mi interessa mettere in discussione la mia identità, posso dialogare con te ma siamo distinti e diversi.
I messaggi si lanciano in tanti modi, anche attraverso le facce di chi c’è, di chi non c’è, di chi arriva e di chi va via. «Meno siamo meglio stiamo» è un concetto perfetto nella canzone di Renzo Arbore. Per fare un partito di governo, un po’ meno.

permalink | inviato da stefano menichini il 15/9/2009 alle 8:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
26 luglio 2009
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La memoria corta della Pasionaria
Rosy Bindi gode di simpatie generalizzate per la passione che mette nella battaglia politica, e di antipatie specifiche presso tutti coloro che si sono trovati a incrociarla nelle polemiche. Quando c'è di mezzo lei, lo scontro assume in genere toni molto aspri. La sua candidatura alle primarie del 2007 fu, fra tutte, quella a più alto tasso di conflittualità.
A me piace anche, perché con il suo impeto coglie a volte questioni vere. Per esempio, l'insincerità di fondo dello schieramento che a suo tempo sosteneva Veltroni.
Proprio perché è tanto sincera, le si possono oggi ricordare con sincerità alcune verità del passato che lei tende a trascurare.
Una fra tutte: quando lei incrociò sulla propria strada Francesco Rutelli e molti degli altri che adesso vorrebbe cacciare dal Pd, il suo partito - il glorioso Partito popolare - era al 4 per cento (europee 1999). E il suo personale ruolo nella politica italiana dipendeva dai calcoli di maschietti di sinistra come Massimo D'Alema, che infatti nel '98 la scaricò dal governo e dal ministero della sanità perché lì si era data un po' troppo da fare.
In tutti i sensi possibili, la nascita della Margherita ripescò lei e altri dall'oblio. A distanza di dieci anni, Rosy Bindi ricambia il favore invitando Rutelli ad accomodarsi fuori da un partito che - è bene ricordarlo - non sarebbe mai nato così com'è, e non vedrebbe il ruolo importante di Bindi, Franceschini, Marini, Letta, Fioroni eccetera, se prima non ci fosse stato quell'accidente della Margherita.
permalink | inviato da stefano menichini il 26/7/2009 alle 12:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3)


Politica
11 giugno 2009
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Però il Pd non è un foglio bianco
Ieri, non essendo i giornali vincolati al silenzio deciso dai capi del Pd, la rosa dei concorrenti alla leadership democratica s’è arricchita. Ora avremmo dunque in campo anche un ticket Bersani-Bindi, mentre dall’Unità si apprende che se gli ex popolari pensano di avere la segreteria in caso di tregua, possono scordarsela. Già declinerebbe, vittima dell’invidia, l’astro della Serracchiani, invece non tramonta mai il sole sul duello fra D’Alema e Veltroni, che neanche Ridley Scott avrebbe immaginato così estenuante (per gli spettatori).
Magnifico. Continuiamo così, facciamoci del male. Rimane l’impressione che questo spettacolo si sarebbe potuto evitare, se solo si fosse messo in chiaro prima e dopo il voto che il Pd non è un foglio bianco dove si possa scrivere qualsiasi cosa, ma che tra la sua fondazione, il Lingotto e le gestioni di Veltroni e Franceschini, c’è una linea che può essere contestata e battuta, non ignorata.
Tra l’altro, non è che i momenti virtuosi manchino.
Per esempio neanche Europa, quando mercoledì aveva chiesto di far saltare l’euroinciucio sulla nomina di Barroso, sperava che il Pd avrebbe lavorato così bene a un’operazione che mira proprio a questo, e con chance di successo se socialisti e liberali decidessero di tenere il punto.
Poi c’è un esempio interessante da citare. Giuliano Ferrara ritira fuori il remoto progetto prodiano del Grande Ulivo, un Pd contenitore all’americana di sinistra e centro, radicalismi e moderatismi eccetera eccetera. Nulla di più anacronistico, coi tempi che corrono, che casomai sono iper-proporzionalisti: centro e sinistra col trattino, mele con mele e pere con pere, ognuno a casa sua e via dicendo.
L’idea non avrà spazio nel congresso, stroncata dall’argomento che col bipartitismo in Italia vincerà sempre la destra. Ha il pregio però di essere appunto un’idea, un disegno ampio che supera e anzi travolge l’attuale Pd e il suo dibattito stagnante, coinvolge altri soggetti e rimette nel gioco altre energie progressiste. Non sarebbe male se fosse scartata, invece che per pigrizia, perché si propongono al paese (e non solo al suo 26 per cento) altri disegni altrettanto ambiziosi.
Fin qui si naviga sotto costa, per non dire che ci si è arenati.

(da Europa)
permalink | inviato da stefano menichini il 11/6/2009 alle 23:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
11 marzo 2008
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No, Prodi non è stato "rimosso"
Galli della Loggia stavolta si sbaglia di grosso. E ci fermiamo qui, perché non ci piace l’abitudine di attribuire al Corriere e ai suoi editorialisti chissà quali disegni occulti. Dopo di che, contrariamente a quanto scritto domenica da Galli della Loggia, non c’è proprio niente di inquietante nel modo in cui il Pd “tratta” Romano Prodi. Ed è importante dirlo nelle ore nelle quali il fondatore dell’Ulivo si accomiata dalla politica italiana...

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permalink | inviato da stefano menichini il 11/3/2008 alle 2:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7)


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