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Diario
21 dicembre 2012
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bersani berlusconi tv
No, Bersani non deve fare quel duello
Prima ancora di cominciare, come al solito, lo scontro elettorale si trasforma in scontro dentro e sulla televisione.
In un passaggio della sua maratona mediatica (pare che avrebbe voluto andare in onda anche a Natale e Santo Stefano: la Rai ha dovuto emanare un regolamento ad hoc per arginare l’invasione), Berlusconi ieri è tornato su un topos di ogni campagna da vent’anni a questa parte: il faccia a faccia tv. Di cui questa volta, guarda un po’, lui sente grande bisogno.
La sensibilità berlusconiana per il confronto pubblico con gli avversari è perfino più variabile delle sue sue posizioni politiche. Su sei volte nelle quali Berlusconi s’è candidato, il faccia a faccia quattro volte l’ha voluto e due volte l’ha sdegnosamente rifiutato. Con precisione matematica: lo rifiuta quando i sondaggi lo vedono in vantaggio; lo cerca quando deve recuperare (a parte il ’94, l’anno dell’esordio, dello scontro col completo marrone di Occhetto).
Nel 2001 e nel 2008 Berlusconi si tenne alla larga da Rutelli e da Veltroni, che lo sfidarono in ogni modo possibile, dicendosi troppo superiore per potersi abbassare al livello degli antagonisti. Nel 2006 Prodi (nonostante i consigli vibranti di Europa, che ci fece una piccola vana campagna di stampa) volle fare il signore, quale è, e diede spazio al premier uscente che tentava una rimonta disperata. La fine è nota. All’ultimo minuto dell’ultima domanda del secondo e ultimo dibattito, per impedire all’interlocutore qualsiasi contestazione e replica, Berlusconi tirò fuori il coniglio dell’abolizione dell’Ici. La rimonta elettorale fu completata, l’Unione non vinse di fatto le elezioni, la legislatura fu disastrosa e di quella promessa dell’abolizione dell’Ici l’Italia paga ancora le conseguenze.
Tutto questo per dire, nel modo più secco possibile: Bersani, contrariamente a quanto ha detto ieri, non deve fare alcun dibattito televisivo con un brigante di tal fatta. Oltre tutto, stavolta Berlusconi non è neanche lo sfidante principale: semmai dovesse esserci un confronto fra candidati, andrebbero convinti e coinvolti anche gli altri (non sappiamo neanche chi: Monti? Ingroia? Grillo?).
Molto improbabile. Meglio non pensarci proprio. E tenere Berlusconi sotto, a sbattere da solo la testa contro la scatola televisiva nelle strettoie della par condicio, a pagare il pegno di una inguaribile slealtà e scorrettezza.
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Diario
19 dicembre 2012
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Paura di votare
Improvvisamente, non hanno più fretta. Non so che cosa Ghisleri abbia detto a Berlusconi, in ogni caso lui deve essersi convinto che passando giorni interi davanti alle telecamere di qualsiasi rete tv (Santoro compreso: evidente l’interesse per il pubblico grillino) le sorti del Pdl possono essere rovesciate. E che si possa ripetere la magia (aiutata dal conflitto di interessi) già tante volte tentata.
La rimonta del 2006 su Prodi è il precedente al quale si guarda (compresa la promessa berlusconiana di allora di abolire l’Ici e quella odierna di abolire l’Imu). Come scrive Paolo Natale su Europa l’autentico rischio 2006 rimane l’inesistenza di una vera maggioranza al senato: rischio che solo una vittoria Pd più ampia di quella prevista potrebbe sventare. Neanche l’apparizione della famosa Lista Monti cambierebbe le cose.
In questo quadro, si capisce perché il Pdl, non avendo niente da perdere tanto meno l’onore, giochi cinicamente con i lavori d’aula sulla legge di stabilità. Dopo aver causato la crisi anticipata della legislatura, ora prova a riallungarne artificialmente la vita. Vedi mai che una settimana in più di occupazione del teleschermo frutti qualche decimo percentuale al mentitore seriale che abbiamo visto all’opera ieri sera.
La verità è che, dopo tanto cianciare di sovranità popolare, il Pd è l’unico partito pronto ad affrontarne il giudizio. Dagli arancioni al Pdl, da Casini a Grillo, l’impreparazione è evidente.
Operazioni improvvisate di aree eterogenee come quella nata intorno a Ingroia. Una coalizione centrista ancora in attesa dell’esito delle riflessioni di Monti. Un centrodestra disperato che torna a dipendere dai giochi di prestigio più frusti. E Grillo, anche lui: la bile con la quale commenta anche le primarie democratiche per i parlamentari, dopo quelle tra Bersani e Renzi, è la prova che l’onda di M5S s’è ormai fatta risacca.

PS. Anche i radicali sono impreparati al voto. Ma vivaddio (e viva Pannella) lo dichiarano, ne denunciano le ragioni, chiedono sostegno senza infingimenti a chi possa candidarsi dando loro qualcosa che ammettono di non avere. È lo stile di trasformare una debolezza in forza. Non sappiamo se funzionerà. Ma temiamo che se Pannella non dovesse salvarsi da questa sua ultima campagna, non ci sarebbe mai più un’altra chance per le idee radicali. La forza consiste anche nel sapersi fermare al momento giusto.
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Diario
14 dicembre 2012
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monti berlusconi merkel ppe
No, non c'è una destra montiana
Certo che non ci piacerebbe vedere Mario Monti candidato contro Bersani alla guida di una coalizione che va da La Russa a Bonanni, da Brunetta a Olivero, da Montezemolo alla Santanché, sotto la regia di Silvio Berlusconi.
Non ci piacerebbe, crediamo che piacerebbe poco anche al professor Monti, e siamo sicuri che molte cose possono accadere, ma questa mostruosità non diventerà proposta elettorale.
Il saldo della giornata di ieri non è la magica soluzione dei dilemmi del Pdl, con Merkel che installa Monti alla testa della vetusta destra italiana capovolgendone magicamente gli umori populisti in austero rigorismo europeista.
No, è successa un’altra cosa. È successo che il Ppe ha definitivamente retrocesso il berlusconismo a fenomeno deteriore, affermando che per loro l’Italia dovrà continuare sulla linea attuale, con un ruolo di leadership per Monti.
In fondo una cosa analoga l’ha detta anche Hollande, ed è logico: nessuno vuole vedere l’Italia sfuggire dalle responsabilità che ha cominciato ad assumersi. E nessuno in Europa vuole fare a meno del carisma che Monti s’è conquistato.
Per cui ieri Monti non è diventato il capo della destra italiana. Potrà prendere una parte, sì, e cominciamo a credere che lo farà. Non da erede di Berlusconi però.
C’è in questa constatazione il sollievo di chi ha sostenuto gli sforzi del premier da posizioni democratiche; ma anche la speranza di chi non vorrebbe veder bruciato un patrimonio di credibilità costruito anche sulla coerenza, sulla lealtà, sulla serietà personale di un leader che, dovesse per assurdo cedere alle lusinghe, sceglierebbe davvero una compagnia male assortita per il proprio battesimo elettorale.
Detto questo, occorre riconoscere che ieri l’Italia si è trovata catapultata in una dimensione politica che, sparito Berlusconi dalla scena, è assai desiderabile. E alla quale il sistema deve tendere: due coalizioni riformiste ed europeiste, leader non estremisti, soluzioni politiche e di governo alternative ma non visioni del mondo inconciliabili. Queste sono le dinamiche politiche, anche accese, in tutti i paesi occidentali.
Il Pd è pronto per un assetto del genere. Anche adesso. Perché è nato per questo, in una dimensione europea che il centrodestra fin qui non ha mai avuto.
Prima l’Italia ci arriva, meglio è. Che accada nei prossimi quarantacinque giorni, ammetterete, è un po’ improbabile. 
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12 dicembre 2012
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Berlusconiani, antiberlusconiani, e altri stereotipi
Siccome il cerchiobottismo di ritorno di Angelo Panebianco non c’era piaciuto, il Corriere ha pensato che non bastasse e ha chiesto a Ernesto Galli della Loggia e a Pierluigi Battista di metterci il carico. Uno d’apertura e uno di spalla, oggi raddoppiavano in prima pagina il medesimo concetto: povera Italia, tornata al peggio della Seconda repubblica tra berlusconiani disperati e antiberlusconiani col sangue alla bocca.
Galli della Loggia incolpando il centrosinistra di ritirare fuori contro il Cavaliere «la litania dell’Europa» (litania oggetto però di cinque pagine interne dello stesso Corriere). Battista contrapponendo alle parole e ai fatti di veri e riconoscibili dirigenti del Pdl non parole e fatti di veri e riconoscibili dirigenti del Pd, bensì «la pentola di isterismo» dei social network (che in mancanza d’altro vanno sempre bene e puoi metterli in carico a chiunque).
Per non far polemica, diciamo che speriamo che i tre editorialisti si sbaglino sul ritorno al passato. Qui non lo desidera nessuno. Quel passato fatto dei tre stereotipi dei berlusconiani, degli antiberlusconiani e degli osservatori che pur di fare gli equidistanti neanche oggi riconoscono la differenza tra uno come Berlusconi (l’avete visto poco fa?) e uno, per dire, come Bersani.
Davvero, il professor Monti non merita un aiuto così banale.
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Diario
12 dicembre 2012
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Davvero per il Corriere Pd e Pdl pari sono?
Capisco lo sforzo per convincere Mario Monti a sciogliere la riserva e a candidarsi in prima persona per la guida del governo: se lo augura il Financial Times, figurarsi se non è giusto che il Corriere della Sera, dove Monti è di casa, ne faccia una campagna appassionata.
Capisco anche che Bersani non possa pretendere di essere esente dalle critiche: nel tempo gliene ha fatte tante anche Europa, in particolare quando intorno a lui prendevano piede posizioni da keynesismo in un paese solo che confondevano i vincoli di bilancio coi soprusi della tecnocrazia europea e rischiavano di mischiarsi alle destre in una confusa e velleitaria resistenza alle cessioni di sovranità.
Ogni critica ha però il suo tempo e deve avere il suo fondamento, non può ignorare le mutate condizioni, i processi politici che si sono consumati, le dichiarazioni impegnative di persone fededegne.
Per questo suona sorprendente da parte del Corriere il ritorno al cerchiobottismo di un’altra era, in un editoriale (Angelo Panebianco di ieri) nel quale di nuovo Bersani e Berlusconi vengono resi speculari, presentati alla stessa stregua come soggetti non raccomandabili per l’elettorato cosiddetto moderato dal punto di vista delle riforme da fare e, distorsione particolarmente grave in queste ore, dal punto di vista dell’affidabilità europeista.
È vero che nel centrosinistra ci sono, come scrive Panebianco, degli «antimontiani». Ma a un grande politologo non può esser sfuggito il dibattito e l’esito delle primarie, con la sconfitta di Vendola e il ribadimento da parte del Pd dell’intangibilità delle riforme montiane. Né può sorvolare a occhi chiusi sull’abisso che separa il Pd dal Pdl quanto a credenziali europee e rigore sui conti pubblici.
È inoltre inesatta la tesi secondo la quale l’Italia sia un luogo anomalo dove «argomenti antiglobalizzazione e antieuro» sono presenti sia a sinistra che a destra. Dovunque in Europa è così, in una logica di estremizzazione tipica dei tempi di crisi. Negli altri paesi, però, queste spinte sono neutralizzate in un confronto bipolare che ha l’europeismo come tratto comune fra gli poli maggiori. L’anomalia italiana è un’altra, e cioè che questa virtù è solida in un campo solo.
Allora, in paziente attesa che l’area centrista sponsorizzata dal Corriere trovi sponsor anche fra gli elettori, sarebbe più prudente per un grande giornale responsabile evitare di picconare quel poco (o molto) di affidabile che c’è ora sulla scena politica. 
permalink | inviato da stefano menichini il 12/12/2012 alle 7:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
8 dicembre 2012
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elezioni pd monti bersani pdl berlusconi grillo
Per il voto da definire solo le coalizioni
Il calendario elettorale è definito, fra le regionali del Lazio dei primi di febbraio e l’election-day del 10 marzo. Anche il sistema con il quale si voterà per camera e senato, purtroppo, è quello previsto: Porcellum, come era stato amaramente pronosticato dal giorno stesso della bocciatura del referendum. Rimane solo da capire se e come, nella seconda metà di gennaio, il Pd vorrà e riuscirà a fare le primarie per i propri candidati sulle quali Bersani si è impegnato.
Gli schieramenti che fra 92 giorni si contenderanno il governo non sono del tutto assestati.
Gli unici teoricamente senza problemi sono quelli del M5S, che anzi da ieri conoscono anche i nomi dei probabili parlamentari. L’unica cosa che rimarrà sigillata nel server di Casaleggio è il numero delle preferenze effettive di coloro che hanno conquistato le prime posizioni nella votazione online indetta da Grillo. Tanta anticipazione sui tempi (gli altri partiti chiuderanno le liste ai primi di febbraio) potrebbe rivelarsi foriera di polemiche e cattive sorprese.
La precipitazione berlusconiana ha come unica logica il recupero dell’alleanza con la Lega, tutt’altro che scontata però: regalare il Pirellone a Maroni causerà una scissione nella destra lombarda senza alcuna garanzia di successo, né per le regionali né per il premio al senato. Ammesso che il Carroccio voglia tornare a compromettersi con Berlusconi: ieri Bersani ha promesso che gliela farebbe pagare in campagna elettorale.
Anche il centrosinistra sotto la guida del segretario del Pd è pronto. Con alcune variabili, oltre a quella delle primarie per i candidati. La prima riguarda i confini dell’allargamento al centro dell’alleanza: solo fino alla lista alla quale lavora Tabacci o oltre? E i radicali? La seconda variabile riguarda un tema che non s’è ancora riaperto ma che molti nel Pd tengono caldo: il ruolo di Matteo Renzi.
A sinistra sarà faticosa la cucina del fritto misto di arancioni, neocomunisti e dipietristi con Ingroia nella parte dello chef: facile che si bruci tutto prima di cominciare.
Infine il centro, il luogo meno definito. Berlusconi ha spinto tutti lontano da sé, a cominciare da Monti, ma l’impasto fra Casini e Montezemolo, liberali e cislini non riesce. Lo schiacciamento di quest’area rischia di essere l’unico vero risultato dello strappo operato da Berlusconi. Secondo alcuni, del resto, è l’unica vendetta che voleva veramente prendersi.
permalink | inviato da stefano menichini il 8/12/2012 alle 17:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
7 dicembre 2012
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monti berlusconi pdl governo
Questo gesto lo pagheranno
Guardate che, messi come sono, nel Pdl sono capaci di tutto. Perfino di fare macchina indietro rispetto a una giornata convulsa come quella di ieri, quando è sembrato che il governo Monti avesse davanti a sé solo poche ore di vita.
La sesta candidatura di Berlusconi in diciannove anni è l’unica notizia della quale possiamo essere relativamente sicuri. Le primarie del Pdl escono di scena nello stesso modo farsesco con cui erano apparse, lasciando come vittima la dignità di Alfano. La forzatura operata dal Cavaliere ha prodotto ieri l’umiliante parata dell’entusiasmo a mezzo stampa di alcune decine di naufraghi in cerca di ricandidatura. Ma questo è folclore. I rumori di fuoriuscita di pezzi di Pdl indisponibili a una campagna antimontiana e antieuropeista anticipano un fenomeno di imprevedibile consistenza. Casini si prepara ad aprire le porte, Montezemolo alla fine non farà lo schizzinoso.
Non c’è dubbio che la parola e il prestigio di Monti si faranno valere nelle prossime settimane anche in chiave politica: ormai non potranno che suonare di condanna per l’inaffidabilità del Pdl.
Abbiamo al Quirinale un baluardo intatto che accompagnerà l’Italia alle elezioni – presumibilmente a marzo: gli adempimenti tecnici per la presentazione delle liste rendono febbraio troppo vicino – mettendo al riparo la legge di stabilità entro l’anno e poi attenuando gli scossoni di una crisi che andrà spiegata al mondo.
Oggi apprezziamo meglio l’esito del conflitto con la procura di Palermo, e capiamo perché un partito politico-mediatico voleva azzoppare Napolitano nell’ultimo scorcio di mandato: fra i danni che la mossa di Berlusconi arreca all’Italia c’è anche lo scatenamento del fronte estremista grillino, che prospera su spettacoli come quello allestito ieri dal Pdl e tratta il capo dello stato da nemico.
Il Pd non voleva e non vuole le elezioni anticipate, di Napolitano condividerà le scelte sui tempi e l’ansia di mettere il paese in sicurezza. C’è però anche da prendere atto che l’accelerazione non lascia più tempo né modo per neutralizzare l’effetto positivo delle primarie né per costruire proposte concorrenti. I tempi stretti mettono a rischio le primarie per i parlamentari, essenziali per il Pd in vigenza di Porcellum, e questo è un problema. Unico fattore positivo di uno scenario pessimo: si accorcia l’attesa per ridare al paese nuovi equilibri e sperabilmente una nuova stabilità di governo.
permalink | inviato da stefano menichini il 7/12/2012 alle 18:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
5 dicembre 2012
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L'avversario ideale. Sì, ma per Bersani
Divertente la tesi secondo la quale Berlusconi avrebbe deciso di ricandidarsi dopo l’esito delle primarie del centrosinistra, convinto che «il comunista» Bersani possa essere per lui un avversario più comodo. Una volta di più l’acume di Berlusconi viene sottovalutato.Stavolta però dai suoi amici, non dai suoi avversari.
Perché è sicuro che avere di fronte Renzi avrebbe costretto il Cavaliere a paragoni umilianti. Ma è altrettanto sicuro che dai sondaggi di Ghisleri Berlusconi abbia capito che per lui non è più un problema di avversari, bensì di sopravvivere al confronto con un passato che non tornerà più.
Del resto l’abbiamo scritto spesso nell’ultimo anno: il Pd ha avuto fin qui problemi nel misurarsi con Grillo, e sa che non sarà facile superare l’asticella di credibilità posta in alto da Monti. Ma Berlusconi, un problema? Proprio no.
Anzi. Date a Bersani uno scontro elettorale frontale con l’uomo che per tutti – a cominciare dai suoi stessi elettori e dirigenti di partito – è l’emblema del fallimento, e gli avete regalato ciò che mancava per la campagna elettorale ideale. Magari fosse così. Infatti le residue preoccupazioni elettorali del leader del centrosinistra sono legate alle incognite, non all’oggetto più conosciuto e ormai deprezzato della politica italiana.
Che poi, anche le incognite vanno sciogliendosi col tempo. I sondaggi Ipsos del dopo-ballottaggio sono ottimi per il Pd (36 per cento) e per il centrosinistra (oltre il 42). Danno conforto a noi che sabato scorso avevamo chiesto a Bersani e Renzi: se gestite bene le primissime ore dopo il risultato, l’effetto positivo regalato dalle primarie in questi mesi non svanirà.
Anche grazie allo spettacolo di entusiasmo dei vincenti e di lealtà dei perdenti, l’effetto sull’opinione pubblica per ora non solo non svanisce ma si incrementa.
Casomai comincia a divenire plateale il flop neocentrista, con Casini e Montezemolo in affanno, fra tutt’e due, sotto il 10 per cento.
Qui forse Bersani deve rivedere i piani, attingendo all’ambizione maggioritaria del Pd. Perché tutta quella intelligente e interessante gente che s’è vista alle convention montezemoliane si starà ponendo qualche domanda sull’efficacia dell’operazione di «riorganizzazione dei moderati» che il Pd fin qui ha delegato ad altri. Allora si potrebbe pensare di aprire fin d’ora le porte del centrosinistra ai delusi preventivi dell’ennesimo fallimento terzopolista.
permalink | inviato da stefano menichini il 5/12/2012 alle 18:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
10 aprile 2012
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Ma un leader ci vorrà sempre
Non date per estinto il partito personale, avverte colui che il concetto l’ha inventato cioè Mauro Calise. Tesi importante, visto che dalla crisi di berlusconismo e bossismo il Pd pensa di poter uscire come l’unico vero partito sulla scena, emendato da tentazioni personalistiche, con radicamento territoriale e regole democratiche perfettibili ma inesistenti altrove.
Bersani può dire di aver puntato giusto: ha scommesso sulla crisi della forma tipica del partito della Seconda repubblica (oltre che sui suoi uomini simbolo) e ne ha fatto il tratto caratteristico della presenza sulla scena (da “uomo normale”). Non c’è bisogno di ricordare i molti passaggi nei quali la sua immagine di normalità è stata ricercata e proposta. Gli ultimi eventi (articolo 18) hanno premiato il lavoro del leader mediatore che interviene in prima persona solo in extremis, che cuce più che strappare.
Tutto vero ma guai a illudersi sul ritorno ai partiti di massa, di nuovo fondati sulla difesa di interessi distinti e in conflitto fra loro, guidati da gruppi dirigenti collegiali e intercambiabili. «Cose che valevano per l’ottocento e il novecento», taglia corto Calise, e lo dice all’Unità: la prevalenza e velocità dei media, l’individualismo, la frammentazione degli interessi continueranno a premiare la personalizzazione della politica.
È un avviso da considerare. Ci sono dati della modernità non revocabili. Uno di questi è il bisogno degli elettori di far coincidere la proposta politica col nome, il volto e la credibilità di chi la avanza. Forse con Berlusconi e Bossi (in attesa che fallisca qualcun altro) è finita un’era di populismo e demagogia, fattore degenerativo del dibattito pubblico e della vita interna dei partiti. Ma la necessità di proporre leadership forti non è venuta meno.
Essenziale è che cambino i fattori che definiscono la forza: non più la ricchezza, l’estetica, l’arroganza del politicamente scorretto, bensì la competenza, lo spessore internazionale, il rispetto delle regole, ovviamente l’onestà. Anche da questo punto di vista il governo Monti ha alzato l’asticella da superare.

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Politica
6 aprile 2012
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Lega, non è più il tempo delle avventure
La crisi letale ha le fattezze rubizze di un faccendiere, il volto congestionato dalla rabbia di una vicepresidente del senato detta la Badante, la faccia da schiaffi di un erede noto come la Trota (schiaffi nel senso di quelli che avrà rimediato da suo padre nelle ultime ore). Una roba a metà fra Balzac, commedia all’italiana (che beffa) e tragedia shakespeariana.
Ma la Lega Nord – simbolo della Seconda repubblica, dopo Berlusconi – è spinta in questo sprofondo da un doppio fallimento, molto più grave e irrimediabile delle ruberie di un Belsito.
Bossi ha fallito catastroficamente nella sua missione nel nome del Nord contro l’Italia. Il potente soffio rivoluzionario che spirava tra il ’90 e il ’92 s’è spento un po’ alla volta, come la voce del capo. E in chiusura del ciclo, il massimo che la Lega consegna alla sua inesistente Padania è un pugno di discreti amministratori, non a caso alla ricerca di una via d’uscita per sé ora che l’epopea collettiva finisce nel nulla.
Il secondo fallimento, dalle conseguenze anche più profonde, è quello del partito personale. Bossi molla umiliato, Berlusconi svanisce tipo gatto del Cheshire. E poi Grillo non sfonda, Di Pietro e Vendola rimangono a metà, i sindaci più ambiziosi restano parcheggiati o impantanati, nomi nuovi appaiono e scompaiono in un amen, inevitabile risorge il proporzionale: insomma, si chiude l’era delle piccole o grandi avventure legate alla singola personalità.
È un paradosso, perché invece il momento (paragonato spesso al ’92-’93) è di nuovo di grave crisi dei partiti, la capacità di leadership personale continua a contare per l’opinione pubblica (come spiegare altrimenti il caso Monti, il consenso per Napolitano?), proprio ora dovrebbe aprirsi lo spazio per i newcomers. Invece niente.
L’unica spiegazione è che, un po’ come accadde col ventennio fascista, abbiamo fatto indigestione di uomini simbolo. Il vuoto lasciato da un duce venne allora colmato da grandi masse, organizzate in partiti capaci di nuove narrazioni: un passaggio storico irripetibile. Che cosa verrà adesso?
Il Pd, pur con tanti problemi, è la forza centrale del campo politico anche perché con Bersani ha investito su un altro modello. Il vuoto intorno però fa spavento, il futuro offre molte più incognite che certezze. Grazie anche, pensate un po’, a gente come la Trota. 
permalink | inviato da stefano menichini il 6/4/2012 alle 8:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
8 marzo 2012
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Tocca farsi carico anche del Pdl
Per tutta la giornata si viaggia sul filo dell’incidente. Poi a sera tutto (più o meno) si rimette sul binario giusto, quando Bersani raffredda la polemica con il dirimpettaio Alfano a proposito del mancato vertice dei tre segretari con Monti.
Nel frattempo a Montecitorio il Pd vince un inopinato braccio di ferro col governo, o meglio con un suo componente: il sottosegretario Polillo (quello che aveva giorni fa candidato Berlusconi al Quirinale) che aveva tentato una forzatura sul decreto semplificazione smentendo il viceministro Grilli. Finisce con palazzo Chigi costretto a smentire il protagonismo del suo sottosegretario.
La storia del vertice saltato conferma che, sì, il governo Monti nasce e in un certo senso approfitta della crisi del sistema dei partiti. Ma che quando la crisi si avvita fuori controllo, come sta capitando nel Pdl, da opportunità si trasforma in rischio mortale per gli stessi tecnici. Consapevole di questo Bersani tiene il punto (sulla necessità di prendere decisioni sulla governance Rai, col consiglio d’amministrazione in scadenza) ma non affonda il colpo: dopo tanto chiacchierare sui mal di pancia democratici, ora abbiamo la certezza che al Pd conviene che Monti sia saldo, e di restare a sua volta saldo come partito locomotore della maggioranza.
In un certo senso – davvero è paradossale – nell’interesse nazionale tocca perfino farsi carico delle convulsioni del postberlusconismo. La boutade bersaniana di offrire la propria serata televisiva da Vespa a Berlusconi e ad Alfano è una metafora della situazione politica.
Chiaramente il Pd ha ogni convenienza a comportarsi così. La crisi dell’ormai ex centrodestra si consuma fra scandali e lotte di potere, e avrà un suggello elettorale entro due mesi. Il duello per aggiudicarsi l’egemonia sulla stagione di Monti e sul suo seguito potrebbe risolversi lì: molto meglio che nelle schermaglie a mezzo stampa e nei vertici fra segretari.
permalink | inviato da stefano menichini il 8/3/2012 alle 20:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
2 marzo 2012
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pd monti berlusconi
Come Monti, dopo Monti
Era ancora novembre. Il governo Monti muoveva i suoi primi passi ed erano di là da venire la manovra e l’intera fase due nella quale ci troviamo adesso, quando su Europa provammo a sbilanciarci in una previsione: a un certo punto il problema di questo governo non sarà che piace poco agli italiani; sarà che gli piace troppo.
Ecco, ci siamo in pieno.
Abbiamo messo alle spalle una riforma delle pensioni che sembrava impensabile, un obiettivo e duro inasprimento fiscale, l’avvio polemico della bollente trattativa sul mercato del lavoro, ora una battaglia campale sulle liberalizzazioni che ha coinvolto (con esiti differenti) interessi organizzati d’ogni tipo e di ogni forza. Sono stati colpiti un po’ tutti, chi più chi meno, chi s’è saputo difendere e chi no.
Il risultato, al momento, è che all’ampia maggioranza degli italiani il governo, il suo premier e il suo modo di fare piacciono. E non sarà solo per la costante caduta del famoso spread (ormai sul punto di scendere sotto quota 300). C’è anche consenso su uno stile, al netto delle gaffes antipatiche, e su un certo senso di giustizia sociale che comincia a intravedersi. Il blitz di Cortina e l’azione sull’Imu sui beni ecclesiastici possono esser stati decisivi. Ieri è toccato alle banche.
La mossa di Berlusconi è la presa d’atto di questo successo, coniugata alla consapevolezza che Monti non può essere “tirato” a destra, nonostante alcuni smaccati tentativi fatti. Cancellando d’un botto gli anni dell’odio e della divisione di cui è stato artefice, Berlusconi prospetta una stagione di consociazione fra tutti i partiti.
Respingere l’idea (come ha fatto il Pd) è ovvio, doveroso, realistico. Rispettoso verso gli elettori. Gli elettori però vanno rispettati in toto. Chiedono la distinzione delle parti in una democrazia fatta di maggioranze e opposizioni. Ma chiedono anche la fine delle contrapposizioni pregiudiziali e immotivate. Apprezzano chi costruisce, non chi demolisce.
Dunque del successo di Monti, più che la persona del premier e la formula parlamentare, occorre protrarre nel tempo il merito delle scelte, l’autonomia (tutta politica!) dagli interessi costituiti, la radicalità riformista liberale e solidale. Se qualcuno saprà farlo dimostrandosi più credibile degli altri, questo qualcuno vincerà, e non ci sarà bisogno di ammucchiate. Altrimenti il “desiderio di Monti” potrebbe lasciare campo a qualsiasi gioco. 
permalink | inviato da stefano menichini il 2/3/2012 alle 20:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
25 febbraio 2012
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Vigilia tesa. Ma non per Mills, miracolo
Vigilia tesa, fatti importanti e forse decisivi in arrivo. Nervosismo palpabile nel mondo politico. Incertezza sul futuro.
Se oggi fosse il 25 febbraio del 2011, e non del 2012, non ci sarebbe dubbio sull’evento capace di determinare tanta tensione. Oggi il tribunale di Milano emette la sentenza sul caso Mills: prevedibilmente una condanna per Berlusconi in quanto corruttore di magistrati, con conseguente possibile interdizione dai pubblici uffici. Una bomba, destinata a deflagrare nei Palazzi, a cambiare il segno della storia d’Italia, a esasperare le polemiche, magari chissà a infiammare il paese come nell’ultima scena del Caimano di Nanni Moretti.
Niente di tutto questo. C’è attesa per la sentenza, certo. Berlusconi non accetterà la condanna, per quanto depotenziata dalla prescrizione. Un po’ di polemiche sono da mettere in conto. Tutto qui. Niente svolta. Niente terremoto politico. Niente catarsi della guerra fra toghe e berlusconiani. Nessuna fiammata. Nessun Caimano.
Sicché la vigilia di tensione, in questo febbraio 2012, riguarda tutt’altro: l’esito della trattativa sul mercato del lavoro, i rapporti tra governo e Cgil, i primi passi della riforma fiscale di Monti, la nuova disciplina dell’Imu per la Chiesa, lo scontro finale sulle liberalizzazioni.
Signori, viviamo in un paese che si divide e si appassiona per il contratto unico, il servizio taxi, le tariffe degli avvocati e l’aliquota Irpef minima. Non per il duello rusticano fra Ghedini e la Boccassini, per l’ultimo codicillo ad personam escogitato dal ministro Alfano. Potete crederci?
Il trionfalistico rapporto redatto da palazzo Chigi sui primi cento giorni di Monti non poteva contemplare anche la voce “paese normalizzato”. Invece proprio questa è la conquista più importante.
E la cosa più incredibile è che, esausti come Keith Carradine nel film di Ridley Scott, molti dei duellanti hanno dato una mano al disarmo. Berlusconi fra i primi – almeno fino a oggi – causando sconcerto e spaesamento fra i suoi numerosi padrini. Certo l’ha fatto non per generosità, per un misto di calcolo politico e di voglia di liberarsi di una situazione priva di lati positivi, cerca ancora di influire sul futuro; ma il punto non cambia: il Cavaliere condannato di oggi è il passato. «Di lui non parlo più», dice sempre Bersani. Fa bene.
Incredibile la rapidità e la relativa facilità con la quale un’intera stagione di storia italiana è passata agli archivi. Una transizione così disinvolta che c’è chi può permettersi da sinistra di dire oggi «meglio Berlusconi di Monti» senza prendere pernacchie come meriterebbero: sono quelli che prosperavano nel nulla di quei governi, personaggi senza la forza teorica e politica per giocare un ruolo in un paese normale che affronta problemi giganteschi. Ma anche loro sono ai lati. Perché per il resto finalmente si respira. Piano piano le cose in Italia cambiano. Lo spread a 360 punti e l’asta dei titoli di stato andata esaurita non sono neanche le notizie migliori.
Rimane una constatazione amara, sul tempo perduto e su quanto rimane da fare: perché certo oggi nessuno potrà dire che nel giorno in cui un processo contro Berlusconi arriva finalmente a sentenza, per ciò stesso la giustizia italiana finalmente funziona. Proprio no, proprio non funziona, proprio non dipendeva da questo. 
permalink | inviato da stefano menichini il 25/2/2012 alle 20:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
10 febbraio 2012
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monti obama pd bersani berlusconi
Monti, il Pd e l'Italia che piace a Obama
Il successo di Mario Monti negli Stai Uniti è stato talmente clamoroso, che qui in Italia ci si è preoccupati, giustamente, di abbassare un po’ i toni retorici. Si fa presto a passare dalla vergogna di essere italiani davanti al mondo, al giustificato compiacimento per il nuovo ruolo, fino all’esagerazione di credersi davvero i salvatori dell’Europa. È evidente che Obama si aggrappa a qualsiasi leader che possa contribuire a stabilizzare la situazione oltre Atlantico: se siamo diventati parte della soluzione invece che del problema, bene. Ma rimaniamo nei nostri panni.
Detto questo, Monti torna oggi a Roma con una forza decuplicata rispetto solo a una settimana fa. C’è da aspettarsi che Napolitano, alla prima occasione, sottolinei questa novità.
La prima verifica del potere contrattuale del governo sarà, al senato, la conversione del decreto sulle liberalizzazioni, che il premier ha chiesto da Washington di lasciare quasi immutato: sul punto avevamo già registrato prima del viaggio l’alleggerimento delle pressioni lobbistiche veicolate dal Pdl. Come, all’opposto, Bersani è parso confermare il via libera del Pd a un accordo sul mercato del lavoro che si spinga fino a ritoccare i criteri di applicazione dell’articolo 18: la mediazione Cisl ha fatto strada.
Naturalmente c’è sempre il paradosso per cui, quanto più Monti si rafforza in Italia e fuori, tanto più possono affiorare le insofferenze dei partiti nei suoi confronti.
Berlusconi non può aver vissuto con piacere le scene dalla Casa Bianca e la copertina di Time confrontata a quella in cui appariva lui. Da qualche tempo però la strategia della freddezza s’è trasformata nel Pdl in strategia dell’appropriazione: hanno capito l’errore madornale che stavano compiendo.
Il Pd occupa già, con più naturalezza, la posizione di “primo sostenitore”, cosa che gli italiani hanno percepito come si vede dai sondaggi. Il suo problema d’ora in poi sarà di non contraddire la scelta, non compromettere il vantaggio. Dipenderà anche dal tipo di Italia che prospetterà per il dopo-Monti: non potrà essere la negazione dell’Italia che piace a Obama.
permalink | inviato da stefano menichini il 10/2/2012 alle 19:56


Politica
4 febbraio 2012
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Berlusconi si arrende alla City
Silvio Berlusconi esce di scena così, con un’intervista che trasuda malinconia a ogni parola, con appena qualche flebile scatto d’orgoglio, l’esibizione di una cicatrice riportata durante un’improbabile partita a hockey con Putin, una debole frecciata sulle persecuzioni giudiziarie e mediatiche subìte.
Quasi non c’è politica, nell’incontro con gli inviati inglesi a palazzo Grazioli, se non un forte rinnovato appoggio al governo Monti, la rituale reinvestitura di Alfano come erede del Pdl, una pacata ricostruzione delle dimissioni di novembre in chiave di grande responsabilità personale.
Il vero fatto politico in realtà è l’intervista in sé e la testata alla quale è concessa. Perché il Financial Times è la quintessenza di quella business community internazionale che ha licenziato Berlusconi secondo ogni ricostruzione, secondo tutti gli osservatori e soprattutto secondo tutti i berlusconiani più accaniti, nostalgici e amareggiati.
In questo senso è come se Guy Dinmore e Giulia Segreti del Ft abbiano ricevuto un atto di resa, corredato da un impegno per il futuro – «non mi ricandiderò alla guida del paese» – che suonerà amaro a tanti sostenitori italiani del Cavaliere ma destinato ad altri interlocutori, a coloro che nel mondo vogliono essere sicuri che l’Italia non si ritufferà nelle turbolenze dell’epopea berlusconiana.
Letta così, l’intervista al Ft fa il paio con l’apparizione di Mario Monti ieri in tv, in quel passaggio nel quale il premier assolve Berlusconi dal disastro dello spread, sottolinea con falsa noncuranza i risultati attuali (377 punti ieri sera) e attribuisce i tassi d’interesse ancora alti sui titoli a lunga scadenza all’incertezza internazionale a proposito di ciò che accadrà in Italia «quando noi avremo finito».
Ecco, ora alla City, a Wall street, a Francoforte sanno che l’unica cosa sicura per «quando loro avranno finito» è che non tornerà Berlusconi. Spiegatelo a quelli del Pdl, che se combinano pasticci come l’altroieri alla camera nessuno apprezza: nel mondo e neanche a palazzo Grazioli.
permalink | inviato da stefano menichini il 4/2/2012 alle 7:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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