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Diario
12 dicembre 2012
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Berlusconiani, antiberlusconiani, e altri stereotipi
Siccome il cerchiobottismo di ritorno di Angelo Panebianco non c’era piaciuto, il Corriere ha pensato che non bastasse e ha chiesto a Ernesto Galli della Loggia e a Pierluigi Battista di metterci il carico. Uno d’apertura e uno di spalla, oggi raddoppiavano in prima pagina il medesimo concetto: povera Italia, tornata al peggio della Seconda repubblica tra berlusconiani disperati e antiberlusconiani col sangue alla bocca.
Galli della Loggia incolpando il centrosinistra di ritirare fuori contro il Cavaliere «la litania dell’Europa» (litania oggetto però di cinque pagine interne dello stesso Corriere). Battista contrapponendo alle parole e ai fatti di veri e riconoscibili dirigenti del Pdl non parole e fatti di veri e riconoscibili dirigenti del Pd, bensì «la pentola di isterismo» dei social network (che in mancanza d’altro vanno sempre bene e puoi metterli in carico a chiunque).
Per non far polemica, diciamo che speriamo che i tre editorialisti si sbaglino sul ritorno al passato. Qui non lo desidera nessuno. Quel passato fatto dei tre stereotipi dei berlusconiani, degli antiberlusconiani e degli osservatori che pur di fare gli equidistanti neanche oggi riconoscono la differenza tra uno come Berlusconi (l’avete visto poco fa?) e uno, per dire, come Bersani.
Davvero, il professor Monti non merita un aiuto così banale.
permalink | inviato da stefano menichini il 12/12/2012 alle 19:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
3 giugno 2010
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Salviamo Saviano, non l'icona Saviano
C’è un punto, nell’ultima polemica intorno a Roberto Saviano, che rimane fermo sia che lo si guardi dall’estrema sinistra – come fa il suo più recente critico, Alessandro Dal Lago, ancora ieri sul manifesto – sia che lo si guardi da quella che Dal Lago considererebbe una destra: cioè noi.
E il punto non è né nel diritto alla critica letteraria (non condividiamo quella di Dal Lago a Gomorra, ma la sua è una sacrosanta libera opinione), né nella straordinaria e meritoria responsabilità civile che Saviano si è assunta, pagandone un prezzo come non accade mai agli intellettuali in Italia.
Il punto è in quella che Dal Lago chiama iconizzazione di Saviano. Sul banco degli accusati non finisce l’icona, bensì quella sinistra «frustrata» che ha elevato lo scrittore al rango di eroe eponimo di un conflitto che si è spostato dal terreno sociale e degli interessi alla dimensione «morale e moralistica, fondamentalmente diversiva e consolatoria». Una sinistra che si fa parte del sistema populista imperante ricavando per sé uno spazio minoritario e impoverito. Una sinistra «impotente di fronte alla destra», che si annulla nella retorica dell’eroe, appunto, e intorno a essa costruisce «l’ossessione unanime per la legalità», una richiesta di ordine che a ben vedere è appannaggio storico della destra, e di cui la destra (fosse pure destra finiana) finisce comunque per avvantaggiarsi.
Va da sé che Dal Lago non è per l’illegalità, anche se sorvola troppo rapidamente sul dettaglio di un paese che ha ceduto alle mafie il controllo di tre intere regioni.
Diciamo che il sociologo dà voce sul manifesto a una posizione minoritaria nella sinistra minoritaria, sconfitta non oggi che i neocomunisti non sono più in parlamento, ma molti molti anni fa. Una sinistra che già si sentiva fuori posto, figurarsi, quando eroi progressisti divennero i magistrati antimafia e poi quelli di Mani pulite, quando il nuovo in politica si chiamava Rete. E forse perfino prima ancora, quando il ripiegamento del Pci dal compromesso storico prese le sembianze della berlingueriana questione morale, surrogato di una svolta politica a sinistra che allora avrebbe potuto essere solo laburista. 

Una vicenda antica, come si vede, che risale a quando Saviano portava i calzoni corti. Una divaricazione implacabile, sempre meno questione sociale e sempre più questione morale. Una gabbia che con l’avvento di Berlusconi s’è chiusa a doppia mandata. La narrazione sulle origini mafiose delle fortune del Cavaliere ha resistito oltre ogni processo per un semplice motivo: perché fissa la continuità fra le giustificazioni che la sinistra si dava per le sue sconfitte davanti alla Dc, con le giustificazioni che può darsi oggi davanti a Berlusconi. È un potere occulto e criminale a piegarla, non la realtà – ben più inesplicabile – di un consenso al Cavaliere liberamente espresso.
È una battaglia perduta, quella del tardo-marxista Dal Lago, speculare a quella perduta dai riformisti che col Pd hanno cercato di emanciparsi dalla condanna alla superiorità morale da dimostrare a ogni occasione di fronte al primo che si impanca a giudice dell’etica.
Stupisce che non colga questo punto Pierluigi Battista, che sul Corriere annovera le critiche a Saviano nella categoria «professionisti della demolizione». Battista ha ragione quando incita lo scrittore a continuare a fare il proprio lavoro, senza farsi intimidire né arruolare. Dovrebbe però cogliere in alcuni dei critici “di sinistra” di Saviano l’ultima esile domanda di autonomia che prende Saviano come bersaglio iconico (sbagliando, ma questo è anche il destino delle icone) mentre in realtà aspira a liberarsi dal virus giustizialista. E rimpiange una battaglia politica meno simile all’attuale Iliade, con gli eroi mandati uno dopo l’altro a sfracellarsi (si fa per dire) contro le mura del berlusconismo, armati solo di appelli e talk-show: l’altroieri Di Pietro, ieri De Magistris, oggi Santoro, domani la Dandini.
Averne, di Roberto Saviano, il cui compenso (dice, come sempre bene, Massimo Gramellini sulla Stampa) deve avere come unico parametro il valore di mercato delle cose che scrive: vale per lui come per Travaglio, Santoro, Feltri, Ferrara. Per chiunque abbia idee, letteralmente, da vendere.
Il problema non è l’eroe. Nella saggezza dei luoghi comuni, il problema è il paese, o quella parte di paese, che ha bisogno di lui.

permalink | inviato da stefano menichini il 3/6/2010 alle 23:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Giornali
8 settembre 2009
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Il paese dove sfilano i dittatori
Già ci aveva scherzato Robin su Europa, a conferma che l’affare era serio. Ma neanche Robin poteva immaginare quanto la visita di Chávez  a Venezia sarebbe stata presa sul serio dal Corriere della Sera: apertura di prima, le prime due pagine del giornale, l’editoriale di Pierluigi Battista.  Un evento di prima grandezza dunque, che per il Corriere testimonia del cedimento dell’intellighenzija italiana al populismo, della sudditanza al «dittatore in erba» e al suo mito, dell’ignoranza dei suoi crimini.
Molto condivisibile. La passeggiata trionfale di Chávez e del suo aedo Oliver Stone al Lido resterà come uno dei momenti di ottundimento del nostro establishment culturale, per quanto alla fine la folla plaudente fosse limitata a pochi simpatizzanti e compatrioti del dittatore, oltre che ad alcuni critici cinematografici militanti, e militanti non da oggi. Insomma, un comportamento criticabile ma non abbastanza diffuso da giustificare la reprimenda di Battista (un po’ maramalda, di questi tempi) contro «la cultura di sinistra che qui grida al regime ma non vede la fine di ogni contrappeso democratico in Venezuela».
Non l’avremmo scritto, se non ci fosse stata questa eccentrica e apprezzabile scelta di enfasi giornalistica, ma insomma: traggano qualche conclusione al Corriere dalla propria meritevole costanza nel denunciare i populismi con i quali ci troviamo a fare i conti.
Tutte le democrazie devono scendere a patti con la realpolitik e con le dittature ricche di gas. Ma ci sarà una ragione se l’Italia è l’unico paese nel quale l’appeasement e l’accoglienza trionfale non stonano coi costumi locali, non stridono per contraddizione ma anzi richiamano analogie, perfino rivendicate ed esibite a livello governativo come è accaduto con Putin e Gheddafi.
Potremmo dire che in tre quarti del mondo un red carpet con Berlusconi farebbe scandalo quanto quello veneziano di Chávez, ma sarebbe battuta facile ancorché purtroppo verissima. Preferiamo invitare l’attentissimo Corriere ad alzare la sua soglia critica anche verso il relativismo democratico che si è insediato in un palazzo che conta molto più di quello del Cinema, e con un seguito assai più numeroso della corte di Chávez.

permalink | inviato da stefano menichini il 8/9/2009 alle 23:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Giornali
3 marzo 2009
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Battista, la privacy, i giornalisti...
Io sono d'accordo con questo articolo certo un po' provocatorio di Pigi Battista sul Corriere della Sera, nel quale si attacca frontamente l'atteggiamento corporativo dei giornalisti italiani sul tema della privacy e delle intercettazioni telefoniche. Sono talmente d'accordo che mi aspetto dal grande giornale di cui lui è vicedirettore che testi delle intercettazioni non ne vengano pubblicati mai più.
permalink | inviato da stefano menichini il 3/3/2009 alle 16:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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