.
Annunci online


Politica
5 aprile 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Articolo 18, è finita come doveva finire
Ora aspettiamo, senza grande fiducia, i commenti magari anche un po’ autocritici di tutti coloro che sull’articolo 18 avevano predetto qualsiasi catastrofe: la morte del Pd, la sua scissione, la crisi di governo, la fine dell’esperienza di Monti, le mobilitazioni di piazza, il riacutizzarsi di tensioni, magari perfino l’esplodere della violenza.
Fino all’altroieri, ancora durante il viaggio asiatico del presidente del consiglio: ogni frase e ogni battuta dissezionate, per ricavarne le tracce di uno scontro, di un divorzio inevitabile, di un irrigidimento reciproco che poteva portare solo a un vincitore e a uno sconfitto.
Non è andata così, non andrà così. Innanzitutto per il bene dell’Italia, che un pezzo alla volta sta cambiando davvero: la crisi morde, trascina ancora giù i mercati e l’economia, fa male alle persone. Ma il paese si mette nelle condizioni di reagire, di mettere a posto i fondamentali e girare pagina dell’agenda. La pagina prossima, parlando di lavoro, non potrà che essere quella dell’oppressione fiscale che lo appesantisce e che rende l’occupazione improba per chi deve offrirla e per chi la sta cercando.
È solo la logica delle cose che ha finito per dar ragione a chi, come noi, aveva scommesso fin dall’inizio sull’esito positivo della riforma del mercato del lavoro. Anche nei giorni in cui tutti, su tutte le sponde, si facevano trascinare dalla drammatizzazione, abbiamo tenuto fermi pochi punti di analisi, che valgono del resto fin dalla nascita del governo Monti e continueranno a valere ancora per un bel po’.
Pur nel suo valore emblematico, l’articolo 18 corretto e perfezionato ieri non ha mai smesso di essere solo una parte di un’operazione molto più ampia. L’ha ricordato spesso il capo dello stato, che in questa vicenda ha svolto una funzione essenziale di ispirazione, copertura politica, smussatura degli angoli.
Ma in realtà nessuno di coloro che erano destinati ad avere l’ultima parola – il governo e la maggioranza parlamentare – ha mai avuto il minimo interesse a far saltare su questa singola mina la riforma Fornero, che poi avrebbe trascinato con sé l’intera esperienza montiana.
Chi temeva (o sperava?) che il Pdl di Berlusconi e Alfano avrebbe approfittato della situazione per menare un colpo a Bersani, non ha capito in quale fase siamo. A parte l’investimento che il Pdl fa, al pari degli altri, sulla permanenza di Monti, c’è il discorso dello stato del paese: davvero pensiamo che esistano politici che abbiano voglia, in questo momento, di intestarsi una battaglia per licenziamenti più facili? Davvero vediamo in giro tutte queste Thatcher e questi Reagan, che del resto non avuto autentici emuli italiani neanche quando il centrodestra poteva spadroneggiare?
Una parte della sinistra italiana continua a battagliare contro un nemico inventato, costruito a tavolino per poter giustificare la propria paura del cambiamento.
Questa stessa parte della sinistra, minoritaria ma capace di influenzare il mainstream mediatico, aveva dato corpo all’immagine di un Pd messo alle corde, condannato a soccombere davanti a una prova che coinvolgeva la sua base sociale ed elettorale: o succube del perfido neoliberismo bancario, o risucchiato all’opposizione dai suoi legami col sindacato e dalla competizione più estremista.
Non si può negare che il Pd abbia ballato, per tic antichi e per subalternità all’immagine che gli altri dipingono di questo partito che invece, evidentemente, comincia a svolgere davvero il ruolo per il quale è stato pensato, voluto, fondato.
Prima ancora che cominciasse la trattativa con le parti sociali sulla riforma Fornero, in piena bagarre sulle liberalizzazioni, abbiamo scritto su Europa che la linea di Bersani di rimettersi in ogni caso all’esito del tavolo aperto a palazzo Chigi con sindacati e Confindustria era comprensibile, ma timida. E che anzi il Pd, per le competenze che ha e per la sua specifica vocazione, avrebbe potuto mettersi a disposizione per dare i giusti consigli e risolvere i nodi più intricati: era il 25 gennaio, a distanza di settanta giorni possiamo dire di averci visto giusto.
Ma non per capacità divinatorie, bensì in coerenza con un investimento sul Pd come motore della stagione riformista in corso, come partito che si candida alla responsabilità di governo di domani esercitando fin da oggi il ruolo di perno del sistema politico.
Pier Luigi Bersani esce protagonista e vincitore da questa partita perché l’ha giocata con questo spirito. L’uomo, al quale spesso si negano virtù carismatiche, ha però speso tutte le sue doti di pragmatismo. Su questa vicenda, finalmente, può a buon diritto rivendicare una leadership, di cui è componente essenziale (e non a caso ricordata) l’autonomia del partito rispetto alle confederazioni sindacali.
Certo Bersani sperava che la soluzione potesse essere più facile, che Cgil e governo potessero intendersi prima e da soli. Non è successo per limiti reciproci, che però nessuno ha voluto esasperare: Camusso ha sempre tenuto la posizione confederale al di qua della linea di non ritorno (e infatti Landini e Cremaschi sono rimasti all’opposizione interna anche nei giorni più caldi); e Monti ha confermato di essere un vero premier politico, capace della flessibilità nel momento giusto, anzi perfino prima del momento giusto: la correzione sull’articolo 18 è arrivata prima dello sbarco in parlamento per un elementare motivo di prudenza che ha fatto premio sulle petizioni di principio.
Tanto, il professore della Bocconi uno “storico” risultato di metodo l’ha ottenuto comunque: ha chiuso l’era della concertazione, ha tolto alle organizzazioni dei padroni e dei lavoratori il loro tradizionale potere di veto e ha riportato la decisione politica ultima laddove deve stare per dettato costituzionale. Cioè nella dialettica fra governo e forze parlamentari. A giudicare dalle prime reazioni, chi ha preso peggio questa novità non sono neanche i sindacati bensì alcune (non tutte) organizzazioni imprenditoriali: hanno da ripensare su molte cose.
Tra le molte lezioni che questa vicenda ci lascia, c’è una dura sconfitta dell’oltranzismo e del populismo.
Abbiamo attraversato quasi vent’anni di storia italiana durante i quali sembrava che dovessero sempre averla vinta quelli che la sparavano più grossa, quelli che rimanevano più compatti intorno alle proprie bandiere, quelli che dichiaravano la sacralità delle proprie posizioni e in nome di questa sacralità si sentivano autorizzati a ogni esasperazione polemica.
Se mai c’è stato qualcuno anche nel Pd tentato da questa forma vecchia della battaglia politica, ha sicuramente imparato molto in questi quattro mesi. E un contributo alla chiarezza l’ha dato quel monumento alla demagogia e all’opportunismo che si chiama Antonio Di Pietro: dal primo all’ultimo momento, per fortuna, l’abbiamo sempre trovato sulle posizioni sbagliate, a dire le cose più orrende, nel momento peggiore.
Ora è davvero una storia finita, quella dell’alleanza con questo profittatore delle disgrazie altrui: un’alleanza che, lo dicemmo fin dal primo giorno nel 2008, non si sarebbe mai dovuta stringere.
La storia del Pd seguirà altri percorsi, non più facili ma più limpidi, più coerenti, e sicuramente più vincenti. 
permalink | inviato da stefano menichini il 5/4/2012 alle 8:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
31 marzo 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Monti lancia un avviso per il dopo-Monti
La drammatizzazione ricercata negli ultimi giorni da molti giornali e da qualche politico si stempera, com’era facilmente prevedibile e come avevamo previsto.
Non perché la situazione del paese non sia grave: recessione dichiarata, disoccupazione crescente, aumento dei prezzi, pressione fiscale, flusso del credito al minimo, ora anche la nuova fiammata dello spread. I segnali positivi delle ultime settimane sembrano dimenticati. Le tragedie individuali di lavoratori, imprenditori, artigiani assurgono a rango di simbolo.
Eppure non s’accende la miccia accesa da chi vorrebbe far esplodere l’Italia sull’esempio greco. La tensione c’è, i sindacati organizzano la protesta. Tutto però rimane allo stato di dialettica politica. I varchi per risolvere le questioni più dure sono ancora aperti.
La lettera di Monti al Corriere ripropone lo schema di rapporto fra governo e partiti già enunciato spesso. Fa presente – lo notavamo su Europa nel giorno del discorso di Seoul – che c’è una comunicazione verso l’esterno che non va confusa con quella domestica. E qui Monti inserisce la vera criticità, quella della quale dovrebbero farsi carico tutti invece di dedicarsi a elucubrazioni sull’ideologia sommersa dei professori, sul loro dna di destra, sul pensiero unico bocconiano o sul disprezzo per la democrazia nascosto dietro le parole sullo scarso consenso dei partiti (tutte cose lette non solo su manifesto o Fatto ma anche su Repubblica e Unità, su Giornale e Libero).
L’unico problema che ci si dovrà porre per il dopo-Monti, e che proprio Monti ricorda, è come fare a mantenere l’efficacia delle decisioni e l’indispensabile credito internazionale miracolosamente recuperati da novembre a oggi. È un problema di persone, certo, ma soprattutto di politiche, e di consapevolezza dei limiti che il paese non ha affatto superato, della necessità di completare e applicare riforme struturali che sono appena ai primi passi.
I segretari dei partiti della maggioranza hanno ogni diritto di battersi sulle proprie posizioni già adesso, in ogni occasione in cui questo sia possibile. Sanno però di avere margini di manovra limitati: la rottura, teoricamente sempre possibile in politica, stavolta non è consentita.
Qualunque partito decidesse di far saltare il tavolo, fosse anche per ottimi motivi, verrebbe immediatamente additato come il responsabile di un ritorno all’indietro: alla stagione dei calcoli di parte, dei veti, degli interessi politici a breve anteposti al bene generale. L’opinione pubblica, per molti motivi intrecciati fra loro, ha già una forte predisposizione negativa: sarebbe implacabile nella condanna (e davvero qui destra e sinistra non c’entrano). Non parliamo neanche dei giudizi internazionali.
Pier Luigi Bersani sa tutto questo e, pur scontando enormi difficoltà ambientali, si sta dimostrando abile a tenere insieme la fedeltà all’operazione Monti e l’autonomia del proprio partito.
Sulla vicenda più difficile di tutte, la riforma del mercato del lavoro, quello che era stato annunciato, presentato e in parte gestito come un bagno di sangue per il Pd potrebbe trasformarsi nel suo opposto: una prova di forza ed equilibrio politico dalla quale uscire come il vero partito-perno del sistema, centrale per far passare le riforme, anche quelle più difficili.
Tutto si giocherà sulla manovra parlamentare, appoggiata a una mobilitazione sociale non isterica: dalla Cei alla stessa Cgil, passando per Cisl e Uil e il mondo delle imprese minori, tutti coloro che hanno segnalato i problemi della riforma hanno però anche respinto le istanze di assoluta conservazione dell’esistente. È una ragionevolezza alla quale Monti e Fornero non possono voltare le spalle, e che il Pd può interpretare in maniera concreta lasciando ad altri – a Di Pietro, purtroppo a Vendola, alle varie schegge dell’antipolitica in competizione fra loro – la parte non simpatica e fine a se stessa degli urlatori.
In questo modo di afferma e si costruisce, qui e adesso, il diritto a presentarsi domani agli elettori come una forza di governo giusta e responsabile.
Guarda caso, esattamente ciò che suggerisce Monti nella lettera al Corriere: nella vicenda italiana attuale, tutti devono cambiare un po’, i partiti non potranno uscirne uguali a come vi sono entrati. Ben prima che li usasse Monti, però, questi erano gli argomenti di chi, nel Pd, si batteva per l’ipotesi del governo di transizione anche per contrastare l’illusione (presente nel Pd e nel centrosinistra) di una autosufficienza elettorale, politica e programmatica già acquisita.
I fatti hanno dimostrato che no, non eravamo pronti. Che non è stata solo generosità, quella di Bersani nel cedere e nel condividere il peso del governo della crisi. Non è vero che il centrosinistra, sia pure unto dalla volontà popolare, sarebbe stato in grado di fare meglio di quanto è stato fatto da novembre a oggi: la parte che stanno recitando Di Pietro e a tratti anche Vendola lo conferma. Per dire tutta la verità: i leader sindacali non avrebbero concesso a un ministro di centrosinistra (probabilmente un loro ex collega) ciò che hanno concesso a Fornero, per il semplice motivo che non gli sarebbe stato richiesto.
Bene allora se Bersani impedisce che si commettano ora (in vista del Piano nazionale delle riforme di Monti) gli errori che si stavano per commettere nel 2011 quando nel Pd ci si irrigidiva sulla intangibilità del sistema pensionistico, sulla intoccabilità dell’articolo 18, sulla impraticabilità del pareggio di bilancio in Costituzione: affermazioni perentorie destinate a essere travolte da un processo politico più forte.
Molto più fruttuoso, politicamente, stare dentro questa stagione come protagonisti, anzi possibilmente come problem-solver, come potrebbe essere sull’articolo 18. Non è solo un ruolo obbligato, per cause di forza maggiore: sono le fondamenta del nuovo Pd, competitivo nel 2013 contro chiunque. Allora non è così sorprendente, né episodico, che su queste basi Bersani abbia ricostruito l’unità interna. 
permalink | inviato da stefano menichini il 31/3/2012 alle 7:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
27 marzo 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
È il contrario della crisi
I lettori di giornali – e a maggior ragione il presidente Monti – dovrebbero da oggi valutare le notizie politiche facendo la tara della campagna elettorale per le amministrative virtualmente iniziata. Certe fiammate polemiche tra Pd e Pdl, la querula auto-riproposizione del Terzo polo come vero “partito di Monti”, le ricorrenti sparate di Di Pietro: tutto va inquadrato dentro quella che i partiti considerano inevitabilmente la mission principale.
Per mettere al riparo il lavoro del governo e del parlamento in questa fase è meglio smussare gli angoli. Per esempio l’osservazione fatta dal premier sulla possibilità di mollare «nel caso l’Italia non fosse pronta per le riforme» va intesa come una ipotetica del terzo tipo: in realtà il paese sta dimostrando un’eccezionale tenuta e anzi reattività positiva alla cura da cavallo propinata dal governo, come Monti stesso ricorda sempre agli interlocutori stranieri. Né ci si può lamentare più di tanto dell’Italia politica, se la maggioranza è ancora lì dopo che per quattro mesi i partiti hanno dovuto accettare misure che, ognuno per parte propria, andavano contro i rispettivi programmi ed elettorati.
Ieri poi il Pd ha compiuto un piccolo capolavoro, che Monti (e Napolitano) avranno silenziosamente apprezzato: invece di cedere alle tentazioni (e alle proposte) di aprire nel paese e nelle piazze una vertenza sul lavoro, tutte le componenti si sono strette intorno all’obiettivo di correzioni parlamentari sull’articolo 18. La riforma ne risulterà più equilibrata e, anche se la Cgil non si placherà, il Pd avrà allo stesso tempo rinforzato la posizione del governo e rilanciato se stesso come perno dell’alleanza.
Fresco di citazioni berlingueriane, Bersani ha compiuto nel Pd una tipica operazione centrista che anche molti ex dc avranno potuto riconoscere come parte del proprio bagaglio. La convergenza delle ali è stata piena, compreso il ripudio delle logiche correntizie. Come s’addice a un partito in campagna elettorale; a un partito comunque primo nei sondaggi nazionali; e a un partito che sa di dover continuare a difendere davanti alla propria gente scelte non facili. 
permalink | inviato da stefano menichini il 27/3/2012 alle 10:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
23 marzo 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
A chi conviene la drammatizzazione?
La temperatura è scesa di botto. Abbiamo vissuto mercoledì un giorno di dramma, ieri la situazione s’è stabilizzata: difficile, complicata, conflittuale, ma non quella tregenda di cui abbiamo letto ieri su molte prime pagine.
La partita sulla riforma del mercato del lavoro è aperta. Oggi il governo varerà un provvedimento ampio e innovativo, pieno di contributi portati in due mesi dalle parti sociali, e lo consegnerà al parlamento. Qui la maggioranza si misurerà sulle modifiche che, in particolare sui licenziamenti economici, sono considerate necessarie da settori diversi della società e della politica.
Sarebbe stato da ingenui aspettarsi che Monti modificasse il proprio testo già ieri: c’è una logica, nel consegnare la responsabilità al parlamento. Rientra nella dialettica istituzionale. Casomai sarebbe stato improprio cambiare le carte sulla base di pressioni e trattative sotterranee, che pure ovviamente ci sono.
Sarà però utile tornare alla drammatizzazione di mercoledì. Un po’ opera di politici e sindacalisti, un po’ dei media. Epicentro del terremoto virtuale, sempre il Pd, del quale subito si è evocata la scissione, la fine, la morte sull’altare del tema più caldo per i suoi elettori. Certo ha giocato la pigrizia di chi facendo i giornali prova a ricreare nell’era Monti il clima surriscaldato che abbiamo alle spalle.
Si avverte però anche la voglia neanche tanto sottile di liquidare l’anomalia Pd separandolo in una presunta sinistra sociale e una presunta destra liberale, che se esistessero davvero sarebbero entrambe minoritarie e perdenti. Il Pd è molto di più. In questa occasione, rappresenta la speranza per il mondo del lavoro di ammodernarsi senza lasciare nessuno indietro, anzi includendo la galassia degli esclusi.
Sul mercato politico nessuno è in grado adesso di garantire analoga centralità nel dibattito e nello sforzo riformista. Che lo si attacchi da fuori per questo motivo, si capisce bene. Ma se qualcuno all’interno volesse rinunciare a una simile straordinaria chance, questo si spiegherebbe solo con la irriducibilità del ben noto filone tafazzista della sinistra italiana. 
permalink | inviato da stefano menichini il 23/3/2012 alle 8:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
22 marzo 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
articolo 18 monti fornero pd camusso cgil
La soluzione non è lontana
Se c’è una logica in quanto è accaduto nelle ultime ore, non dovrebbe essere difficile trovare una soluzione per consegnare all’Italia (e in particolare ai giovani e alle donne) la buona riforma del mercato del lavoro del ministro Fornero. Il punto di rottura è talmente focalizzato e specifico, a fronte di cambiamenti che investono l’intero mondo del lavoro, che il danno in caso di fallimento non vale il rischio degli irrigidimenti.
Qui non sono in ballo i cosiddetti equilibri politici, qui conta la sostanza. La forzatura vera di Monti non è stata neanche sull’articolo 18, bensì sull’abrogazione del metodo consociativo che ha fin qui deresponsabilizzato la politica, attribuendo alle parti sociali un potere di veto (la famosa “firma”, che stavolta non ci sarà) inaccettabile in una società molto più complessa e ampia di quanto siano le loro rappresentanze.
Questa è l’acquisizione strategica del governo, in aggiunta alle modifiche elencate da Fornero. Questa è la novità che non potrà non essere colta dai famosi interlocutori internazionali. Questa è un’altra delle conquiste di Monti che sarebbe stata impensabile in passato, sia al tempo degli accordi separati di Sacconi che al tempo dei ministri sindacalisti.
Ma se questo è il vero cambio di paradigma, la restituzione al parlamento del potere sovrano non può essere finzione. Sono stati per primi Napolitano e Monti a valorizzare questo ritorno di centralità: saranno conseguenti.
Lasciamo perdere gli scenari di crisi della maggioranza: è fantapolitica. Il Pd contribuirà a migliorare in senso “tedesco” il capitolo licenziamenti e poi farà sua una riforma che in gran parte nasce dalle sue stesse elaborazioni: chi altri in Italia s’è occupato di lavoro? Alfano?
Lo scontro con la Cgil della durissima Camusso di ieri può perfino risultare salutare: se il dissenso si incanalerà tutto nella confederazione, senza altri sbocchi estremistici; e se ognuno riscoprirà il gusto di fare il proprio lavoro. Forse sono davvero finiti i tempi dei programmi fotocopia, fossero quelli di Berlusconi e Confindustria o quelli della sinistra e dei sindacati. 
permalink | inviato da stefano menichini il 22/3/2012 alle 7:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
21 marzo 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Riforma Fornero, la strada da prendere
Si sapeva che sarebbe stata la partita più difficile. E lo è, anche mettendo da parte le liturgie che in queste occasioni fanno sempre riscaldare la temperatura nelle ultimissime ore, conducono sull’orlo della rottura, impongono rinvii e congelamenti delle discussioni.
Impossibile dire, ieri sera, se il confronto sul nuovo mercato del lavoro potrà chiudersi positivamente fra le parti sociali, come appare a tutti essenziale. La giornata decisiva sarà domani, con l’ultimo incontro con il governo. Ma già oggi tante cose si capiranno dalla cruciale riunione dello stato maggiore della Cgil.
In un quadro così delicato, ieri Monti ha messo sul tavolo una posizione che rappresenta una novità in questo campo. Potrebbe rivelarsi solo una mossa tattica, per spingere i sindacati a firmare, ma l’annuncio che la riforma sarà portata in ogni caso in parlamento, limitandosi ad “allegare” le opinioni delle parti sociali, vuol dire restituire alla politica e ai partiti la responsabilità ultima per un cambiamento di regole che in effetti riguarda tutto il paese, comprese intere fasce sociali che nessuno rappresenta ai tavoli di palazzo Chigi.
Il governo non ha forzato la mano. Ha detto la sua, ha trattato, ha corretto le posizioni, ha dato il tempo necessario. Sono state fatte gaffes evitabili, il messaggio di fondo però è rimasto coerente, quello di inizio mandato: siamo qui per cambiare nel nome soprattutto di giovani e donne. L’ha ripetuto ieri Fornero (che anche per questa esposizione risulta essere il ministro più conosciuto e apprezzato), disegnando il mercato del lavoro di un paese molto diverso dall’Italia che abbiamo conosciuto.
La riforma appare ampia. Mette sulle aziende il giusto carico, per i costi del lavoro a tempo determinato e degli ammortizzatori.
Là dove tocca l’articolo 18, la Cgil non accetta la linea Fornero ed è improbabile che ci ripensi nelle prossime ore. Il che, considerata la determinazione di Monti a procedere in ogni caso in parlamento, metterà il Pd di fronte a una scelta difficile. Bersani s’era già sbilanciato positivamente cinque giorni fa, dopo il vertice dei segretari.
È vero, Monti rischia. Il Pd però ci sarà ancora quando Monti non sarà più premier: si può dire che rischia anche di più. Secondo noi, non può non imboccare la strada aperta, finalmente, verso un’altra Italia del lavoro, così come ieri sera la descriveva Elsa Fornero. 
permalink | inviato da stefano menichini il 21/3/2012 alle 9:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
20 marzo 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Quei maledetti sondaggi
I sondaggi non sono la Bibbia e certo non devono guidare la politica, come invece è accaduto. Vanno però usati, capiti, non rifiutati come strumento del demonio.
Il Pd sbaglia quando reagisce con nervosismo ai sondaggi (in particolare di Repubblica o de la7) che oltre a misurare lo stallo dei suoi consensi segnalano la crescita dell’opinione favorevole a un improbabile “partito di Monti”. Ieri Demos per il giornale di Ezio Mauro lo cifrava addirittura al 24 per cento: primo partito, scavalcando un Pd che cederebbe all’ipotetica lista talmente tanti voti da farsi perfino superare dal derelitto Pdl.
Resistendo alla tentazione di maledire Repubblica (che certo non risparmia nulla a Bersani), il dato va comparato con quello contemporaneo (e ovviamente non ostile) dell’Unità.
Perché anche per Tecnè sull’Unità l’attuale primo posto del Pd (26 per cento, come le Europee 2009) è solo teorico, vista la marea del 46 per cento di area del nonvoto. E perché fra le due ricerche c’è un evidente punto in comune: la sfiducia verso i partiti (non verso la politica) invece di diminuire aumenta; e chi si allontana di più è (per Tecnè) proprio quell’elettorato deluso, de-ideologizzato e permeabile a suggestioni tecniche che (per Demos) correrebbe a votare Monti indifferente al suo essere più di destra o di sinistra, e perfino passando sopra a riforme non condivise come quella dell’articolo 18.
Non piace, ma è un dato che va capito. Non nasce da una dislocazione sull’asse sinistra-destra. Sicuramente si gonfia per gli scandali e le campagne anti-partiti. Svela però anche una forte domanda di decisione pratica dei problemi, di leadership, di capacità di affrontare e sciogliere i nodi del paese senza farsi immobilizzare dai veti.
Per evitare che la profezia si auto-avveri non serve arrabbiarsi coi sondaggi, occorre prendere di petto i punti deboli che essi rivelano. Su tutti i temi in agenda non è un problema di linea scelta, quasi sempre quella giusta per il bene del paese (e capita come tale dagli elettori): è un problema di chi riesce a interpretarla con maggiore credibilità. E non è una partita chiusa. 

permalink | inviato da stefano menichini il 20/3/2012 alle 20:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
17 marzo 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
articolo 18 monti pd bersani camuso cgil
Qui comincia il Monti Due
È come se fossimo al Monti Due, in questa specie di mini-legislatura inserita nella sedicesima legislatura. Il governo che doveva essere a sovranità limitata (e così era considerato da molti, soprattutto nel Pdl ma anche nel Pd) ha conquistato sul campo una sovranità piena. Come Napolitano voleva fin dall’inizio, come Monti non era riuscito a ottenere dai partiti fino alla maratona di giovedì sera.
Tutte le intese di merito raggiunte a palazzo Chigi andranno verificate nel concreto: ci vorranno atti del governo e atti parlamentari, e prima di ogni altra cosa la chiusura della trattativa sul lavoro fra le parti sociali. Non sarà facile.
Su articolo 18 e dintorni, è impensabile che Bersani si sia esposto a dire dei sì politici senza aver avuto un via libera dalla Cgil. Ora però è proprio nella confederazione di corso Italia che si apre la faglia più rischiosa. Si sapeva da mesi che per Susanna Camusso sarebbe arrivata questa difficile prova: era inevitabile la sua frenata di ieri (certo non può portare in Cgil un agreement firmato dai partiti), ora merita di essere sostenuta col silenzio, o come fa oggi indirettamente Bonanni su Europa.
Durissima sarà anche la partita sulla giustizia, con alte grida che già si alzano contro chissà quali regali fatti da Bersani a Berlusconi tramite Alfano. Isterie. Su ognuno dei temi (intercettazioni, corruzione, concussione, responsabilità civile) il Pd ha posizioni note, da molto tempo. Ed è Bersani che s’è dovuto imporre per sbloccare le resistenze Pdl contro la legge sulla corruzione.
La controprova delle virtù risanatrici di Monti (risanatrici delle finanze e dell’etica nella gestione) dovrà presto essere fornita sulla Rai: è impensabile che il premier deluda un impegno che lui stesso ha pubblicamente assunto.
Questo ampio rinnovato investimento politico servirà a Monti e all’Italia per superare in relativa sicurezza la fase tribolata delle elezioni amministrative. I partiti hanno dato, chi più volentieri chi meno, un’altra prova di responsabilità. Che li lascia liberi di contendere nell’immediato, ma certo rende loro più complicato il problema di prospettiva: far funzionare la formula di maggioranza attuale, e far funzionare Monti, alza ulteriormente l’asticella di coloro che fra un anno dovranno convincere gli elettori di avere in mano una formula migliore, e di saper fare meglio del Professore. 
permalink | inviato da stefano menichini il 17/3/2012 alle 10:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
24 febbraio 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
pd bersani cgil cisl fiom monti articolo 18
Il Pd starà con Monti, ecco perché
A questo delicato tornante, se dovessimo puntare un euro punteremmo su un accordo sul mercato del lavoro e su un esito controverso della partita sulle liberalizzazioni: il decreto è talmente ampio e articolato che ognuno potrà trovarci il meglio e il peggio, a piacere.
Ma il tema del momento, lo sappiamo, è la tenuta del Pd nel pieno della trattativa fra governo e sindacati. Dovessimo giudicare dai giornali, la stessa unità del partito è messa seriamente a rischio, fino al limite della rottura.
La logica delle cose va in tutt’altra direzione. I dirigenti democratici faranno i bravi.
Per prima cosa leggeranno con attenzione cosa si dice (per esempio oggi su Europa Paolo Natale) a proposito dell’opinione dei loro elettori: i quali stanno con Monti, a larghissima maggioranza e soprattutto a proposito di riforma del mercato del lavoro. Non è strano: chi conosce le ingiustizie e le iniquità del lavoro non può che tifare perché le cose cambino, non può desiderare di conservare l’attuale babele contrattuale e lo sterminato mondo degli esclusi e non garantiti.
Quelli poi che nel Pd invocano ogni giorno il ritorno al primato della politica torneranno a studiare un po’ di classici, casomai avessero dimenticato che partiti e sindacati fanno mestieri diversi. E che le leggi le fa il parlamento. La concertazione è massimamente auspicabile, soprattutto in tempi di crisi come dice Bersani. Ma la Costituzione non può essere stravolta fino al punto di delegare a Bonanni e Camusso la potestà legislativa.
Infine c’è il Pd. Immagino che tutti, nel Pd e in particolare nella sua segreteria, vogliano vincere le prossime elezioni. Allora ricordino che a votare ci vanno tutti gli italiani. Non solo quelli di sinistra, non solo quelli sindacalizzati, non solo quelli della Cgil, non solo i lavoratori attivi della Cgil (e nel décalage numerico ci fermiamo qui, senza restringerci addirittura alla Fiom di Landini, ormai stravolta rispetto alle sue grandi tradizioni fino a farne un partitino di estrema sinistra).
Verrà un giorno in cui a Bersani verrà chiesto: ma quando sarà premier, le scelte le farà lei o le faranno Cgil e Cisl?
Lui potrà rispondere solo in un modo, se non vorrà davvero lasciare campo libero a competitori più svincolati da interessi organizzati.
Per essere creduto quel giorno, Bersani deve fare la cosa giusta oggi. Che coincide con la difesa dell’autonomia del Pd. Lui lo sa. Anche per questo ieri sera l’incontro con Monti è andato bene. Anche per questo, placati gli ardori giovanili dei suoi ragazzi, Bersani continuerà a sostenere e aiutare Monti: dovesse andare male al Professore, la prima vera vittima sarebbe proprio il Segretario. 
permalink | inviato da stefano menichini il 24/2/2012 alle 20:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
24 gennaio 2012
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Monti-Fornero davanti al muro dei sindacati
Nella sua corsa a ostacoli, Mario Monti è arrivato davanti al primo vero muro. Che non è quello dei tassisti, né quello degli avvocati o dei notai, e neanche quello dei padroncini dei Tir che vorrebbero paralizzare il paese. Con queste categorie in un modo o nell’altro si risolverà, perché il governo s’è già preso un bel vantaggio nei loro confronti.
Il muro se l’è trovato di fronte Elsa Fornero ieri dopo essersi illusa che le confederazioni sindacali e la Confindustria (ma anche Rete imprese Italia, l’associazione dei medi, piccoli e coop) avrebbero anche solo accettato il metodo di discutere un progetto dettagliato presentato loro dal governo.
Dopo tante polemiche intorno all’articolo 18, Fornero ha spiazzato tutti presentando qualcosa di ben più corposo, sostanziale e rivoluzionario rispetto alla tradizione italiana: la trasformazione della cassa integrazione speciale (vale a dire eterna) in disoccupazione sostenuta da un reddito minimo di reinserimento.
Non si è neanche arrivati a discuterne: sindacati e Confindustria hanno alzato il muro fin dalla questione di metodo. Semplificando molto: dopo anni in cui le parti sociali denunciavano l’assenteismo governativo dalle trattative in materia sociale, ora all’opposto rivendicano a sé la titolarità esclusiva delle discussioni (e degli eventuali accordi) sulla riforma del contratto e degli ammortizzatori sociali.
C’è dietro a questo niet una concezione che esclude dal processo decisionale chiunque non sia rappresentato né da sindacati né da Confindustria (dunque addio alla pretesa di Monti e Fornero di agire in nome e per conto dei giovani non garantiti, ma anche addio alla sovranità del parlamento). E soprattutto c’è il rigetto di un’ipotesi di riforma degli strumenti che proteggono i lavoratori dalla crisi che appare in effetti molto ambiziosa. Difficile da pensare, da mandare giù, da praticare e soprattutto difficile da finanziare.
La galoppata di Monti si trasforma nel faticoso attraversamento di un guado insidioso. E stavolta nessun partito, questo è sicuro, sarà disposto a dargli una mano.
permalink | inviato da stefano menichini il 24/1/2012 alle 7:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
28 dicembre 2011
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
La fase 2 parte subito
Lo speravamo, l’avevamo scritto come auspicio prenatalizio: che il governo Monti si desse da fare violando la tradizionale pausa festiva, dando agli italiani il segnale di un’attenzione all’altezza della perdurante emergenza. Dunque ci sarà oggi il consiglio dei ministri, anche se sarà un consiglio più politico che esecutivo: nessuna misura, nessun provvedimento, “solo” l’enunciazione con un certo dettaglio dell’agenda di gennaio.
Dunque oggi Monti definisce più precisamente una roadmap che, a leggere i giornali, sembrava dover essere onnicomprensiva. Invece sarebbe meglio distinguere tempi e temi.
Per esempio, sulle liberalizzazioni: certo il governo avrà voglia di prendersi una rivincita sui veti subiti a proposito di taxi e farmacie, ma come nell’ultimo dibattito parlamentare ha fatto notare Bersani, ci sono anche altre materie ben più corpose sulle quali intervenire aprendo il mercato.
Così ci si può aspettare che oggi si cominci a parlare di gas, di assicurazioni, di carburanti, di trasporti, di professioni. Tutti interventi che, al di là di essere sacrosanti e anzi tardivi, hanno due pregi aggiuntivi non da poco.
Il primo è che danno la possibilità di una comunicazione efficace ai cittadini, ai quali si possono descrivere cambiamenti e semplificazioni della loro vita quotidiana (domani poi Monti avrà la conferenza stampa di fine d’anno, un tipo d’evento che ha dimostrato di saper gestire bene).
L’altro considerevole vantaggio è che le liberalizzazioni nei settori pesanti sono anche nel carnet delle richieste dei sindacati, ai quali dopo l’incidente sull’articolo 18 c’è la possibilità di dimostrare nei fatti quali siano le priorità dell’agenda. Nessuno si illude che il punto dolente della riforma del mercato del lavoro non arrivi, presto, a riacutizzare lo scontro fra Monti e le confederazioni. A maggior ragione, però, il premier ha bisogno di arrivarci forte politicamente di acquisizioni su altri fronti, a scapito di qualche corpo sociale o potere più forte.
L’importante – per chi teme giustamente le dilazioni della politica dei due tempi – è che la Fase due del governo Monti cominci davvero subito. La pazienza degli italiani regge, ma non merita dilazioni. Quella dei mercati poi, s’è visto, non esiste proprio. 
permalink | inviato da stefano menichini il 28/12/2011 alle 17:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
23 dicembre 2011
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Dietro il velo delle polemiche
C’era una perfidia neanche tanto sottile, nella coda del discorso di Mario Monti ieri al senato. Quando, riferendosi evidentemente ai resoconti di stampa sui suoi vertici di mercoledì con Berlusconi e Bersani, il presidente del consiglio ha ringraziato i partiti della nuova maggioranza tecnica, «che mi appoggiano più di quanto lascino credere o dichiarino».
Se Monti fosse una figura del famoso teatrino della politica, una battuta del genere andrebbe annoverata sotto la voce: avvertimenti. Cari Pdl e Pd, io capisco se davanti ai vostri elettorati fate le facce sofferenti per i sacrifici della manovra, ma non esagerate. Perché anche io so comunicare con gli italiani: potrei ricordare loro che a palazzo Chigi mi avete chiamato voi e raccontargli come in privato mi incitiate ad andare avanti nonostante polemiche e freddezze pubbliche.
Monti non è un teatrante della politica, dunque non parleremo di avvertimento bensì di bonaria presa in giro. Con un bel po’ di verità dentro, però.
Di Berlusconi l’unica cosa oggettiva che si possa dire è che si è trasformato in uno straordinario fattore di stabilità del quadro politico. Per essere un leader detronizzato appena un mese fa dopo diciassette anni di egemonia, ha assorbito bene la botta. Fin troppo bene, per molti dei suoi sostenitori. È troppo presto, ancora non sappiamo quale sarà sul medio periodo l’impatto per il Pdl di questo disarmo. Quando incontra i suoi, il Cavaliere promette vigilanza, e la rivincita. Ma l’ha già comunque fissata al 2013, mentre tutte le sue scelte vere, impegnative, concrete vanno nella direzione di lasciare lavorare Monti per tutto il tempo che gli servirà.
Qualcuno potrebbe anche nutrire il sospetto di un distacco crescente, in più stadii, dall’impegno diretto. Esiti processuali come quello del caso Mills, ieri, aiuterebbero in questo senso.
Il discorso a proposito del Pd è parallelo ma molto diverso.
Rispetto al Pdl, i democratici danno l’idea di essere molto più impegnati nel confronto quotidiano col governo sulle misure economiche e sociali. C’è come un investimento maggiore, che naturalmente deriva dalla più netta vocazione sociale del partito di Bersani ma finisce per dare un’idea di tensione politica più forte, nel male ma anche nel bene. Infatti i berlusconiani più accorti ne soffrono, e cercano di recuperare terreno e visibilità su questi temi.
Bersani non perde occasione per ribadire che il Pd è altra cosa e ha altri programmi rispetto a Monti. La realtà quotidiana però è di relazioni frequenti e poi c’è quel fatto ineludibile: nell’agenda di Monti, Fornero, Passera, Barca, Riccardi, Profumo stanno confluendo anni e anni di elaborazione riformista. L’intesa politica col Pd non è certo facile ma il linguaggio è comune. Gli interventi di Bersani nel fuoco della polemica sull’articolo 18, pubblici e soprattutto privati, sono stati quelli di un facilitatore, non di uno che pone veti: l’effetto è stato rapido, positivo, come auspicato dal capo dello stato.
Le materie della fase due, per come enunciata ieri da Monti, sono il cuore della vocazione del Pd. Il governo ha intenzione di affrontarle sul serio, col metodo del dialogo ma per raggiungere risultati. Per questo motivo l’idea di un sostanziale disimpegno del Pd dalla vicenda del governo tecnico, da trattare a mo’ di parentesi, non solo è lunare ma si rovescia nel suo opposto: successi e insuccessi del governo, e come il Pd giocherà il proprio ruolo di pieno inevitabile coinvolgimento, definiranno i caratteri e la sorte del partito di Bersani. 
permalink | inviato da stefano menichini il 23/12/2011 alle 17:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
22 dicembre 2011
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Un'altra mela per Bersani
La partita che Bersani aveva dichiarato di voler giocare due anni fa – «Vediamo chi farà cadere la mela», quella con le sembianze di Berlusconi – è finita con un no contest. Bersani una volta ha detto che la caduta del Cavaliere è stata merito suo; altri potrebbero pensare che al momento topico il famoso cesto sotto il famoso albero l’abbiano infilato i tecnocrati; oppure il capo dello stato, regista della transizione; o magari il signor Spread e un paio di leader europei.
Non conta. La mela alla fine è caduta da sola, sta diventando marmellata di centrodestra. Pazzesco: del Grande Epilogo ora non importa semplicemente a nessuno.
La domanda ormai è: qual è la prossima partita? Su cosa misureremo capacità di leadership e di consenso ora che il duello con Berlusconi non è più l’alfa e l’omega?
Napolitano ha proposto il tema cruciale. Non solo martedì (in un discorso il cui significato è stato edulcorato su qualche giornale) ma da molto tempo. Potremmo tradurlo così: in Italia vincerà chi saprà dare una svolta concreta, tangibile, alla vita delle ragazze e dei ragazzi. Una riforma complessiva della politica, dell’economia e della società che abbia gli interessi delle giovani generazioni come priorità assoluta: questo è l’orizzonte disegnato dal capo dello stato, non per il futuro remoto ma per i prossimi mesi.
Messe così, le cose assumono altro senso. La polemica sull’articolo 18 come vediamo si diluisce, la posta diventa più alta: Monti, Fornero e gli altri sapranno proporre un quadro fattibile ed equilibrato di nuove tutele e opportunità di lavoro e reddito? I sindacati sapranno fare ciò che non hanno fatto mai, cioè rappresentare i non rappresentati? E il Pd, che è il luogo che ci interessa, saprà accettare la priorità, farsi cambiare da essa?
Bersani, con pragmatismo che non lascia spazio a ideologismi, sta giocando bene una partita che immaginava diversa. È sfidato sul tema che è la sua sfida: il lavoro. Sa che sarà dura, com’è successo sulle pensioni, ma ripete che non ci si può sottrarre. Lo scrivevamo martedì: il Pd ha chiesto di cambiare l’ordine dell’agenda. È stato accontentato dal governo. I passi falsi comunicativi sono stati corretti, a raffreddare i bollori sindacali ha provveduto il Quirinale.
Ora non si torna più indietro, non ci si ferma e sarà difficile rinviare. C’è un’altra mela da cogliere, stavolta nell’interesse di un intero paese. Ed è nel nostro campo. 
permalink | inviato da stefano menichini il 22/12/2011 alle 16:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
22 novembre 2011
stampa Versione per la stampa
Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag.
Per il Pd un mercato del lavoro pieno di mine
Si avvicina il momento di dare corpo all’impegno assunto da tutti i partiti ad appoggiare Monti nella sua ricetta per l’Italia. Ognuno dovrà mandare giù qualche boccone amaro e la cosa, oltre si spera a essere utile per definire un equilibrato pacchetto di interventi d’emergenza, sarà importante anche per dare una bella picconata alla demagogia che ci ha accompagnato in tutti gli ultimi anni.
È una soddisfazione amara vedere il Pdl acconsentire senza troppe storie alla ritorno dell’Ici: è ancora fresca la memoria di quel duello televisivo con Prodi, nel 2006, quando col sorriso di chi sa che la sta sparando grossa Berlusconi piazzò il colpo a sorpresa, l’ultimo della campagna elettorale della rimonta che amputò la vittoria dell’Unione. «Avete capito bene, toglierò l’Ici», ghignò il Cavaliere. Vanamente il centrosinistra rispose che sarebbe stata una misura folle: inutile per la crescita, deleteria per i conti.
S’è visto chi avesse ragione. Oggi si torna indietro (e certo non è una bella notizia, pur sempre la reintroduzione di una tassa) e possiamo sperare che per un bel po’ nessuno azzardi più simili giocate di poker sulla pelle del paese.
Siccome saranno comunque obbligati a farlo – dalla crisi, dalle circostanze, dal professor Monti – tutti tolgono e ricollocano i propri paletti. Ieri Bersani ha invitato a «non drammatizzare sull’articolo 18» se non altro perché «nel 95 per cento delle aziende non si applica». Che è una giusta osservazione, oltre che il principale argomento di Pietro Ichino quando chiede al Pd maggiore pragmatismo nell’affrontare i nodi del mercato del lavoro.
Questo sarà il principale terreno minato per il Pd, uscito dal turbine dell’appoggio a Monti con l’obbligo (e la convenienza, a leggere i sondaggi) di compiere scelte difficili. Da Sacconi non cessano le provocazioni e il continuo tirare la corda da parte di Marchionne non aiuta a bonificare il campo di discussione, sul quale la Fiom spara da par suo (quello della Fiat sarebbe «fascismo aziendalistico»). La capacità democratica di fare politica e fare mediazione ad alto livello sarà presto messa a dura prova.
permalink | inviato da stefano menichini il 22/11/2011 alle 8:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


sfoglia marzo        novembre