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Politica
28 marzo 2012
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Riforma elettorale, sconfitta inevitabile
Per diciotto anni, a ogni elezione, almeno una certezza gli italiani l’hanno avuta: un minuto dopo la chiusura dei seggi elettorali, o al massimo qualche ora dopo, si sapeva chi avrebbe governato nella legislatura successiva.
Non sarà mai più così, se l’accordo confermato ieri dai segretari dei partiti di maggioranza reggerà nei prossimi mesi, fino al perfezionamento di una nuova legge. Le premesse perché l’operazione riesca, nonostante lo scetticismo diffuso, ci sono. In particolare c’è, esplicito, l’apprezzamento e il sostegno del capo dello stato: Napolitano aveva prospettato più volte esattamente questa divisione di compiti nell’ultimo scorcio di legislatura fra governo, parlamento e partiti.
La fine del maggioritario all’italiana così come l’abbiamo conosciuto dal 1994 ha il sapore amaro di una sconfitta, di un fallimento collettivo. Credo che agli italiani piacesse – magari ad alcuni per mero spirito agonistico – l’abitudine di individuare rapidamente vincitori e vinti. L’opposto dei fumosi, controversi e (apparentemente) sempre uguali turni elettorali della Prima repubblica.
Ma non è colpa di Alfano, Bersani e Casini se ci avviamo a un sistema che di nuovo, probabilmente, rinvierà alle trattative dopo il voto la formazione delle maggioranze di governo, o quanto meno la definizione dei pesi interni alle stesse e del nome del premier.
I tre segretari si trovano solo ad apporre il sigillo a un sistema che è fallito da sé. Qualcuno dirà che è finito la sera delle dimissioni di Berlusconi: non si sarà sbagliato di molto. In realtà, il fallimento s’è trascinato anno dopo anno, in un contrasto sempre più solo muscolare, nel quale contava solo chi aveva un paio di parlamentari in più.
Ora s’accenderà battaglia, soprattutto da parte di chi si sente minacciato dalla soglia di sbarramento. Ma la vigilanza più alta dovrà riguardare altro: che torni il diritto autentico di scelta dei parlamentari. E che le ampie coalizioni possano essere una variabile possibile, una delle soluzioni, in qualche modo decise dagli elettori: non l’unico inevitabile esito. 
permalink | inviato da stefano menichini il 28/3/2012 alle 9:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
13 marzo 2012
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pd pdl bersani alfano vendola monti
Anche il Pd è preoccupato per quel quid
Ha ragione Enrico Letta a preoccuparsi perché «appena lo spread scende un po’, si ricomincia coi giochini irresponsabili». Già la settimana scorsa è stata animata da polemiche tipiche di quando si correva ignari verso l’abisso. Sia su questioni inventate (l’accusa al Pd di voler discutere di poltrone Rai) che su questioni serissime (la tragedia nigeriana, la detenzione dei marò in India), gli orfani di Berlusconi hanno cercato di alzare polveroni dietro i quali rifiatare, rispetto a una crisi di partito e di coalizione che appare irrecuperabile.
Ora c’è il rischio che la fiammata di pochi giorni divenga regola. E che accendere focolai divenga, per qualcuno nel Pdl, la strategia elettorale in vista di un drammatico turno amministrativo.
È chiaro – a molti anche dentro al Pdl – che l’agenda Monti è ancora troppo importante per permettersi il lusso di farla saltare.
Anche in questo senso (non solo come diversivo rispetto a Rai e giustizia) vanno lette le parole di Alfano a Orvieto, l’improvvisa enfasi sui temi del lavoro: la trattativa fra governo e parti sociali è vicina alla svolta. C’è la possibilità che anche questa biglia di Monti finisca in buca: una riforma di contratti e ammortizzatori sociali che, per quanto differita nel tempo, possa cambiare (sulle regole, le dinamiche reali saranno da verificare) il panorama del lavoro italiano.
Se Fornero riuscisse – e riuscire stavolta significa avere il consenso di tutti i sindacati – il governo figlio di nessuno troverebbe molti padri. Un esito ottimo per il paese, pessimo per chi pensa di poter recuperare spazio per sé solo nello sfascio: come reagiranno costoro?
C’è il timore nel Pd che Alfano non abbia il quid per tenere il Pdl fermo e unito sulla linea della responsabilità. C’è l’impressione che si ballerà ancora nelle prossime settimane, nonostante lo stato di salute del paese non permetta certi divertimenti. Per questo si vuole stringere il segretario del Pdl ai suoi doveri, in un vertice politico formale. Ed è importante che ieri da Vendola sia stata ribadita la non belligeranza a sinistra: sarebbe dura per il Pd sostenere il governo venendo preso fra due fuochi. 
permalink | inviato da stefano menichini il 13/3/2012 alle 10:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
8 marzo 2012
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Tocca farsi carico anche del Pdl
Per tutta la giornata si viaggia sul filo dell’incidente. Poi a sera tutto (più o meno) si rimette sul binario giusto, quando Bersani raffredda la polemica con il dirimpettaio Alfano a proposito del mancato vertice dei tre segretari con Monti.
Nel frattempo a Montecitorio il Pd vince un inopinato braccio di ferro col governo, o meglio con un suo componente: il sottosegretario Polillo (quello che aveva giorni fa candidato Berlusconi al Quirinale) che aveva tentato una forzatura sul decreto semplificazione smentendo il viceministro Grilli. Finisce con palazzo Chigi costretto a smentire il protagonismo del suo sottosegretario.
La storia del vertice saltato conferma che, sì, il governo Monti nasce e in un certo senso approfitta della crisi del sistema dei partiti. Ma che quando la crisi si avvita fuori controllo, come sta capitando nel Pdl, da opportunità si trasforma in rischio mortale per gli stessi tecnici. Consapevole di questo Bersani tiene il punto (sulla necessità di prendere decisioni sulla governance Rai, col consiglio d’amministrazione in scadenza) ma non affonda il colpo: dopo tanto chiacchierare sui mal di pancia democratici, ora abbiamo la certezza che al Pd conviene che Monti sia saldo, e di restare a sua volta saldo come partito locomotore della maggioranza.
In un certo senso – davvero è paradossale – nell’interesse nazionale tocca perfino farsi carico delle convulsioni del postberlusconismo. La boutade bersaniana di offrire la propria serata televisiva da Vespa a Berlusconi e ad Alfano è una metafora della situazione politica.
Chiaramente il Pd ha ogni convenienza a comportarsi così. La crisi dell’ormai ex centrodestra si consuma fra scandali e lotte di potere, e avrà un suggello elettorale entro due mesi. Il duello per aggiudicarsi l’egemonia sulla stagione di Monti e sul suo seguito potrebbe risolversi lì: molto meglio che nelle schermaglie a mezzo stampa e nei vertici fra segretari.
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Politica
6 luglio 2011
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Alfano, Tremonti: due brutte figure parallele
Angelino Alfano e Giulio Tremonti sono le due facce dello stesso drammatico fenomeno: una classe dirigente, che pure avrebbe qualche carta da giocarsi, trascinata da Berlusconi nel proprio decadimento personale e politico.
Il problema li accomuna, insieme a pochi altri che nel Pdl possono immaginare di avere una vita autonoma oltre Berlusconi. I comportamenti dei due ministri sono molto diversi. Alla fine però l’impressione è che l’esito dei tentativi di sopravvivere possa essere lo stesso per entrambi. Negativo.
Alfano esce a pezzi dal tentato blitz sul lodo Mondadori, in un modo perfino imbarazzante per lui. Sua la competenza su questa materia di giustizia civile. Suo il solenne impegno, agli inizi della scalata alla segreteria, a non fare più leggi ad personam. Sua, al Consiglio nazionale Pdl, la roboante invocazione per un partito degli onesti. E suo, per tutta la giornata di ieri, il penoso silenzio come ministro e come segretario.
Non era stato carino Bersani nel liquidarlo, al momento dell’acclamazione, come «segretario di Berlusconi»: purtroppo (e lui lo sa) da questa vicenda Alfano esce proprio così. Per di più, come un segretario goffo e malaccorto.
Quanto a Tremonti, pare che la soffiata all’esterno, affinché il blitz venisse sventato, sia partita proprio da via XX settembre.
Qui vediamo all’opera tutt’altra pasta di ministro che pensa al proprio futuro. Tremonti s’è mosso in modo cinico, spregiudicato, senza farsi problema di causare un’umiliazione a Berlusconi e al proprio governo. Certo però non è stato coraggioso. Non ha avuto la forza di mettersi di traverso, ha preferito far saltare il codicillo salva-Fininvest in modo più subdolo.
Sbaglia però Tremonti se pensa di cavarsela tanto meglio del suo collega della giustizia. La sbandierata «valenza etica» della manovra, già compromessa dalla sparizione dei famosi tagli ai costi della politica, è comunque ridicolizzata. E lui esce da quest’ultima vicenda non come un complice, forse, ma neanche come un eroe. Casomai come uno Iago, come del resto è già considerato all’interno del Pdl.
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Politica
1 aprile 2011
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Dieci piccoli berlusconiani
Quanto costa la salvezza di Berlusconi? Quante vittime dovrà fare, all’interno del decimato ceto politico del centrodestra? Chi rimarrà in piedi, quando uno dopo l’altro si saranno immolati tutti nelle più disparate e disperate operazioni di soccorso al premier?
La domanda ha un senso, per chi si chieda quali personalità potrebbero superare la soglia della stagione berlusconiana. Qualcuno s’era affacciato alla ribalta, perfino facendo scrivere di chances autonome di conquistarsi un ruolo. Stanno cadendo tutti, come soldatini, facendo scudo al capo o come vittime collaterali delle sue acrobazie. 
Due, solo negli ultimi giorni, e non dei meno importanti. Prima Maroni, poi Alfano.
Il primo disegnava scenari bipartisan ormai quasi su tutto: immigrazione, federalismo, lotta alle mafie, crisi economica. Si era smarcato perfino da Bossi, duellava con Calderoli, faceva sponda con Tremonti, si parlava di lui come di un premier post-berlusconiano. Stroncato. I colpi che Bersani gli infligge sono solo lo specchio della prematura fine dell’avventura maroniana, affondata nel Mediterraneo, collassata nello scontro con Mantovano, non ancora arrivata al suo momento peggiore visto che prima o poi, da qualche parte anche al Nord, i tunisini di Lampedusa torneranno a palesarsi. E la gente saprà con chi prendersela (e qualcuno, dall’interno della stessa Lega, sussurrerà il nome giusto).
Per Alfano è perfin peggio. La vicenda della prescrizione breve seppellisce nel ridicolo la rapida epopea del ministro grande riformatore, ambasciatore riconosciuto e apprezzato al Quirinale, l’uomo che solennemente archivia la stagione delle leggi ad personam e sfida a testa alta le opposizioni.
A testa bassa, i due si aggiungono a Scajola, Verdini, La Russa, Bondi, presto Cicchitto e Gasparri e tanti altri, caduti o azzoppati sul campo non potremmo dire dell’onore. Una strage di non-innocenti, grave però perché lascia il deserto là dove dovrebbe operare una classe dirigente. Ma dove uno solo ha diritto a sopravvivere.
A parte Tremonti naturalmente. Ma chi ha visto Tremonti?
permalink | inviato da stefano menichini il 1/4/2011 alle 8:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
12 marzo 2011
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Né con i magistrati né con Berlusconi
Non ho tanta simpatia per i magistrati. Difficilmente può averne chi è cresciuto in anni (lunghi anni) nei quali la magistratura era davvero longa manus del potere. Insabbiatori di scandali, repressori di movimenti, casta di intoccabili. I mostri di Luigi Pintor, le strisce di Pericoli e Pirella, le canzoni di De Andrè. Roma porto delle nebbie, i processi di Catanzaro.
Molte cose sono cambiate, soprattutto i magistrati sono persone diverse: l’avvicendarsi delle generazioni e i caduti sul fronte della guerra con la mafia hanno capovolto l’immagine cupa degli ermellini.
Rimangono però tutte le stimmate del potere separato, certo autonomo ma anche autocrate, con l’aggravante letale dell’avvento della società dell’immagine. Il giudice che parla solo per sentenze travolto dai divi televisivi, che risolvono con la popolarità ciò che non hanno risolto con le indagini. I Di Pietro, i Di Persia, i De Magistris, i Woodcock, le Forleo, le Parenti, i loro emuli locali. Immeritati aloni di martirio, abusivi accostamenti a Falcone, intimità con i pool giornalistici, strade facili alla carriera togata, o politica, senza intervalli di decantazione.
Su tutto, una macchina della giustizia lasciata in panne, magari da personaggi minori che antepongono le ferie alle istanze di libertà provvisoria dei poveracci. Cause civili tenute a marcire. Per mancanza di fondi, certo, ma anche per disinteresse, spesso per complicità fra avvocati (e quando toccherà gli avvocati, Berlusconi? Anzi, ha restituito loro i privilegi corporativi che Bersani gli aveva tolto).
I magistrati, in maggioranza persone degnissime, come categoria non hanno saputo emendarsi. Ora lamentano una riforma punitiva. Hanno delle ragioni ma non meritano una difesa acritica. Hanno però anche un grande vantaggio: chi vuole oggi rimettere mano alla giustizia non ha le carte in regola per farlo. Ci vogliono credibilità e consenso per proporre grandi disegni riformatori, figuriamoci per imporli a chi non ne è convinto. Berlusconi purtroppo (sottolineo purtroppo) è l’ultimo sulla terra che potrebbe ambire a tanto. E ora in Italia c’è lui. 

Quando Massimo D’Alema, richiesto di un parere sul progetto Alfano, risponde che Berlusconi «deve solo dimettersi», apparentemente esprime un concetto banale e ripetitivo, povero di contenuto.
Non è proprio così. C’è una verità interna, in questa semplice risposta che potrebbe dispiegarsi così: si potrebbe benissimo ragionare intorno a queste, e ad altre proposte di riforma. Se però dal percorso della politica italiana, di questa e di tutte le possibili riforme mai fatte, tentate o abortite, venisse rimosso l’ingombro di un colossale interesse personale, del quale è impossibile ignorare l’esistenza e che nella conferenza stampa di giovedì tanto più risaltava quanto più veniva deliberatamente ed esplicitamente messo da parte.
Tutti, intorno a questa vicenda, si muovono sulla base di un calcolo. I colleghi commentatori dei grandi e dei piccoli giornali non possono far finta di non saperlo.
È sulla base di un calcolo, che Berlusconi ha capovolto tre lustri di approccio al tema giustizia: mi difendo nei processi invece che dai processi; affronto riforme di struttura proponendone la condivisione alle opposizioni; rinuncio a qualsiasi legge ad personam.
Questa è semplicimente la via d’uscita dal vicolo cieco nel quale s’era cacciato: ci ha provato sull’economia, trovando un Tremonti sulla propria strada, arcigno sui conti ma soprattutto politicamente poco amico. Ora ci prova sulla giustizia, grazie a un Alfano ovviamente più malleabile e grazie ai regali munifici che nel frattempo il Pdl sta facendo alla Lega, sostanzialmente autosciogliendosi nel Nord Italia.
Né Berlusconi né Alfano mirano a portare a casa la riforma. Più semplicemente, un enorme carico di lavoro viene finalmente depositato su un parlamento fin qui nullafacente, al quale si dà da fare per almeno un anno e mezzo di legislatura. Un piccolo capolavoro di agenda setting, più che una riforma epocale. Che servirà a Berlusconi a presentarsi nelle aule del processo Ruby e degli altri, ponendo a difesa non più le variazioni anagrafiche marocchine, le fidanzate stabili e tutte le altre castronerie inventate in questi mesi, bensì il proprio ruolo di vittima designata della corporazione che non vuole farsi riformare. Nel frattempo, come Alfano ha dovuto riconoscere, si cercherà di mettere qualche toppa alle emergenze reali della macchina giustizia non con una riforma costituzionale, bensì per via ordinaria o amministrativa. Figurarsi.
Non è però solo Berlusconi, che fa i suoi calcoli. Lo schema anzi detto – e qui vada al capo dello stato tutta la nostra comprensione e solidarietà – allontana almeno due degli spettri con i quali Napolitano deve combattere, cioè il collasso senza rete della legislatura o in alternativa il suo proseguimento vuoto e vanamente conflittuale. Certo, rimane la prospettiva di scontri istituzionali violentissimi, col presidente del Csm fatalmente messo in mezzo. Ma in questa fase, più che con la moral suasion Napolitano non può agire.
C’è un calcolo, evidente, anche fra le colombe dell’opposizione. Da Casini a Giachetti, dal Riformista ai finiani, tutti sono egualmente edotti del valore meramente di agenda politica, più che effettivamente riformista, dell’iniziativa. E infatti non è davvero per il merito che chiedono di «andare a vedere», bensì per la consapevolezza che nei tempi allungati della legislatura questo tavolo non sarà aggirabile, né rovesciabile. Una partita finta, che però tocca giocare.
Bisogna essere in mala fede per rimproverare al Pd di fare la faccia feroce. Dalla bozza Boato tante volte evocata in questi giorni, in avanti, ogni mano tesa da parte di Berlusconi nascondeva un coltello, una pura e semplice fregatura che lasciava i riformisti del centrosinistra in balia degli unici veri beneficiari dei raggiri del Cavaliere, cioè Di Pietro e la sua compagnia. Se il giustizialismo è davvero un grave problema italiano, il Pd e ciò che c’era prima del Pd sono stati lasciati da soli a farci i conti, mentre Berlusconi godeva degli effimeri vantaggi delle proprie trappole.
Alla fine, cattivi magistrati, avidi avvocati e politici calcolatori possono stare tranquilli: ognuno di loro saprà difendere il proprio spazio di potere.
Per la giustizia giusta, per la giustizia dalla parte del cittadino e amministrata in nome del popolo italiano, possiamo aspettare il prossimo secolo.
permalink | inviato da stefano menichini il 12/3/2011 alle 7:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
14 agosto 2010
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È così che immaginavamo la sua fine
Sfogliamo il Giornale di Feltri e abbiamo una folgorazione.
Non è forse proprio così che ci aspettavamo la fine di Berlusconi? Non ce lo siamo detti migliaia di volte, che non ci avrebbe lasciati senza prima scatenare il finimondo? Non lo sapevamo da sempre, che quando avesse esaurito le armi della politica avrebbe adoperato qualsiasi altro strumento contundente?
Se la salvezza del Pdl è messa nelle mani di Feltri e di Belpietro, di Previti e del suo avvocato, e dei dossier veri o fasulli che questo circuito produce e pubblica, allora il messaggio di Berlusconi al paese non può essere più chiaro: sul piano politico ho perduto , passo ad altre forme di lotta.
Naturalmente non sarà questo che dirà il premier, quando domani terrà la conferenza stampa ferragostana affiancato dai volti rassicuranti di Maroni e di Alfano.
Ma mai come stavolta la sua lingua sarà biforcuta: le paginate del Giornale sono sicuramente più schiette a proposito delle sue reali intenzioni e del suo effettivo umore.
Dunque è questo che sta succedendo: spiegatelo per favore a coloro che per sudditanza o subalternità continuano a vedere un Berlusconi con tutti gli assi in mano. I suoi somigliano a quelli che secondo Formica erano nella manica del penultimo Craxi assediato dalle procure: carte mediocri, che non fermarono l’assalto di Di Pietro perché tutto intorno al pm s’era creato un ambiente favorevole.
Questo è esattamente l’effetto, forse non calcolato, che le ritorsioni berlusconiane contro Fini stanno suscitando a diversi livelli di opinione pubblica. Non ci spiegheremmo altrimenti Montezemolo, Marcegaglia, la media e piccola produzione, la Cei, la correzione di rotta del Corriere negli ultimi due giorni, i commenti di grandi media internazionali (ignorati in Italia).
Non ci facciamo illusioni e conosciamo l’obiezione: poteri forti ma senza elettorato.
Obiezione accolta, ma ricordiamoci che non siamo ancora alla precipitazione elettorale.
Ciò che conterà in autunno – e definirà campo e rapporti di forze della contesa elettorale – saranno ancora la manovra politica e il clima nel paese.
Sta crescendo a vista d’occhio il grande e trasversale partito di chi, in un modo o nell’altro, vuole chiudere la stagione di Berlusconi.
Cresce anche perché constata l’incapacità del Cavaliere di trovare e indicare soluzioni politiche. Cresce, infine, perché in tanti vogliono sottrarre se stessi e l’Italia alla terrificante minaccia di terra bruciata messa in atto dai berlusconiani più scatenati.
Da ieri questo partito del buonsenso, informe ma sempre più determinato, sa di avere un punto di riferimento importante.
Napolitano ha dato voce all’ansia di chi vuole soluzioni politiche e non massacri a colpi di dossier. Ha ricevuto in cambio il solito trattamento stalinista alla Stracquadanio: vuol dire che ha colpito nel segno.
Non sappiamo e non vogliamo dire se anche dal Colle si stia scrutando l’orizzonte del dopo-Berlusconi. Quel che è certo è che da lassù non lasceranno che a manovrare la crisi siano il presidente del consiglio e i suoi fabbricatori di dossier.
permalink | inviato da stefano menichini il 14/8/2010 alle 18:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
3 novembre 2009
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Questa sì, è emergenza giustizia
Prendete una delle frasi con le quali Fedele Confalonieri spiega Berlusconi: «Se non fai la legge ad personam vai dentro. Una volta dentro, non ti chiedono scusa. È il sistema della giustizia in Italia».
Pensate se Confalonieri pronunciando questa frase si fosse riferito a Stefano Cucchi, morto di inedia e botte nella sezione detenuti di un ospedale. O all’anonimo detenuto pestato nel carcere di Teramo («non si fa così, il negro ha visto tutto»). O alle decine di migliaia di povericristi che affollano l’inferno carcerario italiano, moltiplicatore di violenza, di crimine, di ingiustizia. Già. Sarebbe questo, «il sistema della giustizia in Italia».
Invece niente. Per Confalonieri l’emergenza è la persecuzione contro Berlusconi. E così la pensano il ministro preposto, il governo, la maggioranza che in un anno e mezzo s’è affannata intorno a leggi cancella-processi, lodi, sanatorie di reati finanziari. Oppure, all’esatto opposto, s’è data da fare per creare nuovi reati di presunto “allarme sociale”, perseguibili solo al costo di inzeppare ancora di più le galere di altri povericristi, negri, clandestini da avviare alla carriera criminale autentica.
È immorale che nel dibattito italiano la parola giustizia evochi solo lo scontro del presidente del consiglio con le procure. Sicché le frasi «riformare la giustizia» o «confrontarsi sulla giustizia» non significano mai se e come restituire civiltà e umanità al sistema dei delitti e delle pene, ma alludano solo al minuetto sul dare e avere di Berlusconi, con il corollario delle deprecazioni di qualche alleato, delle paure del Pd («non si dialoga»), dell’oltranzismo dipietrista. Chi vede il quadro intero, oltre a pochi isolati, ai radicali, ai preti?
«Poi non ti chiedono scusa», dice Confalonieri. È vero: nessuno fin qui ha chiesto scusa alla famiglia Cucchi. Ministri di solito eroi della dichiarazione pugnace tacciono o balbettano difese d’ufficio indecorose. Neanche l’amico di Confalonieri però ha trovato una parola – eppure non gli difetta la parlantina – per scusarsi a nome dello stato che rappresenta, per promettere giustizia, per esigere verità.
Berlusconi: la grande vittima della persecuzione giudiziaria, dello stato di polizia. E Stefano Cucchi, allora, che cos’è?

(da Europa)

permalink | inviato da stefano menichini il 3/11/2009 alle 8:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
30 ottobre 2009
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Il caso Cucchi e i ministri in fuga
È nei drammi, non nelle commedie o nelle comparsate tv, che si vede lo spessore degli uomini di governo. Lo scrivemmo nelle ore dell’attacco ai parà di Kabul, mentre Bossi biascicava sul ritiro e Berlusconi al solito giocava con le parole. Lo ripetiamo oggi, con tutto il mondo politico attonito di fronte alle foto del corpo martoriato di Stefano Cucchi e il governo nuovamente incapace di pronunciare una sola parola chiara.
Il ministro della giustizia si limita a burocratiche dichiarazioni di poche righe prive di calore e indignazione. Il ministro della difesa si conferma figura mediocre: i carabinieri (in mezzo ai quali si fa fotografare in mimetica appena può) improvvisamente non dipendono più da lui bensì da Maroni in quanto impiegati «in ordine pubblico» al momento dell’arresto del giovane romano. Maroni naturalmente è latitante.
La stampa e i partiti sono unanimi, fermi, determinati nell’esigere verità e giustizia per la famiglia Cucchi. La magistratura s’è mossa coi suoi riti, le sue lentezze, la sua fraseologia a volte fastidiosa («procedimento contro ignoti»: come possono essere ignoti coloro che hanno avuto fra le mani Stefano?). La vera latitanza è quella del governo, dal quale dipendono i pubblici ufficiali coinvolti nella vicenda.
Si vocifera in queste ore di una nomina a vicepremier di Gianni Letta, anche in considerazione di vari “impedimenti” del presidente del consiglio. Non c'entra niente col caso Cucchi, mi faccia in fretta, se serve a dare al governo quella esecutività che ha perduto da mesi.

permalink | inviato da stefano menichini il 30/10/2009 alle 23:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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