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Diario
7 febbraio 2012
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Alemanno, suicidio di un sindaco
Quello che Gianni Alemanno è riuscito a fare e a non fare negli ultimi cinque giorni verrà studiato a lungo. Nelle scuole di protezione civile, quanto alle cose non fatte contro i venti centimetri di neve caduti su Roma in dodici ore. E nelle scuole di comunicazione politica, quanto alla catastrofe appunto comunicativa e politica che il sindaco, ormai ex aspirante leader nazionale del centrodestra, ha inflitto a se stesso, da solo.
Non c’è dubbio, è già successo, che una nevicata sulla Capitale faccia più notizia di un evento analogo in qualsiasi altra parte. Ed è evidente che a Roma siano stati compiuti errori di prevenzione, valutazione e intervento, di cui inevitabilmente l’amministrazione comunale reca la responsabilità agli occhi dei cittadini.
Ma Alemanno è riuscito a decuplicare gli effetti negativi dell’evento naturale e della cattiva reazione umana. Non sarebbe stato difficile riconoscere gli errori, chiedere scusa, impegnarsi a rimediare ed evidenziare che in fondo i danni inflitti alla città sono inferiori a quelli che tuttora stanno patendo tanti italiani soprattutto nelle zone rurali e nei piccoli centri.
La spasmodica ansia di allontanare da sé qualsiasi critica – così tipica del politico italiano medio e mediocre – ha invece spinto Alemanno in un vortice di polemiche dal quale è uscito massacrato, con un’immagine compromessa, un indelebile marchio di inefficiente confusionario, l’isolamento politico nel suo stesso partito.
Imponendosi in prima fila, con ore di talk show televisivi deliberatamente ricercati, Alemanno ha realizzato anche un altro miracolo: ha offuscato per giorni le responsabilità di tanti altri livelli istituzionali e grandi società di servizi, tutti clamorosamente inadempienti. Da oggi, giustamente e finalmente, l’attenzione critica si sposta su Enel, Ferrovie, Anas, Autostrade, regioni e province, la stessa Protezione civile (per ragioni più serie del famoso bollettino meteo).
Alemanno e i suoi cinque giorni di follia sono alle spalle. In attesa che i romani facciano altrettanto con l’intera sua disastrosa esperienza da sindaco.
permalink | inviato da stefano menichini il 7/2/2012 alle 7:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
10 gennaio 2012
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alemanno roma
I nani che governano una città con problemi giganti
Oggi – con la manifestazione della comunità cinese di Roma – si celebra il vero, profondo fallimento di Gianni Alemanno sindaco, e di molti altri politici, amministratori e governanti che come lui hanno provato a cavalcare con disinvoltura la tigre dell’insicurezza metropolitana sul crinale delle reciproche diffidenze etniche.
Il giudizio di fallimento non si basa sull’utopia che le comunità nelle metropoli occidentali siano destinate a convivere felicemente, e che i sindaci dovrebbero accompagnare questo processo virtuoso invece di strumentalizzare la paura. Non si tratta di questo, bensì del suo esatto opposto.
Da ciò che si comincia a capire sul contesto della rapina di Tor Pignattara (Carlo Bonini su Repubblica) emerge uno spaccato di città sommersa che ridicolizza le semplificazioni basate sulla coppia italiani versus immigrati, riproposte dai manifesti affissi dal Pdl sui «romani che hanno perso la pazienza» (con il governo, nelle loro intenzioni, non con il sindaco).
In realtà la metropoli è il luogo in cui prospera una rete di commercio al nero, scorre denaro invisibile, i cinesi si stringono in una rete chiusa che mette in conto le aggressioni da parte dei maghrebini, e tutti insieme vittime e predatori non considerano l’autorità della legge e non prevedono di ricorrervi. Indignazione e protesta di questi giorni sono sacrosante ma sono solo il livello emerso della realtà: emerso solamente per l’atrocità insopportabile dell’omicidio.
Non so se ci rendiamo conto di quanto sia complicato un quadro di convivenza del genere, e di quale competenza e attenzione ci sia bisogno anche solo per comprenderlo, figurarsi per governarlo.
Qui è il fallimento della dottrina Alemanno, ammesso che si possa chiamare così la promessa del 2008: «Espelleremo trentamila irregolari». Qui è la inadeguatezza, oltre alla irresponsabilità, sua e degli imprenditori della paura come è stato lui.
Nani, arrivati per caso a governare città con problemi da giganti.
permalink | inviato da stefano menichini il 10/1/2012 alle 10:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


Politica
4 gennaio 2012
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Carbone, dolcetti... e Bersani
Pensierini sparsi prima della Befana, utili anche a decidere chi nella calza merita di trovare carbone, e chi i dolcetti.
La trattativa sulle nuove regole del mercato del lavoro sarà difficile, ma procederà. Tutti i soggetti coinvolti sono in definitiva dei pragmatici e non è stato casuale ieri il riferimento fatto da Napolitano (di nuovo lui) all’accordo del 28 giugno 2011: quell’intesa unitaria, duramente contestata dalla Fiom, fu il primo passo di Susanna Camusso al vertice della Cgil. La difesa dell’unità sindacale riconquistata allora è preziosa e non è convenienza di Monti rimetterla in discussione. Ieri è bastato un tweet partito dalla Cgil per gettare l’allarme a proposito degli incontri separati che Fornero intende avere in prima battuta con le confederazioni. In realtà, come ha detto Bersani, è importante che unitario sia l’approdo, e questo accadrà solo se tutti avranno fiducia in se stessi più che nel marcamento reciproco.
A proposito di Napolitano, belle le foto mentre a Napoli fa la fila al botteghino del cinema. Photo opportunity organizzata, certo. Un filo di retorica, può darsi. Ma sono cose che quando le fanno i politici scandinavi suscitano ammirazione e invidia. Dunque.
Al presidente dell’Istat, Giovannini, era stato chiesto di chiarire il mistero del confronto fra gli stipendi dei parlamentari italiani e quelli dei loro colleghi europei. Con notevole ritardo la sua commissione ha presentato un rapporto che, se possibile, ha peggiorato la situazione e ha aumentato la confusione. Sicché ora forse non sappiamo se gli onorevoli italiani guadagnano troppo, però sospettiamo che guadagni troppo (anche in confronto ai suoi colleghi europei) il presidente Giovannini: 25 mila euro lordi al mese.
La dichiarazione fatta anni fa da Alemanno (a Roma non c’è crimine organizzato, ma i giovani sono malamente ispirati da Romanzo criminale) gli è già costata tanto, da quando Roma è diventata davvero il set di una guerra di mala. Ora che abbiamo anche l’ex terrorista nero gambizzato, la sceneggiatura è completa. Manca solo la parte per il sindaco ex picchiatore che voleva diventare sceriffo e non riesce a fare neanche il pompiere.
Bersani che alza la voce contro Grillo, intimandogli di stare attento a come usa le parole su Equitalia, visto che girano le pallottole: l’ottimo augurio per un 2012 di riscossa della buona politica. 
permalink | inviato da stefano menichini il 4/1/2012 alle 17:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
23 novembre 2011
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Un Romanzo criminale per Alemanno
Al sindaco Alemanno Romanzo criminale non è mai piaciuto. Non so perché. Lui diceva che i cattivi ragazzi a Roma venivano influenzati dall’epopea romanzata della banda della Magliana, e che quello era il motivo per il quale i piccoli regolamenti di conti finivano tra lame e pistolettate. Non scherzava, l’ha detto sul serio, e spesso. Cercava di sostenere – la prima volta che lo fece era stato eletto da meno di un anno – che Roma non aveva un problema di malavita organizzata, ma solo di bande giovanili suggestionabili.
Chissà come sarà arrabbiato oggi, il sindaco. Oggi che la città è davvero tornata set di una nuova serie di Romanzo criminale. Girata con le pistole vere, però. Da Prati a Ostia, dai Parioli a San Basilio, e proprio qui sotto la nostra redazione, in pieno centro storico, solo poche sere fa. La storiella delle bande giovanili non regge più. I morti si accumulano, tutti freddati per strada, forse non dentro un’unica vicenda criminale ma certo in uno scenario di violenza metropolitana che, di questo passo, potrebbe finire per coinvolgere anche degli innocenti: spero di sbagliarmi, ma quando le armi sparano in pieno giorno nel traffico tutto diventa possibile.
È colpa del sindaco? Neanche per sogno. Bisogna chiamarsi Alemanno, e avere la sua disgraziata cultura politica, per pensare di scaricare sugli avversari politici la responsabilità diretta di crimini efferati, come fece lui in piena campagna elettorale sul cadavere vilipeso di Giovanna Reggiani.
La colpa del sindaco è casomai proprio quella promessa di sicurezza impossibile da mantenere, l’inganno ai danni di una comunità che venne surriscaldata contro i rom, e ora si trova sotto il tiro incrociato di ben altra criminalità organizzata.
Altro che prendersela con Romanzo criminale (stupidaggine che stavolta, scommetto, Alemanno non riproporrà): l’unica realtà virtuale che fa male è quella proposta ai cittadini dai politici populisti e demagoghi, quando entra in cortocircuito con la vita vera della quale i demagoghi conoscono così poco.
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Politica
17 giugno 2011
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Come sta messo Alemanno
Se per una volta fate una cosa banale da vecchi giornalisti pigri, siete assolti. Ne varrà la pena. Anzi, avrete la notizia. Parlate col tassista.
Perché il tassista a Roma non amplifica una generica vox populi buona per i reportage mediocri: porta una ben più interessante vox sui, la posizione di un gruppo sociale duro e coeso che ha pesato nella storia politica cittadina degli ultimi vent’anni. Sempre ferocemente ostile alle amministrazioni di sinistra, attivo nelle manifestazioni di piazza, abile nel fare lobbying, compatto nel sostegno elettorale alla destra, spietato nella diffusione incontrollabile e inarrestabile di sanguinose calunnie ai danni dei sindaci progressisti e dei loro famigliari fino alla terza generazione.
Il tassista ora ce l’ha con Alemanno. Non arriva ancora a infangarne la vita privata, ma presto lo farà. Il traffico non è né migliore né peggiore di prima, ma ora la colpa di tutto quello che non va è del sindaco il cui nome a suo tempo avevano appiccicato su ogni parabrezza. L’uomo che li ha usati e fregati. Che ha aumentato le tariffe, ma non come promesso. Che ha spalancato il centro ai pullman turistici che Rutelli aveva bravamente tenuto alla larga ai tempi del Giubileo. E che, costretto dal semplice buon senso, ha dato il via a misure odiose (per i tassisti) quali la ricevuta obbligatoria e l’uso delle corsie preferenziali per i motorini.
Ecco, in queste due ultime motivazioni del tassista c’è tutta la irrimediabile disgrazia del sindaco Alemanno al terzo anno di mandato: neanche le cose buone, o almeno ragionevoli, che prova a fare, gli girano bene. La giornata media di un sindaco di Roma, che è sempre un ottovolante di celebrazioni ed emergenze, lustrini e melma, per Alemanno segna cattivo tempo permanente. E si capisce perché lui non veda l’ora di andarsene, quasi più di quanto lo desideri il 58 per cento di romani che gli ha decretato la sfiducia piena secondo un sondaggio Ipsos commissionato e poi secretato dall’Amministrazione (ma questo lo facevano anche i predecessori).
Non basteranno lo spin di Luigi Crespi e neanche la free-press confezionata ad hoc nei prossimi mesi da Maurizio Costanzo (che s’è offerto per aiutare il sindaco, non free, ma questo lo faceva anche per i predecessori): il bilancio dell’amministrazione di Alemanno è ironicamente in rosso. E molte vicende della politica nazionale che lo riguardano si capiscono meglio alla luce dell’incombente fallimento capitolino, a cominciare dalla foga antipadana con la quale il sindaco difende dall’espropriazione il patrimonio meno difendibile e meno amato della Capitale, cioè i suoi ministeri. Alemanno è diventato Retromanno, come lo chiamano, in un amen. In meno di un anno.
I parcheggi a pagamento prima cancellati, come da promessa elettorale, poi precipitosamente ripristinati.
L’abbattimento della teca dell’Ara Pacis, annunciato e subito revocato, con tanto di maxi-convegno con le stesse archistar che la destra d’opposizione sbertucciava.
I ripensamenti che hanno riportato in piazza i tassisti.
La cacciata dell’unico pezzo pregiato e originale della giunta, il futurista ex verde ex nero assessore alla cultura Croppi, neanche vero finiano ma comunque troppo eterodosso per la deriva neoguelfa del sindaco.
La plateale patetica abbuffata in piazza Montecitorio per far pace con Bossi, ingollato di bucatini alla pajata, qualche mese prima di minacciare di spedire i legionari a Pontida.
Il gravissimo scandalo della Parentopoli romana, compresi veri parenti del sindaco, cioè quell’ondata di assunzioni a ogni livello delle aziende municipali, dall’autista fino al direttore generale, che è stata così candidamente spiegata dagli stessi attoniti osservatori ex camerati di Alemanno: siamo gente che ha fame, a Roma abbiamo passato troppi anni annichiliti dal sistema di potere ulivista. Sicché il primo sindaco postfascista della storia della città, che voleva farsi moralizzatore, passa ormai per scatenato lottizzatore, con l’aggravante della fedina penale di alcuni dei lottizzati, molti reduci non innocenti della guerra civile da strada degli anni ’70 e ’80.
Infine, soprattutto, Alemanno è Retromanno per la gestione rapsodica dei rapporti con i poteri forti: prima denunciati come veri padroni delle giunte rosse; poi corteggiati e omaggiati, soprattutto nella persona di Caltagirone con la cessione progressiva e a prezzo di saldo dell’Acea, l’ex municipalizzata dell’acqua ora partecipata dal Comune; fino all’ennesimo recente voltafaccia – che certo non migliorerà i rapporti del sindaco né con Caltagirone né col suo Messaggero – quando l’esito del referendum sull’acqua pubblica (affluenza a Roma oltre il 60 per cento) ha spinto l’ex militante della destra sociale a prospettare la riacquisizione piena di tutta la società: l’ennesima assurdità che verrà ritirata, sintomo però dell’improvvisazione al potere sul Campidoglio.
In effetti, anche a guardarne i manifesti sui muri, Roma pare già dentro l’interminabile campagna elettorale che fatalmente, entro due anni ma più probabilmente nel 2012, condurrà Nicola Zingaretti a marciare sulle spoglie lasciate dal non ricandidato Alemanno. L’ex giovanotto del Fronte della gioventù si batte, promette fedeltà al mandato, ma non è la fascia tricolore che sta difendendo bensì la leadership nazionale nel Pdl che sentiva a portata di mano, e che vede svanire nella tenaglia fra l’auto-affondamento berlusconiano e l’unanime giudizio di fallimento sulla sua prima vera esperienza di governo.
Che poi, a essere oggettivi, il sindaco avrebbe avuto anche momenti apprezzabili.
La comunità gay ha un altro sindaco incondizionatamente dalla sua parte, come addirittura sua maestà Lady Gaga ha riconosciuto dal palco dell’Europride: eppure, fischi sonori dal Circo Massimo, perché come si diceva anche ciò che andrebbe bene, alla fine va sempre male.
A parte le assunzioni dei vecchi camerati e la controversa questione dell’acquisto da parte del Comune del palazzo occupato da anni dal centro sociale di destra Casa Pound, in genere il sindaco si barcamena fra gli opposti estremismi tornati nervosi in città: e per uno con i suoi precedenti si tratta di un terreno davvero scivoloso.
La città è sporca, ma nella media: il baratro napoletano non s’è (ancora) spalancato e nell’opinione da bar resta salda la convinzione che le strade facessero più schifo sotto Veltroni. Come pure nessuno se la sente di addebitare alla giunta il tracollo dei servizi pubblici comunali, gli asili innanzi tutto, visto il buco di bilancio (solo in parte gentilmente ripianato dal governo nazionale con leggina ad hoc contestata dalla Lega) e visto che per ogni famiglia la sparizione di mense e tempi pieni finisce comunque tutta nel conto di Maria Stella Gelmini.
Una sola considerazione finale riassume tutte le disgrazie del sindaco che doveva rovesciare la Capitale. Male interpretando un luogo comune sui romani, il barese Alemanno fin dal primo momento ha creduto che la cittadinanza caciarona e indisciplinata avrebbe gradito una bella botta di deregulation all’amatriciana. A partire dalla sanatoria delle multe e dalla ritirata dei vigili dalle strade, il messaggio implicito ma chiarissimo è stato: liberi tutti. Ne è scaturito un tale conflitto quotidiano, davvero regolato solo dalla legge della giungla urbana, che i romani ne sono esausti. Al punto di invocare, proprio loro e proprio contro un sindaco di destra: per favore, dateci un po’ di regole, ordine e disciplina.
Chiedete al tassista, ve lo confermerà. Regole per gli altri, si intende. E con un ritocchino al prezzo della corsa.

permalink | inviato da stefano menichini il 17/6/2011 alle 17:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
24 maggio 2011
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Il Pd frena l'ottimismo
Nel Pd l’ordine è: nessun ottimismo. Giusto, vietato rilassarsi. E vietato nutrire speranze che, se frustrate, diventerebbero un boomerang. Dunque dalle parti di Bersani si dà credito a un parziale recupero della Moratti e, più a fatica vista l’entità del fenomeno, si mette la sordina ai rumors su un exploit di De Magistris a Napoli.
Il problema è che nel centrodestra si vive già come nel dopo-voto, se non addirittura nel dopo-Berlusconi. Cerchiamo di orientarci in un formicaio impazzito. Nel quale Alemanno recupera i finiani delusi ma solo per far fuori il camerata La Russa, alla cui sorte infelice rimane impigliato Gasparri, mentre Formigoni si emancipa rompendo però con l’altro ciellino Lupi, Scajola prepara il ritorno ai danni di falchi ed ex missini, Miccicchè riesce precipitosamente dall’orbita Pdl dove era appena rientrato, Tremonti resta a guardare ma vede tanti siluri indirizzati verso di lui, e tutti insieme coltivano il sogno di fare pace con Casini (ma non con Fini): il leader Udc non sarebbe più colui che ha ostacolato le riforme di Berlusconi, bensì l’unico in grado (dall’alto del suo 3 per cento) di salvare il centrodestra da se stesso.
Tutto questo per non parlare della Lega, naturalmente.
Gli ultimi giorni di helzapoppin sono ingentiliti dal demenziale e una volta di più autolesionistico attacco di Sallusti al cardinal Tettamanzi, e parliamo dello stesso direttore del Giornale che in altra sede dà per spacciata la Moratti visto che per lei il 41 per cento del primo turno è stato già un regalo.
Questo scenario frantumato dev’essere attentamente considerato dal Pd. Perché fra una settimana potrebbero anche diventare d’attualità discorsi su governi di salute pubblica da varare prima delle elezioni o dopo le elezioni. Non dovrebbero esserci dubbi a riguardo: impossibile assumere gravose responsabilità avendo interlocutori così spappolati. Dunque meglio chiarire prima chi sta con chi, e i relativi rapporti di forza.
Ma sono discorsi prematuri. A parte il fatto che c’è sempre di mezzo un macigno che non si fa rimuovere. Quello sì, Silvio Berlusconi.
permalink | inviato da stefano menichini il 24/5/2011 alle 19:32


Politica
20 maggio 2011
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Lasciate perdere la rimonta di Alemanno
Gian Antonio Stella è un ottimo giornalista, ma diciamo che stavolta il Corriere della Sera, forse un po’ a disagio per come s’è messa la situazione a Milano, gli ha chiesto una missione impossibile.
Va bene Attlee. Va bene Dewey. Va bene Yatabaré, attaccante del Mali. Va bene Bartali e vanno bene anche le rimonte calcistiche subìte da Inter, Milan e Juventus. Tutti esempi che, in quanto lontani anni luce da un’elezione comunale italiana, possono avere qualche suggestione. Ma evocare Gianni Alemanno come modello di recupero al quale Letizia Moratti potrebbe ispirarsi nei prossimi otto giorni, questo appare un po’ fuori luogo.
E s’è capito subito, ieri, con l’infelice giornata milanese della Moratti mentre il Corriere era nelle edicole col titolo «Non esistono rimonte impossibili».
Certo, per carità, nulla è impossibile e il campo di Pisapia sa di dover stare attento a non fare errori, e di dover continuare a lavorare senza sosta né presunzione. Ma Alemanno come precedente non sta in piedi, per i due ottimi motivi che ci fanno guardare con ottimismo al risultato del 29 maggio.
Primo: Alemanno nel 2008 era la novità che correva sostanzialmente contro quindici anni di amministrazioni progressiste, che evidentemente avevano stancato i romani. Più che la Moratti, allora, il suo esempio evoca casomai lo stesso Pisapia, a parti rovesciate.
Secondo: il ballottaggio del 2008 arrivò a quindici giorni dalla vittoria nazionale di Berlusconi, dunque sull’onda dell’entusiasmo di centrodestra. Non c’è bisogno di dilungarsi su quale sia invece adesso il contesto politico nazionale nel quale la Moratti dovrebbe fare il suo miracolo. Basta contare i giorni del silenzio berlusconiano.
Comunque il pezzo di Stella ha avuto un merito. Ci ha fatto ricordare di Alemanno. Giusto in tempo perché il centrosinistra di Roma possa non sentirsi troppo inferiore ai parenti di Milano. Guardate il sondaggio che Europa cita oggi, sulle intenzioni di voto dei romani: più che dare lui l’esempio alla Moratti, l’inquilino del Campidoglio dovrebbe preoccuparsi di non seguirne presto il destino.
permalink | inviato da stefano menichini il 20/5/2011 alle 7:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
13 maggio 2011
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Un passato che incatena, e uno che libera
Vorrei dare torto a Robin, oggi. Vorrei non dover rispondere a una calunnia sul passato di Pisapia con una denuncia sul passato di Alemanno (e di La Russa, Gasparri e tanti altri tipi del genere). Vorrei che Pisapia e Alemanno potessero essere considerati buoni o cattivi sindaci dopo che sia stato conosciuto, accettato e digerito tutto il loro passato (che per Pisapia è quello di un militante di sinistra mai stato violento, e per Alemano è quello di un militante della destra “dura” e come tale valutato a più riprese dalla polizia e dalla giustizia, con tre complete assoluzioni).
Vorrei mettermi alle spalle gli anni settanta per sempre, ma anche gli ottanta, novanta e duemila, e giudicare e scontrarmi col metro del presente e soprattutto della capacità di garantire un futuro.
Vorrei. Ma non posso. Perché il più anacronistico dei leader politici mondiali tiene l’Italia inchiodata a sé, al suo irrilevante destino e alle sue tecniche di macelleria, incatenando in un rito cruento gli avversari ma soprattutto il proprio ceto politico e di governo: gente annichilita, impoverita, privata di soggettività, ridotta ad automi della character assassination come nel caso della degradata Moratti.

Dal passato ancora più remoto spunta un altro leader, certo non vergine, ma capace di trasmettere rassicurazione e soprattutto di offrirsi non come palla al piede ma come garante di una transizione, di una riforma, di un ricambio di generazione e di metodo.
Giorgio Napolitano è l’esempio di come la storia d’Italia possa produrre cultura politica progressiva ed evolutiva, non necessariamente reazionaria e regressiva. Ha avuto ragione ieri (quale rivendicazione di leadership...) a sottolineare davanti a una folla di giovani entusiasti che il popolo italiano, da destra a sinistra, si riconosce in lui.
Non sappiamo se la proposta di Rino Formica – una reinvestitura, fin d’ora, per un secondo settennato finalizzato alla riforma condivisa delle istituzioni – sia tempestiva, se si farà strada. Certo la sola idea getta una luce diversa sulle prossime elezioni politiche, che della scelta per il Quirinale saranno antefatto e premessa, venendone però a loro volta fortemente condizionate. Fossimo in Berlusconi ne saremmo terrorizzati: in questi giorni, in queste ore, un’ampia maggioranza virtuale “per Napolitano” c’è in parlamento e c’è nel paese. Davvero vuole sfidarla?
permalink | inviato da stefano menichini il 13/5/2011 alle 8:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
12 gennaio 2011
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Alemanno, sotto la fascia niente
Se non fossero in gioco i destini di una grande metropoli disperatamente lasciata a se stessa, la prematura crisi del fenomeno Alemanno sarebbe un interessante caso di studio. Titolo: scenari di destra dopo la fine di Berlusconi.
È noto che il Campidoglio è un accidente nella carriera che l’ex capo del Fronte della gioventù immaginava per se stesso. Alemanno non voleva candidarsi contro Rutelli, per giocarsi nell’ultima legislatura con Berlusconi premier la partita della successione. Trovatosi a fare il sindaco per una serie di circostanze (che il centrosinistra non ha mai elaborato, come dimostra lo stato pietoso del Pd romano), Alemanno ha provato a usare la carica per lo stesso obiettivo.
La crisi di oggi va inquadrata nell’agonia generale del Pdl, ma lascia anche intravedere quale sia la pratica e la cultura politica del centrodestra appena fuori dalla stretta orbita di palazzo Grazioli. Come hanno sintetizzato D’Alema e Veltroni: un ritorno pieno ai riti più deteriori della Prima repubblica.

L’incontro preventivo con due dei capicorrente del Pdl nazionale, Cicchitto e Gasparri; la chiamata di tutti i bonzi del partito romano, per cogestire il rimpasto della giunta; l’incastro fra crisi capitolina e allargamento della maggioranza nazionale, troncato sul più bello dall’Udc. Esattamente l’opposto di quanto avrebbero fatto, e in effetti tuttora fanno, i sindaci capaci di far valere l’ultimo residuo positivo della Seconda repubblica: il potere del sindaco eletto direttamente dal popolo; la sproporzione fra la visibilità e la responsabilità personale del sindaco agli occhi dei cittadini, e l’apparato dei partiti che lo sostengono ma che in realtà – con l’attuale meccanismo elettorale – sono aggregati alla forza del primo cittadino.
Non è qui la sede per verificare se questa anomalia dei sindaci sia stata felice o infelice, e se la sua sopravvivenza laddove i sindaci sono forti sia un dato positivo o no. Com’è noto, anche nel Pd c’è una corrente nostalgica che vorrebbe restaurare la centralità dei partiti anche a livello locale, a prescindere dalla qualità dei gruppi dirigenti in questione.
Il fatto è che Alemanno ha già consumato tutta la credibilità personale del sindaco eletto a sorpresa dal 54 per cento dei romani. La grande novità preannunciata dalla fine dell’egemonia progressista sul Campidoglio s’è spenta fra patetiche Parentopoli, comiche correzioni di rotta su decisioni importanti, impuntature su progetti impopolari (tipo Formula 1), mentre la sicurezza promessa alle periferie non è mai arrivata, le buche nelle strade non sono state colmate e i servizi sono nettamente peggiorati.

A conferma della sua ottica nazionale, Alemanno ha soprattutto cercato di costruirsi una propria rete di relazioni con i poteri romani – alla fine, gli immobiliaristi – ai quali ha fatto ampie concessioni in cambio sostanzialmente di nulla. Il risultato è che non ha più credibilità come sindaco che difende Roma (offrendo la pajata a Bossi). Mentre il suo peso nazionale è aumentato, ma non nel senso sperato, bensì perché il Campidoglio è... un peso in più per Berlusconi.
L’unico punto a favore dell’ex ragazzo nero è la solidarietà che ancora riceve dagli amici separati del Secolo d’Italia: un po’ perché rimane vivo lo spirito tribale e la destra ex missina a Roma è rimasta coesa; un po’ perché la caduta di Alemanno – diversamente da quella nazionale di Berlusconi – non darebbe alcun vantaggio agli scarsi finiani romani.
Rimane il rito barocco del rimpasto di giunta, attenti perfino all’ultima correntucola del Pdl locale (quello che fece il macello delle liste regionali), appesi fra un Pallone e un Antoniozzi, e tutto di corsa per non sfigurare domani davanti al Papa. Se è così che deve funzionare il primo partito d’Italia quando non c’è di mezzo Berlusconi e sono all’opera i suoi aspiranti eredi, arrivano davvero tempi cupi a destra.
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Politica
21 dicembre 2010
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Che brutta fine, i tre amigos di An
Sarebbe bello se Berlusconi volesse davvero sciogliere il Pdl e tornare a Forza Italia. Naturalmente a patto di liberarsi almeno dei più ingombranti fra gli ex colonnelli di An. Perché a Fini le cose potranno andare bene o male, ma è impagabile la gioia che prova per non dover più avere a che fare con Gasparri, La Russa e Alemanno.
Ormai non passa giorno senza che il triumvirato dei tre ex agitatori missini ne combini una: ridicola, pericolosa, o autolesionista.
Gasparri è unanimemente considerato una macchietta del parlamento. Sulla sua recente uscita sugli arresti preventivi degli studenti, Radio radicale ha raccolto una galleria di pareri demolitori: la metà era di senatori teoricamente presieduti dal giovanotto di Roma Nord. La sua credibilità è pari a zero, la sua rimozione è in qualsiasi ipotesi di rimpasto nel Pdl, solo i conduttori di talk-show, sadicamente, se lo contendono: con lui lo spettacolo è assicurato. Sul destrissimo Libero, in prima pagina, Filippo Facci lo deride apertamente a giorni alterni.
La Russa rivaleggia nelle figuracce televisive (dopo l’ultimo Annozero ha confessato di aver perso la testa accecato dal rancore verso gli studenti, al Tg3 ancora ridono per la sua plateale fuga da Linea notte) e agli occhi di Berlusconi non si è mai ripreso per la sottovalutazione della secessione finiana.
Ma l’ex capo missino più allo sbando in questo periodo è chiaramente il sindaco di Roma. Il bilancio catastrofico del primo mandato e l’umiliazione della Parentopoli capitolina lo hanno destabilizzato. Per rimediare, e per cambiare argomento, va fuori strada in ogni occasione. Ieri ha gettato la città nel panico annunciando (prima di questura e giornali) il ritrovamento di una bomba «atta ad esplodere» in un vagone della metropolitana, per poi doversi correggere e lasciare il passo alle spiegazioni più precise e tranquillizzanti della polizia. La protesta per la scarcerazione dei giovani del 14 luglio è servita solo a ricordare a tutti i suoi trascorsi violenti, le denunce, i mesi di carcere. Non trattiene l’ansia di mollare il Campidoglio per sedersi alla destra di Berlusconi e raccoglierne l’eredità: i romani devono temere l’effetto che avrà sui suoi nervi l’ipotesi della rinascita di Forza Italia.
permalink | inviato da stefano menichini il 21/12/2010 alle 23:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
18 dicembre 2010
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Il sindaco che picchia
Una colossale ignoranza giuridica. Una pesante strumentalizzazione politica. Una pericolosissima provocazione in un momento molto delicato.
Gianni Alemanno e Roberto Maroni si stanno assumendo delle responsabilità molto gravi, giocando col fuoco della protesta studentesca che la settimana prossima tornerà a scaldare le vie di Roma. Il ministro della giustizia dà corso e forma all’ingerenza nei confronti delle cinque corti di giustizia che giovedì hanno scarcerato i ventidue fermati durante gli incidenti di Roma, ma almeno lui utilizza uno strumento legittimo.
Gli altri due hanno gravemente scartato dai rispettivi ruoli.
Soprattutto Alemanno, che per di più proprio non ha titolo personale, con la sua storia, per incitare a infierire con la galera su giovani che potrebbero dargli lezioni su come ci si comporta a vent’anni.
Un uomo che è stato protagonista della violenza politica nella città che si trova ad amministrare non può speculare in modo così vergognoso.

Nessuno a Roma, prima dell’altroieri, aveva mai sentito parlare di Riccardo Li Calzi, Matteo Angius, Anna Chiara Mazzani, e degli altri: e per forza, visto che prima di finire nell’inferno di via del Corso erano solo studenti, precari, artigiani, ragazzi politicamente attivi ma estranei alle manifestazioni di violenza che pure nella capitale non sono mancate recentemente.
Quando i giudici se li sono trovati di fronte, in alcuni casi anche con il corredo di video che ne documentavano il fermo, hanno preso l’unica decisione possibile. Anzi, giusta, quando non si può elevare alcuna accusa specifica nei confronti di una specifica persona. «Serviva un segnale per spiegare ai romani che le forze dell’ordine avevano davvero bonificato la parte tossica del corteo», scrive Massimo Martinelli sul Messaggero, deprecando le scarcerazioni. È però evidente che la “bonifica” non è avvenuta; che le forze dell’ordine sono rimaste spiazzate dalle dimensioni del corteo di martedì e che (non per colpa loro) non sono mai riuscite a distinguere e fermare i più violenti; e che, infine, i fermati non rappresentavano la parte tossica del corteo ma semmai la più ingenua. Avrebbe voluto Martinelli che pagassero lo stesso col carcere, «per dare un segnale»? Lui sicuramente no. Alemanno, Maroni, i giornali della destra becera e anche un intruso di nome Brunetta, sì. Perché ai fondamenti della civiltà giuridica preferiscono la logica selvaggia del colpirne uno per educarne cento.
Ma se Riccardo Li Calzi e gli altri erano “nessuno” fino all’altroieri, quando l’attuale sindaco di Roma aveva la loro età era invece molto ben conosciuto a Roma. Dalla polizia politica, dai magistrati, dagli avversari.
Allora guardiamo ai rispettivi contesti. Questi ragazzi (questi ragazzi specifici di cui si parla e che si sarebbe voluto tenere in galera) sono un bene di passione politica che la democrazia dovrebbe tutelare, da se stessi e dalla violenza. L’Alemanno fermato, processato tre volte e anche per breve tempo detenuto, era, ai suoi tempi, un duro, esperto e non pacifico leader di piazza, che sfidava con comportamenti border-line la giustizia borghese i cui principi oggi stravolge a danni altrui.
La sua carriera successiva si basa su una spericolata contaminazione fra rivendicazione dell’estremismo giovanile e accettazione delle regole della democrazia. In questo periodo si trova in grave difficoltà, perché la mentalità tribale sua e della sua gens s’è trasformata in famelico assalto lottizzatorio: situazione dalla quale cerca di titarsi fuori sulla pelle di qualche poliziotto e qualche ragazzino.
Definitivamente, di Gianni Alemanno una sola cosa merita rispetto: i romani che l’hanno votato. A patto che ci ripensino presto, però.
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Politica
9 dicembre 2010
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Una spallata ad Alemanno
Non ha retto neanche dodici ore, la prosopopea arrogante del sindaco più malmesso d’Italia. Ieri mattina Alemanno si indignava per «la montatura», «il caso ridicolmente gonfiato», «l’attacco politico». Già in serata, alla notizia dell’apertura di fascicoli d’inchiesta in procura e alla corte dei conti, l’uomo abbassava le penne e – come in centinaia di altre occasioni in due anni e mezzo da sindaco – faceva marcia indietro: il Campidoglio si affida ai giudici, perché si faccia luce sull’incredibile sconcio di 850 assunzioni a chiamata diretta all’Atac e mille all’Ama.
La destra più affamata e svergognata d’Italia è alla gogna. Una sola voce s’è alzata in difesa del sindaco: quella del presidente della Regione Lazio. Una signora che s’è fatta strada nella vita grazie alle tessere gonfiate del suo sindacato e all’amicizia di qualche conduttore televisivo. La giustificazione offerta dalla Polverini ad Alemanno è la stessa che lei già usò per lo scandalo Ugl: «Se c’è Parentopoli, c’è in tutta Italia». Vale a dire: lo fanno tutti, lo facciamo anche noi.
Argomenti patetici. Le due municipalizzate che si sono gonfiate di camerati e di figli, fidanzate e mogli di camerati forniscono alla Capitale i servizi di trasporto e di pulizia urbana tra i più inefficienti d’Italia, in una città dove s’è deciso di lasciare libero sfogo alle auto private e alla legge delle corporazioni più forti. Un po’ per ideologia, molto per incapacità, soprattutto per il disinteresse di un sindaco assillato da un unico dubbio: mentre io sto qui, mi porteranno via l’eredità politica di Berlusconi?
L’avventura romana di Alemanno è al capolinea, molto più in orario di tutti gli autobus della Capitale. Ma anche a Roma, come con Berlusconi, la spallata finale la deve dare la politica.
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Politica
6 ottobre 2010
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Il futuro di Roma affonda nella pajata
Il punto più basso nella storia, già non esaltante, dell’amministrazione di Roma. La giornata più umiliante per la gente della Capitale. Roba da sprofondare per la vergogna. Garantendosi però che i primi a sprofondare siano Alemanno e Polverini. Cioè un sindaco che svende funzione e dignità per uno strapuntino al tavolo del potere nazionale; e una governatice della cui unica specialità nota ci si è dimenticati troppo presto: la fabbricazione di tessere sindacali fasulle, un’attività che la Lega nord può apprezzare solo ora, dopo essersi riempita a sua volta di scandali e di questioni morali.
L’abbuffata di piazza Montecitorio seppellisce Roma sotto una montagna di stereotipi, luoghi comuni, anacronismi dai quali aveva faticato per decenni di liberarsi.
Il riscatto nei confronti del Nord Italia che guarda alla Capitale con diffidenza si affida alla pajata e al vino dei Castelli. È anche inevitabile: per quanto riguarda tutto il resto (ciò che conta davvero), sotto Alemanno Roma è tornata in pieno la città dove le regole sono calpestate e i servizi disattesi, dove prevale la legge del più forte sulla strada e nei uffici pubblici, dove la vigilanza è crollata e l’efficienza dimenticata.
Torna ad affidarsi alla coda alla vaccinara una metropoli che ha perduto l’ambizione di entrare nella competizione globale. Ancorché pugliese, Alemanno ne è il sindaco perfetto quando indossa la toga e le foglie d’alloro alle sfilate dei finti legionari: incapace di elaborare progetti strategici, il primo cittadino si rifugia nel folclore, e solo per difendere il suo posticino nelle manovre per il dopo-Berlusconi.
Pazzesco, ripensando alle polemiche della destra contro i sindaci progressisti delle notti bianche e delle feste del cinema: vette del pensiero, rispetto ai rigatoni al sugo di Alemanno.
Tutto questo nella dura persistenza di un colossale problema politico. Il Bossi imboccato e coccolato di ieri può fare pena o rabbia. Ma il barbaro da blandire e addolcire, vezzeggiare e riverire, rimane l’emblema del disprezzo e della negazione di un ruolo alto, orgoglioso, della Capitale. Un ruolo che del resto, in questi termini e con questi personaggi, Roma non merita neanche di riconquistare.
permalink | inviato da stefano menichini il 6/10/2010 alle 23:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
16 giugno 2010
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Liberale a chi?
Ci hanno creduto, e neanche tanto, solo al Foglio, certe volte teneri nei loro entusiasmi. Che il governo e addirittura Tremonti fossero diventati improvvisamente liberali. Eppure qualche dubbio sarebbe obbligato, ascoltando il ministro proclamare la via costituzionale alle liberalizzazioni. Per non dire del presidente del consiglio, che ha sempre qualche rivoluzione da recapitare a commercianti, artigiani e categorie amiche, peccato che la Costituzione, addirittura, lo fermi sul più bello.
Scuse, anche un po’ patetiche. Smontate magistralmente ieri da Irene Tinagli sulla Stampa. Poche righe per ricordare che paesi con sistema costituzionali assai diversi fra loro, e alle prese con manovre economiche ben più pesanti della nostra, anche nella crisi sanno tener ferma la barra di una politica liberale: quote intangibili di investimenti in innovazione, ricerca, università, scuola; riforma e non solo tagli nella pubblica amministrazione; crescita come obiettivo irrinunciabile.
Qui la situazione è nota, e sarebbe anche più evidente se le Marcegaglia o i Catricalà trovassero coraggio quando parlano davanti al governo, e non nascondessero dietro ai giri di parole la realtà di una potente rimonta del corporativismo. C’è a chi è chiesto di lavorare alle 5 del mattino, c’è chi si vede bloccare lo stipendio per anni, e poi ci sono le professioni e i cripto-monopoli ai quali il governo ha restituito in meno di due anni le esclusive e le prerogative che a fatica Prodi aveva cercato di scalfire.
A Roma, mentre Caltagirone si pappa l’Acea un pezzetto dopo l’altro, Alemanno si è spiaggiato sulla difficoltà di mantenere le promesse fatte agli amici tassisti in cambio del loro attivismo elettorale: la destra non solo vive di corporativismo, ma se ne fa soffocare.
Ieri, per contrasto, Bersani è ripartito sui temi sui quali funziona meglio: liberalizzazioni nei mercati della benzina, del gas, per le farmacie, per l’accesso alle professioni, nel credito. C’è un’iniziativa sulla banda larga, infrastruttura essenziale alla crescita troncata dai tagli del governo. Insomma, finalmente il Pd mette in scena un revival che non è polveroso. E che non pretende di essere ostacolato dalla Costituzione del ’46.

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Diario
7 giugno 2010
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bersani pd labour miliband obama alemanno
Pd, la rivincita sarà local
Dopo essersi molto coperto con la abusata scusa dei debiti ereditati dagli altri, adesso Gianni Alemanno comincia a pagare i debiti direttamente contratti da lui. E da Renata Polverini, bisogna aggiungere, perché l’aumento secco delle tariffe dei taxi a Roma è un impegno preso con la più accanita delle corporazioni amiche proprio alla vigilia delle elezioni regionali, e in funzione di esse. Chiusi in un parcheggio sotterraneo, il sindaco, la candidata e i capi dei tassisti romani rinnovarono sulla pelle dei cittadini il proprio patto. Oggi Alemanno deve onorarlo. Con quale impatto sulla mobilità romana (già disastrata da dissennate politiche di apertura al traffico privato) è facile immaginare.
«All politics is local», diceva il vecchio democratico americano Tip O’Neill. L’esempio di Roma – una delle capitali della crisi del Pd, dopo esserne stata la culla – è utile per capire quanto potrebbe essere facile ricostruire dal basso la rivincita sulla destra. Il governo Pdl di Roma e del Lazio è già allo sfascio: troppo scarso il suo ceto politico. Una sola manifestazione dell’opposizione davanti al Campidoglio è stata subito un successo. Eppure il Pd, come partito, non riesce a ritrovare fiducia in se stesso, tanto meno a suscitarne in una città più disillusa di quanto proverbialmente sia. 

Le cronache delle ultime discussioni sugli organigrammi democratici locali (ripetiamo, qui Roma è presa solo come sempio, ci sono sparsi in Italia casi anche più deprimenti) confermano l’impressione di un partito molto chiuso in se stesso, ossessionato dalle proprie dinamiche interne attuali o anche remote. Un partito che in attesa di ricostruire le proprie catene di comando interne sta concedendo troppo tempo e troppo spazio a una destra in evidente crisi di ossigeno.
C’è un nesso, fra questa situazione, moltiplicata per tante situazioni locali, e la linea nazionale del Pd. Qui dovrebbe ormai essere chiaro che ci sono alcuni possibili strumenti di rivincita su Berlusconi che non funzionano. Il primo è scommettere sulla rottura interna del centrodestra: che c’è, e potrebbe anche condurre prima o poi a una autentica crisi politica e magari di governo, ma senza che il centrosinistra ne possa raccogliere il frutto. Per parafrasare Bersani, più facile che la mela Berlusconi cada in un altro cesto di destra, che in quello del segretario democratico.
Non funziona poi l’idea del “grande centrosinistra”: anche se il Pd fa finta di niente, la sommatoria di tutti gli oppositori di Berlusconi appare adesso ancora più improbabile e indesiderabile della fu Unione. Ed è tutto dire.
Infine dovrebbe essere definitivamente chiaro dove conduce la scorciatoia dell’opposizione mediatica (sia detto nel giorno dell’ennesima sceneggiata santoriana): da nessuna parte. Audience e consenso elettorale, semmai qualcuno avesse pensato il contrario, sono due concetti perfino in contraddizione fra loro.
Eccoci allora tornati in città. «All polics is local», appunto. In fondo il Bersani delle primarie l’aveva anche promesso, con tutti quei discorsi sul ritorno al territorio. Che però si riduce, alla fine, al tentativo di resuscitare nei circoli del Pd lo spirito delle antiche sezioni di partito. Impresa meritoria, ma destinata a risultati modestissimi, come già si vede.
Nei paesi anglosassoni, che hanno certo una struttura sociale diversa dalla nostra, la politica locale (progressista e non solo) cerca di rivitalizzarsi del community organising: in Italia la chiameremmo militanza nel sociale, ripartire dall’esperienza e dalla domanda individuale del singolo simpatizzante, per aggregare intorno a lui una comunità di suoi simili. E questo è il partito, non un suo braccio o una sua struttura collaterale, associativa o sindacale. Su queste communities Obama ha edificato la sua macchina di consensi. Come leggete oggi su Europa dal racconto di Lazzaro Pietragnoli, da qui riparte David Miliband, cioè l’erede più promettente del blairismo in rottura secca col New Labour verticista e accentratore degli spin doctors. Bizzarro, per partiti ai quali si guardava una volta dall’Italia col senso di superiorità di chi ha una larga base militante permanente: non provano a recuperarla, provano a reinventarla. Dovremmo essere bravi a inventare anche qui.
permalink | inviato da stefano menichini il 7/6/2010 alle 23:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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