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Diario
18 dicembre 2012
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Parole chiare di Napolitano sul premier e sui partiti
Mario Monti è ancora indeciso, «riflette e continua a riflettere» secondo la definizione di Bersani che lo ha incontrato ieri. In compenso Giorgio Napolitano non è affatto indeciso e tiene ancora strette in mano le redini anche di questa crisi di fine legislatura: vuole personalmente accompagnarla e risolverla secondo tutti i crismi costituzionali (come già fece un anno fa), riconsegnando all’Italia del 2013 un governo pienamente politico diretta emanazione della volontà popolare.
Ovvietà, direte. Neanche per idea. Nei discorsi di Napolitano nessuna parola è usata a caso. E se ieri nell’affollata cerimonia al Quirinale ha ritenuto di dover sottolineare questa ovvietà, è perché troppi ancora giocano con la prospettiva di un incarico, dopo le elezioni, nuovamente figlio di un’emergenza, di una impotenza dei partiti, e quindi inevitabilmente ancora legato al nome di Monti.
Non si può escludere che tale scenario si realizzi ma ora sappiamo che chi darà l’incarico non ha intenzione di soggiacere facilmente a nuovi strappi alla regola.
Era evidente, ieri al Quirinale, che il sistema nel suo complesso non è entusiasta di quest’ultimo tratto di percorso montiano. Dopo aver ascoltato Napolitano, lungo il corridoio che porta al salone delle Feste, Bersani e D’Alema commentavano scuotendo la testa l’indecisione del premier in questa cruciale vigilia elettorale. Intanto altri ricostruivano il momento, domenica scorsa, in cui il capo dello stato avrebbe addirittura prospettato a Monti la necessità di doverlo sostituire al governo nelle prossime settimane, nel caso avesse deciso una partecipazione elettorale diretta.
Insomma le regole istituzionali e quelle politiche circoscrivono i margini di manovra dell’uomo al quale i centristi in Italia, e l’intero establishment internazionale, vorrebbero tornare ad affidare il futuro del paese.
Se però i commentatori noteranno queste strettoie indicate anche da Napolitano per Monti, i partiti hanno poco di cui essere soddisfatti.
Il capo dello stato ieri ha usato nei loro confronti parole di critica dura per l’interruzione anticipata della legislatura e per il fallimento del mandato riformatore in alcuni settori-chiave. Ha citato le province, le leggi anticorruzione e sopra ogni altra cosa, con massima amarezza, la legge elettorale.
Gentilmente, il presidente ha voluto seguire (citandola) la falsariga che qui su Europa gli avevamo proposto: il confronto fra le realizzazioni del 2012 e le aspettative suscitate dal suo discorso di esattamente un anno fa, subito dopo l’avvio del governo tecnico.
Il giudizio sull’intero arco dal 2008 è definitivo: «legislatura perduta». Però Napolitano ci tiene a precisare che invece il bilancio del 2012 non è negativo. Sottolinea le difficoltà nelle quali i partiti si sono dovuti muovere. Evidenzia i risultati conseguiti. E alla fine il vero messaggio rivolto urbi et orbi è: non rovinate ciò che è stato fatto. Non date un’informazione distorta e pessimista sulle riforme varate; non date spazio a campagne distruttive; non trascurate il recupero di credibilità dell’Italia nel mondo; non vanificate il lavoro svolto, anzi proteggetelo dal «fuoco polemico della battaglia elettorale».
Non c’è dubbio che questi stessi concetti verranno ripetuti davanti alle telecamere nel messaggio di fine anno agli italiani, l’ultimo di Napolitano presidente. In questo modo, senza mai assolutamente entrare in giudizi di merito o tanto meno parte, il capo dello stato implicitamente offrirà gli argomenti per valutare il comportamento delle forze politiche, a quel punto in piena campagna elettorale.
Mancano appena quattordici giorni. Eppure nel frattempo tante cose devono ancora avvenire.

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Politica
30 marzo 2012
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Napolitano in soccorso
È il governo del presidente: nella buona e quindi anche nella cattiva sorte. Con Mario Monti, Giorgio Napolitano ha condiviso fin qui l’ondata di consenso e di aspettative positive. L’opinione diffusa continua a essere largamente favorevole, ora però i due presidenti devono condividere anche l’inevitabile rimbalzo negativo. Emergono le conseguenze (sottovalutate) delle misure drastiche sulle pensioni; l’aumento delle tasse colpisce nelle buste paga; la crisi di liquidità morde le piccole imprese e i lavoratori autonomi. La sofferenza sociale è trasversale, ma diventa dramma e anche tragedia personale per artigiani, commercianti, le figure individuali più esposte.
Non c’è contraddizione fra il consenso che i sondaggi concedono ancora a Monti, e la palpabile crescente insoddisfazione. Il premier gode della mancanza di alternative, della credibilità comunque superiore rispetto agli altri attori politici, del confronto vantaggioso con un passato impossibile da rimpiangere. Anche per questo Bersani s’è innervosito per le battute asiatiche del premier: perché (eclissatosi oltretutto Berlusconi) l’impatto negativo dal paese arriva solo addosso a lui.
Per questo si rende necessaria l’interposizione di Napolitano. Ha voluto lui questa situazione, senza mai nascondere che la crisi economica fosse terribile, ma ora che comincia ad alzarsi l’insofferenza (non solo quella organizzata dai sindacati), è il momento per il capo dello stato di spendere in difesa del governo, del quadro politico e quindi indirettamente dei partiti l’enorme patrimonio di credibilità accumulato negli anni.
Ecco allora partire dal Quirinale l’appello all’accordo fra le parti sociali, ecco il riferimento ai giovani, ecco il varco riaperto alla modifica in parlamento delle norme sui licenziamenti. Ed ecco l’ombrello offerto ai partiti perché conducano avanti riforme elettorali e istituzionali neanch’esse destinate a suscitare entusiasmi popolari 
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Politica
29 marzo 2012
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monti pd pdl napolitano
Monti l'Asiatico
Avranno anche loro grossi problemi, ma India, Corea, Cina e Giappone messi in fila rappresentano una cassaforte di liquidità impressionante, sei volte le riserve di tutta l’area euro. Mercati finanziari ancora aggressivi e in espansione. E anche se dalle dichiarazioni ufficiali ai fatti c’è una distanza da colmare, se Monti tornerà dal suo viaggio avendo rimesso l’Italia nel mirino asiatico, questo sarà un considerevole successo.
Oltre tutto, come scriviamo oggi su Europa, Monti è stato ricevuto nelle capitali asiatiche più da ambasciatore dell’euro, rafforzato dal viatico di Obama, del Wsj, della business community occidentale, che da premier italiano. E anche questo ruolo pare esser stato assolto con qualche risultato.
A fronte di queste dimensioni dell’impegno montiano, le nevrosi romane sul suo rapporto con i partiti appaiono fuori luogo. Non perché Monti non possa essere contestato, o perché gli si possano consentire atteggiamenti di superiorità. Il problema è che i partiti, dal giorno del voto di fiducia, hanno imboccato una strada che non consente grandi scarti. E quanto più Monti ha successo, tanto meno chi lo appoggia può scartare.
Non è un caso che negli ultimi giorni Pd e Pdl si siano rimbeccati su chi volesse segretamente aprire la crisi e andare alle urne: stavano entrambi precostituendo (Casini lo fa da mesi) l’argomento polemico contro l’avversario eventualmente colpevole di far saltare l’operazione “salva Italia” impersonificata da Monti stesso. Insomma: forse sono innervositi dal successo del premier, certo ci tengono ad apparire i suoi più saldi sostenitori.
Vista la malizia comunicativa del personaggio, non c’è da dubitare che al suo ritorno dall’Asia Monti troverà il modo, in tandem col capo dello stato, di mettere anche questo ulteriore risultato diplomatico sulla bilancia.
Sulla bilancia di che cosa? Parlando di ambizioni personali, di qualcosa di più elevato della presidenza del consiglio italiana. Parlando di equilibri politici, di un assestamento del paese su un modello liberale dal quale sia difficile discostarsi per chiunque venga dopo.
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Politica
27 marzo 2012
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È il contrario della crisi
I lettori di giornali – e a maggior ragione il presidente Monti – dovrebbero da oggi valutare le notizie politiche facendo la tara della campagna elettorale per le amministrative virtualmente iniziata. Certe fiammate polemiche tra Pd e Pdl, la querula auto-riproposizione del Terzo polo come vero “partito di Monti”, le ricorrenti sparate di Di Pietro: tutto va inquadrato dentro quella che i partiti considerano inevitabilmente la mission principale.
Per mettere al riparo il lavoro del governo e del parlamento in questa fase è meglio smussare gli angoli. Per esempio l’osservazione fatta dal premier sulla possibilità di mollare «nel caso l’Italia non fosse pronta per le riforme» va intesa come una ipotetica del terzo tipo: in realtà il paese sta dimostrando un’eccezionale tenuta e anzi reattività positiva alla cura da cavallo propinata dal governo, come Monti stesso ricorda sempre agli interlocutori stranieri. Né ci si può lamentare più di tanto dell’Italia politica, se la maggioranza è ancora lì dopo che per quattro mesi i partiti hanno dovuto accettare misure che, ognuno per parte propria, andavano contro i rispettivi programmi ed elettorati.
Ieri poi il Pd ha compiuto un piccolo capolavoro, che Monti (e Napolitano) avranno silenziosamente apprezzato: invece di cedere alle tentazioni (e alle proposte) di aprire nel paese e nelle piazze una vertenza sul lavoro, tutte le componenti si sono strette intorno all’obiettivo di correzioni parlamentari sull’articolo 18. La riforma ne risulterà più equilibrata e, anche se la Cgil non si placherà, il Pd avrà allo stesso tempo rinforzato la posizione del governo e rilanciato se stesso come perno dell’alleanza.
Fresco di citazioni berlingueriane, Bersani ha compiuto nel Pd una tipica operazione centrista che anche molti ex dc avranno potuto riconoscere come parte del proprio bagaglio. La convergenza delle ali è stata piena, compreso il ripudio delle logiche correntizie. Come s’addice a un partito in campagna elettorale; a un partito comunque primo nei sondaggi nazionali; e a un partito che sa di dover continuare a difendere davanti alla propria gente scelte non facili. 
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Politica
21 febbraio 2012
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pd bersani monti fassina napolitano
Pd, saprai fare meglio di Monti?
Bersani non ha alcun interesse né voglia di farsi trascinare nella rinnovata polemica fra democratici intorno alle qualità del governo e alla simpatia che deve suscitare nel Pd. Fa bene, anche se il riaccendersi degli animi è anche conseguenza del precario equilibrio lessicale sul quale si muove il segretario: dire che Monti va benissimo, ma che il centrosinistra al suo posto (e in futuro) farà “altre cose”, lascia varchi di interpretazione sul presente nei quali non tutti si muovono con accortezza.
Il governo non sta più facendo manutenzione né solo emergenza: vuole cambiare il paese nel profondo e in parte lo sta facendo. Col voto del Pd. Garantito, fin d’ora, anche sulla difficile riforma del mercato del lavoro, con i ritocchi all’articolo 18 ai quali Bersani s’è già detto disposto, e con gli stessi incentivi alla trasformazione dei contratti precari che il Pd aveva proposto. I democratici in senato si spendono molto per rafforzare le liberalizzazioni. Intanto arriva lo schema di riforma fiscale che, di nuovo, ricalca molte delle proposte del Pd. In Europa Monti non si limita a ripristinare l’immagine italiana: ora si smarca da Germania e Francia nel nome della crescita, proprio come gli avevano chiesto i partiti, Pd in testa.
E allora? Queste riforme sono la pista per riformare l’Italia sì o no? Sono condivise fino in fondo, o solo in omaggio all’emergenza? Vengono da un governo “di destra perbene”, come s’è sentito dire da alcuni intellettuali invitati al seminario di Cuperlo e come va dicendo Goffredo Bettini, o da un governo che sta facendo molte delle cose che i democratici volevano fare (riforma delle pensioni inclusa) e che non avrebbero potuto fare nello schema della foto di Vasto?
È il successo di Monti il problema di Bersani, come si intuisce da tante frasi, mezze frasi, atteggiamenti? Mi pare un problema benvenuto, in nome dell’Italia.
Una sfida a fare meglio, ad aggiornare proposte ormai vecchie di un anno (che è come dire dieci anni). Certo non un motivo di mugugno.
Tutti conosciamo le ragioni del mal di pancia democratico, ma Bersani dovrebbe spiegare ai membri della sua segreteria – in primis a Stefano Fassina, naturalmente – che il modo migliore per regalare a qualcun altro il governo del paese per i prossimi dieci anni è sbilanciare il Pd in questa fase, spostarlo da quel ruolo centrale di “partito nazionale” nel quale si è trovato al momento della caduta di Berlusconi. Fallire l’occasione nel nome di rigidità ideologiche figlie di un anacronistico sospetto anti-liberale sarebbe una follia, la negazione dell’esistenza stessa del Pd e dell’adesione di tanta gente.
Non che Fassina da solo abbia questo potere, si intende. Ma sappiamo quanto sia forte, più che la competizione esterna al Pd, la domanda interna di “tornare a un partito di sinistra”.
Sono i tempi, è la crisi che spinge a questa reazione identitaria, e non solo in Italia. Peccato che da noi “tornare a sinistra” – in un’accezione così tradizionale – si traduca inevitabilmente con la condanna a un ruolo marginale, nel migliore dei casi di sostegno a leadership riformiste esterne.
Il Pd è nato per sfidare e smentire questa condanna. Lo scriviamo da più di due anni: l’unico modo per favorire i piani di chi vuole scalzare il Pd dal ruolo protagonista, è lasciare a costoro il centro del campo. E il centro del campo ora si chiama Mario Monti, per ciò che è e per ciò che fa.
Qualcuno vuole candidare Monti premier anche oltre il 2013? Facciano, è legittimo provarci, anche se l’interessato s’è detto non interessato.
Bersani pensa di poter far meglio, di Monti e di chiunque altro? Ottimo ma il risultato non gli è dovuto per diritto divino: deve meritarselo dimostrando di saper guidare una maggioranza che non è la maggioranza del Pd e neanche quella del centrosinistra, bensì quella dell’intero paese.
Noi pensiamo che il Pd debba essere solidale (anzi, più solidale) con il suo segretario in questa impresa, finché lui saprà proseguire sulla strada di mettere sempre il bene dell’Italia davanti a tutto.
Il problema è che una simile generosità era relativamente agevole, quando il premio immediato era la caduta di Berlusconi. Ora fare il bene dell’Italia implica qualche atto di coraggio in più, una maturità e una consapevolezza che pensavamo acquisita e invece evidentemente è ancora da conquistare, la forza di prendere di petto il perdurante luogocomunismo che bagna anche i piedi del gruppo dirigente democratico.
La metafora di tutto è nell’episodio che ieri ha coinvolto il capo dello stato a Cagliari.
Finché sovrintendeva alla sostituzione di Berlusconi, Napolitano era da santificare. Oggi è «il presidente delle banche». Per dieci estremisti che dicono queste stupidaggini, ce ne sono tanti che le scrivono e le pensano, pronti a estendere questo giudizio a Monti, alla sua manovra («brutale e iniqua», l’ha definita Fassina) e a tutti i partiti che sostengono il governo. Se vuole suicidarsi, il Pd può offrire sponde a questi mal di pancia e a questi rigurgiti. Se vuole vincere, deve affrontare e battere in campo aperto le posizioni “di sinistra” più deleterie.
Rimanere in mezzo no, non si può. 
permalink | inviato da stefano menichini il 21/2/2012 alle 20:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
8 febbraio 2012
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Riforma elettorale, si parte
La notizia potrebbe finire un po’ schiacciata fra il dramma del paese paralizzato dal gelo e le evoluzioni, decisamente più comiche, del sindaco di Roma (ieri è riuscito a prendersela di nuovo con la Protezione civile e poi con l’intero Nord Italia, prima di essere colpito alle spalle da un comunicato sbagliato della sua stessa amministrazione sulla chiusura delle scuole).
La notizia, solo apparentemente meno rilevante per i cittadini, è che finalmente la seconda gamba del tentativo di Napolitano di stabilizzare il paese ha poggiato in terra. Da ieri i partiti sono ingaggiati nel percorso di parallela e contemporanea riforma della legge elettorale e di pezzi del sistema istituzionale (bicameralismo, regolamenti, numero dei parlamentari, poteri dell’esecutivo).
La notizia è ottima per Monti. Domani il presidente del consiglio va negli Stati Uniti, dove riceverà un’investitura da leader europeo e cercherà di conquistare credito e sostegno per l’Italia e per l’Eurozona. Non che Monti avesse nulla di serio da temere in patria, però è evidente che se i partiti, compresi quelli dell’attuale opposizione, si mettono al lavoro sulle riforme della politica, il governo ne guadagna in stabilità e tranquillità.
Già in partenza è caduta una delle carte avvelenate di questa complicata partita: chiaro che un accordo tra Pd e Pdl sarà inaggirabile, però nessuno dei due big mostra di voler tagliare fuori gli altri, come pure era stato paventato dopo l’ultima sortita pubblica di Berlusconi. Né Pdl né Pd faranno regali ai potenziali alleati, e il superamento del bipolarismo non è una via praticabile, però non c’è aria di tagliole contro nessuno anche perché il clima del paese nei confronti dei partiti non è tale da permetterlo.
Bersani ha davanti a sé la road map che chiedeva e ieri ha messo in chiaro qual è la sua unica vera condizione: un anno di tempo per chiudere tutto e poi ognuno per la propria strada. Quello che lui considera un sacrificio ben speso – non andare al voto nel 2012 – non si spingerà fino al suicidio del Pd all’interno di una grosse koalition elettorale insieme alle creature di Berlusconi.
permalink | inviato da stefano menichini il 8/2/2012 alle 7:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
4 gennaio 2012
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Carbone, dolcetti... e Bersani
Pensierini sparsi prima della Befana, utili anche a decidere chi nella calza merita di trovare carbone, e chi i dolcetti.
La trattativa sulle nuove regole del mercato del lavoro sarà difficile, ma procederà. Tutti i soggetti coinvolti sono in definitiva dei pragmatici e non è stato casuale ieri il riferimento fatto da Napolitano (di nuovo lui) all’accordo del 28 giugno 2011: quell’intesa unitaria, duramente contestata dalla Fiom, fu il primo passo di Susanna Camusso al vertice della Cgil. La difesa dell’unità sindacale riconquistata allora è preziosa e non è convenienza di Monti rimetterla in discussione. Ieri è bastato un tweet partito dalla Cgil per gettare l’allarme a proposito degli incontri separati che Fornero intende avere in prima battuta con le confederazioni. In realtà, come ha detto Bersani, è importante che unitario sia l’approdo, e questo accadrà solo se tutti avranno fiducia in se stessi più che nel marcamento reciproco.
A proposito di Napolitano, belle le foto mentre a Napoli fa la fila al botteghino del cinema. Photo opportunity organizzata, certo. Un filo di retorica, può darsi. Ma sono cose che quando le fanno i politici scandinavi suscitano ammirazione e invidia. Dunque.
Al presidente dell’Istat, Giovannini, era stato chiesto di chiarire il mistero del confronto fra gli stipendi dei parlamentari italiani e quelli dei loro colleghi europei. Con notevole ritardo la sua commissione ha presentato un rapporto che, se possibile, ha peggiorato la situazione e ha aumentato la confusione. Sicché ora forse non sappiamo se gli onorevoli italiani guadagnano troppo, però sospettiamo che guadagni troppo (anche in confronto ai suoi colleghi europei) il presidente Giovannini: 25 mila euro lordi al mese.
La dichiarazione fatta anni fa da Alemanno (a Roma non c’è crimine organizzato, ma i giovani sono malamente ispirati da Romanzo criminale) gli è già costata tanto, da quando Roma è diventata davvero il set di una guerra di mala. Ora che abbiamo anche l’ex terrorista nero gambizzato, la sceneggiatura è completa. Manca solo la parte per il sindaco ex picchiatore che voleva diventare sceriffo e non riesce a fare neanche il pompiere.
Bersani che alza la voce contro Grillo, intimandogli di stare attento a come usa le parole su Equitalia, visto che girano le pallottole: l’ottimo augurio per un 2012 di riscossa della buona politica. 
permalink | inviato da stefano menichini il 4/1/2012 alle 17:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
3 gennaio 2012
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Liberale o no, facciamola questa rivoluzione
La lettera di Giorgio Napolitano a Reset su Luigi Einaudi – di cui parla oggi con cognizione di causa Federico Orlando – offre alla discussione interna al Pd una elevata cornice, ideologica nel senso migliore del termine. Da oggi, chi sta nel Pd con idee liberali può sentirsi meno solo. E lo sguardo retrospettivo dell’attuale capo dello stato verso i decenni del rigetto del liberalismo da parte della sinistra italiana non può che incoraggiare a lasciar cadere le ultime timidezze: l’interpretazione del nuovo partito come incontro finale dei cattolici democratici e dei post-marxisti è davvero troppo poco, e non produce una vera cultura riformista moderna.
Ci sono state reazioni negative alla lettera, alcune argomentate e altre frutto di pura e semplice stizza. Se ne capisce bene il motivo. Nessuno si accalorerebbe per la riapertura dell’ennesima disputa storiografica o per un astratto conflitto sulle radici ideali del centrosinistra.
Il punto è terribilmente concreto, riguarda l’oggi e il domani della politica italiana, come certo Napolitano aveva ben presente mentre scriveva a Reset (peraltro diversi mesi dopo la sollecitazione ricevuta dal direttore Bosetti).
In questo senso, buttarla sulla storia delle idee può essere insidioso.
Dietro una certa opinione corrente nel Pd sul governo Monti (lo appoggiamo, ma noi siamo un’altra cosa e quando governeremo faremo altre cose) c’è infatti un corposo pregiudizio ideologico.
Pregiudizio che ha cominciato a sollevarsi anche prima dell’apparire di Monti, non appena s’è capito che dal berlusconismo si rischiava di uscire non “da sinistra” (nella versione tradizionale del termine) bensì con svariate soluzioni più o meno moderate, tecnocratiche, “liberiste” nell’interpretazione più negativa del concetto.
Con queste premesse, sarebbe fin troppo facile vincere la partita interna al Pd richiamando la base a suggestioni di appartenenza e identità: “loro”, i liberali, sono una cosa, “noi” ex socialisti e cattolici democratici siamo un’altra. Dunque le cose che vogliono fare “loro” sono accettabili soltanto in una logica d’emergenza, in attesa di riprendere la giusta via, la “nostra” via verso la giustizia sociale (in genere un sincretismo fra Keynes, encicliche papali e testi sacri del marxismo).
Napolitano conosce bene l’argomento, dunque nella lettera a Reset mette in guardia dall’errore già compiuto di fissare questa alterità fra “noi” e “loro”. Conosce bene però anche i suoi polli (con rispetto parlando) e sa che a buttarla sulle idee generali si facilita il compito di chi preferisce arroccarsi, come infatti puntualmente successo: «Stava nel Pci e pensava che fosse il Pli», gli ha replicato sulla rete Massimo D’Antoni, un economista che scrive sull’Unità.
Allora la lettera a Reset va messa insieme agli altri interventi recenti del presidente della repubblica, che tutti contengono almeno un messaggio diretto al mondo della sinistra sindacale e politica dal quale proviene, e dal quale fatica tanto a farsi capire.
Si scopre così che per affrontare l’emergenza italiana, secondo Napolitano, non è neanche necessario spingersi fino alle antiche buone ricette dei liberali alla Einaudi (lotta ai monopoli, minima invadenza dello stato nell’economia, pari opportunità in partenza per chiunque), perché anche chi volesse restare con i piedi e la testa piantati nel proprio percorso identitario dovrebbe riconoscersi fino in fondo nella sfida di questi mesi.
Ecco perché dai discorsi presidenziali spuntano Di Vittorio e il Pci degli anni Settanta, politiche di austerità e di crescita elaborate a sinistra, dalla parte del mondo del lavoro. Grandi leadership politiche e sindacali che non si limitarono a trattare con “gli altri” ma condussero la propria gente fuori dai recinti della tradizione, per proporsi come motori e non freni dell’apertura della società italiana alle nuove stagioni.
Abbiamo letto in più occasioni di un Napolitano stupito delle resistenze democratiche a entrare pienamente nella partita della transizione italiana, con i prezzi che questa partita richiede ma anche il ruolo centrale che garantisce a chi saprà giocarla al meglio. Pare di capire che il vecchio dirigente riformista del Pci, dato atto al Pd di grande senso di responsabilità e generosità, si sarebbe però aspettato maggiore capacità di visione da parte degli eredi della sua stessa storia.
Con l’ottimismo dei primi giorni di un anno nuovo, penso che alla fine il capo dello stato avrà almeno in parte soddisfazione. Non ci si arriverà attraverso revisioni ideologiche (che pure sono importanti per far capire che davvero siamo a un tornante storico), ma nel duro quotidiano confronto con la realtà, che è poi il terreno che un pragmatico come Pier Luigi Bersani pratica meglio.
Avessimo dovuto prestar fede alle apodittiche affermazioni di principio e di teoria economica, non saremmo dove siamo adesso. Muri che sembravano insormontabili e come tali venivano presentati, come il rapido completo passaggio al metodo contributivo per le pensioni, sono stati scavalcati in meno di un mese. Con sofferenze e correzioni, certo, ma oggi nessuno si azzarderebbe a proporre di tornare indietro: il che vorrà dire qualcosa, si dovrà trarre qualche lezione da questo bagno di realtà.
Così potrà andare sulla rottura delle incrostazioni corporative e monopolistiche che alterano il mercato; sulla nascita di un contratto di lavoro giusto per tutti e non solo per alcuni; sull’estensione di tutele fuori dalla cerchia dei garantiti di sempre; sulla riscrittura di quel welfare nel quale Napolitano vede tante «degenerazioni parassitarie»; sulla sburocratizzazione della macchina pubblica.
Non sappiamo se alla fine la chiameremo liberale, socialista o semplicemente democratica. È chiaro però che, almeno potenzialmente, quella che abbiamo di fronte è una rivoluzione. E le rivoluzioni è sempre meglio farle che subirle. 
permalink | inviato da stefano menichini il 3/1/2012 alle 17:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
22 dicembre 2011
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Un'altra mela per Bersani
La partita che Bersani aveva dichiarato di voler giocare due anni fa – «Vediamo chi farà cadere la mela», quella con le sembianze di Berlusconi – è finita con un no contest. Bersani una volta ha detto che la caduta del Cavaliere è stata merito suo; altri potrebbero pensare che al momento topico il famoso cesto sotto il famoso albero l’abbiano infilato i tecnocrati; oppure il capo dello stato, regista della transizione; o magari il signor Spread e un paio di leader europei.
Non conta. La mela alla fine è caduta da sola, sta diventando marmellata di centrodestra. Pazzesco: del Grande Epilogo ora non importa semplicemente a nessuno.
La domanda ormai è: qual è la prossima partita? Su cosa misureremo capacità di leadership e di consenso ora che il duello con Berlusconi non è più l’alfa e l’omega?
Napolitano ha proposto il tema cruciale. Non solo martedì (in un discorso il cui significato è stato edulcorato su qualche giornale) ma da molto tempo. Potremmo tradurlo così: in Italia vincerà chi saprà dare una svolta concreta, tangibile, alla vita delle ragazze e dei ragazzi. Una riforma complessiva della politica, dell’economia e della società che abbia gli interessi delle giovani generazioni come priorità assoluta: questo è l’orizzonte disegnato dal capo dello stato, non per il futuro remoto ma per i prossimi mesi.
Messe così, le cose assumono altro senso. La polemica sull’articolo 18 come vediamo si diluisce, la posta diventa più alta: Monti, Fornero e gli altri sapranno proporre un quadro fattibile ed equilibrato di nuove tutele e opportunità di lavoro e reddito? I sindacati sapranno fare ciò che non hanno fatto mai, cioè rappresentare i non rappresentati? E il Pd, che è il luogo che ci interessa, saprà accettare la priorità, farsi cambiare da essa?
Bersani, con pragmatismo che non lascia spazio a ideologismi, sta giocando bene una partita che immaginava diversa. È sfidato sul tema che è la sua sfida: il lavoro. Sa che sarà dura, com’è successo sulle pensioni, ma ripete che non ci si può sottrarre. Lo scrivevamo martedì: il Pd ha chiesto di cambiare l’ordine dell’agenda. È stato accontentato dal governo. I passi falsi comunicativi sono stati corretti, a raffreddare i bollori sindacali ha provveduto il Quirinale.
Ora non si torna più indietro, non ci si ferma e sarà difficile rinviare. C’è un’altra mela da cogliere, stavolta nell’interesse di un intero paese. Ed è nel nostro campo. 
permalink | inviato da stefano menichini il 22/12/2011 alle 16:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
21 dicembre 2011
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Napolitano rilancia il "suo" governo
È stato il discorso fortissimo di un uomo totus politicus che chiede di smetterla con le lamentazioni sulla sospensione della democrazia e sulla espropriazione della politica. Nell'intervento di Napolitano di ieri c’è l’orgoglio dello statista che non accetta lezioni sul funzionamento delle democrazie parlamentari e rivendica la soluzione da lui stesso proposta per supplire al fallimento del «bipolarismo distorto». Il capo dello stato vede l’anomalia, la riconosce, ma inscrive la nascita del governo Monti all’interno della assoluta regolarità repubblicana.
Dopo la correttezza istituzionale c’è però il nerbo politico, che Napolitano propone con la medesima energia, nel modo più esplicito affinché nessuno possa far finta di non capire.
Il presidente, si vede, non ha mandato giù il rifiuto dei partiti a farsi coinvolgere nella formazione del governo. Allora però, dice loro, dovete stare in campo senza nascondervi dietro «imbarazzi». Il sostegno a Monti ora va rivendicato come un merito e riempito di contenuti, cioè di riforme utili – anzi indispensabili – al paese.
Come è da molto tempo, il Quirinale detta l’agenda. Rende chiaro che, approvata la manovra, c’è davanti a noi un secondo tempo discretamente lungo: non solo la riforma elettorale ma addirittura modifiche alla seconda parte della Costituzione, e poi le riforme economiche e sociali. Rispetto alle quali ognuno dovrà assumersi le proprie responsabilità. Non per generici e assurdi favori alle tecnocrazie europee, bensì per aprire una strada verso il futuro ai giovani italiani.
Sono loro, «i non rappresentati», la priorità di Napolitano, che sa quanto le dinamiche partitiche e sindacali possano essere discriminatorie rispetto a chi è disperso e non ha potere contrattuale.
Proprio qui arriva la tirata d’orecchie a Susanna Camusso per il recente attacco personale a Elsa Fornero: è chiarissima, e pare sia stata perfino attenuata nella versione finale del discorso. Ma la scossa vale per tutti, Pdl e Pd in particolare, che Napolitano vorrebbe più disposti a farsi coinvolgere. 
permalink | inviato da stefano menichini il 21/12/2011 alle 16:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
16 novembre 2011
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L'Italia migliore con Monti
Il commento più preciso, adatto, consono ieri l’ho trovato su Twitter, come è d’obbligo questi tempi. Suonava più o meno così: «Ragazzi, non mi sento all’altezza di questo governo».

È vero, questa è la sensazione a caldo dell’incredibile prima giornata col governo Monti.

Presto cominceremo ad avere dimestichezza con i ministri del professore, passeremo a scrutinarli, svelarne le mosse e i difetti, criticarli se necessario. E naturalmente lo stupore di oggi è tutto dovuto a due fattori: in primis al confronto stridente fra la qualità (non personale, professionale) del gruppo di persone che giurava ieri davanti a Napolitano, e la squadra che era stata radunata nello stesso luogo tre anni fa da Berlusconi; in secondo luogo alla rapidità con la quale la sostituzione si è realizzata, un capolavoro di prontezza politica e di agilità nelle strettoie costituzionali che poteva essere realizzato solo da Giorgio Napolitano.

(Fatecelo scrivere, tra parentesi: l’unica rivalsa che vogliamo prenderci oggi è su quanti – anche nelle opposizioni, dal Fatto a Di Pietro e non solo – negli ultimi anni hanno mugugnato e perfino svillaneggiato contro le prudenze e le presunte concessioni che il Quirinale faceva a Berlusconi. Ora certo si capisce meglio quanto fosse forte il filo tenuto con Gianni Letta, ma soprattutto quanto al capo dello stato premesse preservare per sé un ruolo super partes che sapeva di dover spendere, prima o poi, al momento delicato del collasso della maggioranza).

Torniamo però al punto del disorientamento.

Abbiamo talmente assimilato l’idea che l’Italia sia stata avvelenata e corrotta nel profondo negli anni dell’epopea berlusconiana, che di fronte alle donne e agli uomini di Monti avvertiamo quasi la paura che potrebbero non farcela non per propri errori o limiti, o per i bastoni fra le ruote della politica, ma perché dovranno mettere le mani in un paese troppo compromesso. «Non all’altezza», come dicevano su Twitter.
È un pensiero sbagliato, da combattere. Non solo perché allude a un elitismo inaccettabile che il professor Monti per primo – per quanto non privo di autostima – respingerebbe. Ma soprattutto perché l’attesa positiva e perfino la stanchezza del paese sono in realtà le grandi risorse che possono trasformare questa avventura in un successo. 

Può darsi che per una volta – non gli capita spesso – le cosidette parti sociali abbiano interpretato, non sappiamo quanto consapevolmente e sinceramente, un profondo senso comune degli italiani. È stato quando, l’altroieri, hanno detto al presidente incaricato più o meno così: ognuno di noi ha qualche paletto fermo da mettere, ognuno ha qualche proposta da fare a danno di qualcun altro, ma ci rendiamo conto che nell’emergenza dovremo affidare al nuovo governo un margine ampio di compromesso sociale. Dunque, siamo disposti a rinunciare, a venirci incontro, a enfatizzare i punti di accordo su quelli di disaccordo.
Non sono concessioni: è la precondizione, più volte riaffermata dal presidente della repubblica, per fermare l’Italia sull’orlo del baratro che le si para dinanzi, per rigirarla e rimetterla in movimento nella direzione della crescita.

È tutto da vedere quanto le disponibilità affermate diventeranno concrete al momento delle scelte: ogni diffidenza è autorizzata. Però abbiamo anche noi l’impressione che il tempo delle barricate a difesa di interessi e privilegi possa essere se non finito, almeno sospeso. Indebolito dalla crisi di cui tutti si sentono parte e vittime. Un po’ esaurito, come s’è esaurita (almeno apparentemente) la voglia delle figure politiche e pubbliche di litigare davanti a tutti, in televisione, alzando il livello della voce e abbassando quello degli argomenti.
Ecco, a un paese spaventato e stanco possono parlare con efficacia i ministri di Mario Monti, anche se s’è capito subito che la comunicativa non è il loro pregio principale (anche questo però potrebbe trasformarsi in un vantaggio: non è scontato, ma potrebbe essere).

Sulla rete, che è un po’ il concentrato delle passioni e anche dei pregiudizi più incongrui, il governo appena nato è già stato battezzato come il gabinetto dei banchieri, degli emissari del Vaticano, dei professori altezzosi. Ci sarà stampa di destra e di sinistra che alimenterà questa campagna di discredito, senza fermarsi davanti ad alcuna delle più ridicole ipotesi complottistiche. 

Sarebbe facile mettere tutti a tacere riproponendo, fino a esaurimento, il paragone fra il governo nato ieri e la situazione nella quale ci trovavamo solo venti giorni fa. Con quel governo, quelle competenze, quella certificata incapacità di affrontare non dico la crisi di sistema, ma neanche l’emergenza quotidiana (la fine fatta da Giulio Tremonti è l’emblema: in quali mani eravamo finiti).

Il confronto però è risposta già banale, già superata dai fatti, e comunque insufficiente.
La più convincente replica alle critiche è intanto nelle vere biografie delle persone scelte da Monti e da Napolitano. Perché sono tutte biografie complesse, e tutte molto dense di politica. Non confondiamo questo passaggio, per fare un esempio, con l’epoca dei professori ai quali venne per un periodo affidata la Rai, tanti anni fa. Lì davvero c’era estraneità, elitismo, alterità e distanza, alla fine incompetenza specifica. Qui c’è gente che, nelle rispettive carriere, s’è dovuta misurare molte volte con la concretezza delle scelte, con la complessità della mediazione politica (perfino a livello internazionale), con la necessità del compromesso. Il loro presidente del consiglio, del resto, è l’emblema esattamente di questo.

Ci si chiede: e la politica? Questa sospensione di sovranità democratica?
Tutte le risposte giuste sono già state date, in queste ore.

Intanto, proprio grazie alla situazione che s’è determinata, il parlamento sarà da domani (anzi già da oggi, al senato) un luogo straordinariamente più importante non solo di quanto sia stato negli ultimi due anni e mezzo, ma anche di quanto fosse nelle legislature scorse.
Sarà il luogo della formazione di maggioranze non scontate né predeterminate. Sarà il luogo di leggi e di riforme non delegabili al governo. Sarà il luogo dove incuberanno le nuove coalizioni. Insomma, l’opposto di un’arena dove solo due attività erano consentite: spingere tasti e insultarsi a vicenda.

Poi appunto ci sono i partiti. Questo è un discorso che andrà ripreso, e che per la parte che ci riguarda più da vicino – la parte del Pd – si presenta pieno di inevitabili novità, di sfide affascinanti, di una possibile rilanciata ambizione maggioritaria. 

Di fronte al paese di cui parlavamo prima, l’Italia stremata e per ciò stesso disponibile e “in attesa”, è però il sistema dei partiti nel suo complesso che ha – proprio dal governo Monti – la sua opportunità. Ora, se vuole e se sa, avrà tempo, modo e motivazione per autoriformarsi e per riproporsi alla prova elettorale del 2013 in condizioni accettabili.
I discorsi sulla fine della Seconda repubblica o sulla chiusura dell’epoca bipolare sono astrazioni politologiche: la sostanza sarà nella riorganizzazione dei campi di centrosinistra e centrodestra e nella competizione (riapertasi, ma col centrosinistra in vantaggio di credibilità) sul fronte della responsabilità verso i bisogni dei cittadini.
permalink | inviato da stefano menichini il 16/11/2011 alle 19:58


Politica
16 novembre 2011
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La strada giusta, con Amato/Letta o senza
Ieri i partiti hanno giocato al risiko del governo, come era in parte inevitabile, a dimostrazione che effettivamente non esiste un autentico spirito di coesione fra Pdl e Pd: troppo ansioso di sanare presto la ferita della sconfitta il primo, timoroso di farsi compromettere in un abbraccio mortale il secondo.
Il risiko in circostanze come le attuali può diventare un gioco pericoloso, e a tratti ieri si è diffusa la paura che potesse saltare tutto.
In realtà non c’è mai stato un rischio concreto, come ha dimostrato un serafico Mario Monti a fine giornata e come si confermerà stamane quando il presidente incaricato salirà al Quirinale per sciogliere la riserva e consegnare la lista dei ministri a colui che per Costituzione li nomina.
La confusione nasce soprattutto dalla persistente sottovalutazione della forza della quale gode Napolitano in questa fase, sulla scorta di un consenso popolare senza precedenti. Il potere di convincimento del capo dello stato si trasmette al suo presidente incaricato, sul cui successo punta oggi qualcosa come il 78 per cento degli italiani, di ogni fede politica.
Questa moral suasion “rafforzata” si è esercitata su Bersani per vincere le resistenze alla nomina di ministri politici, con esito fino a ieri sera incerto. Le obiezioni Pd non sono infondate (la necessità di dover ricorrere a due antichi mediatori come Letta e Amato potrebbe rendere meno “nuova” la novità Monti), però Napolitano mette davanti a tutto l’operatività governativa nei tornanti parlamentari e nelle relazioni internazionali.
Un governo di non totale discontinuità sarebbe più esposto agli attacchi delle torme di guastatori di destra e sinistra. Fino a un certo punto però. Bisogna aver fiducia in sé e negli italiani. Soprattutto il Pd deve aver fiducia. Tutti i sondaggi seri lo collocano ormai intorno al 30 per cento proprio come premio per la scelta compiuta dopo le dimissioni di Berlusconi, il cui partito invece perde senza sosta e perderà di più dopo la rottura con la Lega. Questa è la strada da seguire, rischiarata dal cono di luce del Quirinale. Frenare non serve e non conviene.
permalink | inviato da stefano menichini il 16/11/2011 alle 8:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
10 novembre 2011
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Pd, finalmente il momento di battersi su tutti i fronti
L’operazione Monti è forte. Non solo può offrirci l’uscita d’emergenza dall’incendio finanziario, il paracadute nella caduta economica. Può fare di più. Può avviare lo scardinamento dell’Italia delle corporazioni, spezzare la spirale settaria, mettere ai margini chi vive della rendita avvelenata della contrapposizione ideologica, bonificare il terreno dove si svolgerà comunque presto un confronto elettorale che deve essere diverso da quelli inconcludenti del passato.
Per questo l’operazione Monti ha tanti nemici, che di fretta e con furia si mobilitano, si organizzano, cercano di fermare il virtuoso processo politico e istituzionale messo in moto dal presidente Napolitano.
Sono nemici trasversali, perché trasversale è stata in questi anni la convenienza a porre veti, a coltivare orti conclusi, a sparare dalle nicchie della conservazione contro chiunque e qualsiasi cosa cercasse di muoversi e cambiare.
Non c’è solo l’oltranzismo berlusconiano che si raduna domani a Milano, non lontano dal teatro Lirico dove Mussolini tenne il suo ultimo discorso: fu un successo, tanta gente, l’ultima raffica di propaganda prima della fine.
L’interesse di Ferrara, di Feltri e di Sallusti è dichiaratamente interesse di famiglia e di casta, sono spinti dall’horror vacui di chi vede materializzarsi anche prima del previsto la chiusura di un’epoca.
Non sanno se dopo il Berlusconi che dà il via libera a Monti arriverà il Berlusconi che ritira armi, bagagli e denari dall’agone politico: questo è l’incubo, ben più che il prevalere di chissà quali tecnocrazie.
La cosa grave, avendo preso in passato sul serio alcuni di loro, è che l’insurrezione miri oggi a fermare l’unica soluzione politica che aprirebbe spiragli di autentica rivoluzione liberale in Italia: tutti da conquistare, verificare, difendere, ma evidentemente legati in questa fase alla personalità e al successo dell’ex commissario europeo che fece piangere il monopolio di Bill Gates. Quanta impostura, allora, in diciassette anni di sproloqui liberali contro l’establishment: era solo un altro potere costituito che si difendeva, punto.
Questo tipo di destra va sconfitta. Può far danni, trascinerà dalla propria parte fette del Pdl, in queste ore vuole e può far saltare il tentativo di Napolitano.
Poi c’è la Lega, più prevedibile e trasparente nelle sue motivazioni e nei suoi calcoli, che peraltro colpiscono in prospettiva molto più gli ex alleati dell’ex governo che non altri: i leghisti intuiscono la possibilità di recuperare consenso perduto e, di più, di cannibalizzare il rintronato Pdl. Rivederli all’opposizione non deve spaventare nessuno: possono ricrescere un po’, ma saranno tornati ai margini da dove provengono, e senza un giovane Bossi a guidarli.
Lo sbarramento che si alza da sinistra – sinistra si fa per dire – è figlio diretto dei mali antichi e recenti: il massimalismo ideologico, il conservatorismo burocratico, il giustizialismo amorale. Esaltati da un calcolo elettoralistico che, messo a confronto con la situazione drammatica del paese, svela con buon anticipo quali serpi il Pd si stesse allevando affianco, e quanti pericoli ci fossero (anzi, ci sono tuttora) nell’andare rapidamente al voto facendo unico affidamento sul vantaggio risicato e virtuale di un centrosinistra attraversato dagli equivoci.
Mentre lo scontro contro le retroguardie berlusconiane viene facile e immediato, questo è il fronte che maggiormente deve impegnare il Pd. Per la propria stessa salvezza e prospettiva, oltre che per puntellare doverosamente lo sforzo del Quirinale.
Qui è Rodi, Bersani, qui si salta.
Qui arriva la battaglia difficile che finora non c’è mai stato bisogno di impegnare, dietro lo schermo della comune ovvia avversione a Berlusconi. Qui bisogna dimostrare che l’idea di un’Italia aperta e liberale non era solo un condimento in un menù onnicomprensivo.
Che si sanno tirare fuori, con le unghie, con la rabbia, con l’orgoglio, le ragioni dell’innovazione annunciata, elaborata e anche praticata in tanti anni non di accademia, ma di governo riformista.
Si metteranno a repentaglio alleanze che sembravano già apparecchiate, l’improvvisata foto di Vasto, il vago nuovo Ulivo? E chi lo sta facendo per primo, non forse quel Di Pietro peraltro lesto a tradire l’impegno assunto con un milione e duecentomila italiani per l’abrogazione del Porcellum? Si anticipa a oggi una resa dei conti che si sarebbe consumata comunque, prima o poi, magari quando ci si fosse trovati nelle strette e nelle responsabilità dello stare al governo, dunque troppo tardi, con troppi rischi e sotto troppi ricatti. Meglio, diecimila volte meglio così. E meglio adesso, quando il veto dipietrista mette in luce l’altra ambiguità sua e della setta giustizialista: loro davvero, non noi, hanno bisogno che Berlusconi non si tiri indietro, che rimanga sulla scena. Il fronte della sedizione trasversale anti-Napolitano si nasconde dietro l’invocazione del voto popolare (col Porcellum!) ma mette insieme tutti quelli che sul berlusconismo hanno lucrato posizioni politiche e altro.
Contro questa armata Brancaleone si può contare sul fatto che gli italiani in queste ore stanno compensando la paura del default con una attesa positiva nei confronti della svolta che Napolitano (di cui si fidano come di nessun altro) può proporre loro. Il Pd deve finalmente rivolgersi a quell’Italia non solo di sinistra che torna a sperare in un confronto politico civile: c’è perfino un’opportunità elettorale, nel momento in cui il centrodestra sbanda, si divide, si estremizza sotto gli occhi disorientati di tanti suoi elettori di buon senso.
Certo poi non sarà una passeggiata, semmai comincerà, il cammino a sostegno di un governo Monti, e a seguire lo sviluppo di questa esperienza in una proposta politica ed elettorale da presentare presto al paese. Sarà un percorso di guerra disseminato di agguati, cecchini, ostacoli difficili da superare, scelte complicate da far digerire alle proprie costituencies, battaglie per imporre dentro un quadro di risanamento la propria visione dell’equità e della giustizia sociale.
Ci vorranno convinzione, saldezza di posizioni, solidarietà interna e, sissignore, anche quella capacità comunicativa della quale si ha tanto snobistico timore, in assenza della quale il popolo democratico rischia di non capire, di venire ingannato da messaggi avvelenati, di sentirsi respinto dalle risse da talk-show che – si è visto da subito, dalla prima sera – saranno un’arma del partito unico sfascista: guai a cadere nelle provocazioni, cerchiamo di essere un minimo professionali e avvertiti.
Sarà dura, allora. Ma lo sapevamo che non sarebbe stata facile, no? Se fosse stata facile, poteva provarci gente meno brava e determinata di noi.
permalink | inviato da stefano menichini il 10/11/2011 alle 23:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
9 novembre 2011
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Monti, e il dopo comincia subito
È successo in poche ore ciò che Berlusconi ha sempre temuto: al primo vero passo indietro del fondatore, il Pdl è imploso. È bastata una mattinata sotto i colpi della speculazione internazionale, con le opposizioni abili a muoversi e un presidente della repubblica fermo a difesa dell’interesse del paese, e quello che non era un partito ma una costruzione improvvisata è venuto giù di schianto.
Il crollo del Pdl sembra aver spalancato la strada a una soluzione della crisi di governo rapida (quando già sembravamo avviati a ogni tipo di manovre) e almeno sulla carta fortissima. Una soluzione alla quale Giorgio Napolitano ha apposto un suggello che ne esalta l’esperienza, le doti di statista e l’assoluta e incontrastata leadership sull’attuale (e futura) fase politica.
La nomina di Mario Monti a senatore a vita non è solo il frutto di consultazioni già svolte de facto nel centrodestra e nel centrosinistra: contiene in sé tutte le risposte alle possibili obiezioni che saranno mosse al momento dell’incarico, verosimilmente lunedì prossimo. Perché allora Monti sarà un politico, non più un tecnico, di diretta fiducia presidenziale oltre che di indiscussa caratura internazionale, una personalità non riutilizzabile né ingombrante (nel caso, per il centrosinistra) quando arriverà il momento di andare alle elezioni.
Il fatto che Monti fosse il primo dei nomi fatti in questi giorni dal Pd varrà da vincolo anche per questo partito, quando sarà chiamato a condividere scelte, magari difficili, di stampo schiettamente liberale. Non potrà che avvantaggiarsene, anche nel caso che Vendola e Di Pietro si tengano le mani libere: le aspettative nel paese sono perché le riforme si facciano, e i consensi che potrebbero eventualmente (ma non credo) scivolare via sarebbero ampiamente compensati, con guadagno.
La partita naturalmente non è chiusa, ma la determinazione mostrata ieri dal capo dello stato lascia pochi margini ai dubbi.
Onestamente dal suo punto di vista, Bossi si è già collocato all’opposizione, con un ritorno alle origini della Lega che ha però una sola vittima designata: il Pdl, la cui strada si fa ancora più stretta.
I venti giorni di melina che martedì sera sembravano una gran trovata si sono ridotti a quattro. Da qui a lunedì.
Gli ultimi giorni di Berlusconi a palazzo Chigi. E del berlusconismo al potere.
permalink | inviato da stefano menichini il 9/11/2011 alle 23:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2)


Politica
8 novembre 2011
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Ora un governo vero, al più presto
Non si è dimesso ieri sera da Napolitano, ma non perdiamo di vista la notizia cruciale: la vita del quarto governo Berlusconi è finita ieri, con l’impegno formale assunto davanti al capo dello stato.
L’espediente di affrontare un altro passaggio parlamentare, con l’approvazione delle legge di stabilità, può spostare di qualche oncia la forza del Berlusconi che esce da palazzo Chigi, ma non intacca la sostanza. Per la seconda volta in diciassette anni, Berlusconi è costretto a chiudere anticipatamente.
Il pensiero di tutti a questo punto è: come fare a impedire che la storia di Berlusconi possa riaprirsi, come è già successo e come oggi lo spinge a fare Giuliano Ferrara?
La risposta è contenuta nella giornata di ieri, anzi in tutte le ultime giornate dello scontro politico: la saldezza del patto fra le opposizioni, che ieri a Montecitorio ha consentito di infliggere una sconfitta campale alla ex maggioranza, deve trovare i tempi e i modi di rendere definitiva l’uscita di scena del Cavaliere, e di garantire al paese il governo di cui ha assoluto e urgente bisogno. Il successo di ieri è firmato Bersani e Casini.
Chi ieri aspettava dimissioni immediate del governo ha diritto di diffidare ora delle dimissioni differite. Attenzione però, perché nelle ultime ore la situazione economica italiana è ulteriormente peggiorata. E domenica è partita da Bruxelles una lettera indirizzata a Tremonti con la richiesta di una quinta manovra (essendo quelle fatte finora insufficienti al rientro dal debito) e di scadenze precise su pensioni, fisco e tutto il resto.
Questa è l’agenda che sarà presto nelle mani di Napolitano, per le sue consultazioni. Non è una agenda che preveda fra le proprie voci campagne elettorali. Al contrario, esige i pieni poteri di un governo di credibilità internazionale.
Dunque presto le parti saranno rovesciate: sarà il Pdl a dover dire se sfascia tutto o collabora alla salvezza del paese.
permalink | inviato da stefano menichini il 8/11/2011 alle 22:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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