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Diario
20 dicembre 2012
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monti pd elezioni
La fortuna dei moderati si chiama Pd
La politica segue percorsi tortuosi, lungo i quali le cronache del giorno per giorno si perdono.
C’è sempre una curva dietro la quale uno come Berlusconi riesce a piazzare qualche trappola. Alla fine però la logica prevale. Così è con la vicenda del ruolo politico di Mario Monti e dello scenario a cavallo delle elezioni del 24 febbraio.
Perché, come appunto voleva la logica, la parentesi tecnica va a chiudersi col risultato politico che era implicito già mentre la parentesi si apriva: dal novembre 2011 a oggi si è rafforzato un centrosinistra europeista e riformista e si è aggregata un’area centrista che a questo punto taglia fuori il berlusconismo dalla competizione per il governo; stringe col centrosinistra un patto di transizione sul doppio binario della fuoriuscita dalla crisi economica e della riforma delle istituzioni; comincia a crescere per essere prima o poi (meglio prima che poi, nell’interesse del sistema) vera alternativa alla sinistra.
Dove per alternativa intendiamo non più la guerra di civiltà e il regime di delegittimazione reciproca nei quali siamo vissuti per vent’anni, bensì una matura democrazia dell’alternanza.
Si discuterà molto del ruolo esatto che il premier deciderà di ricoprire. Ma a ben guardare era logico che Monti fosse protagonista anche di questa fase. Lo è stato fin qui, sterzando nella guida del paese rispetto alla rotta populista e demagogica che ci aveva resi invisi alla comunità internazionale.
Non può non esserlo nell’ultimo decisivo passaggio elettorale: l’opera va compiuta, e le forze centrali non possono farlo senza evocare la personalità del professore.
Niente da fare: usciamo dalla stagione dei partiti personali ma rimane l’esigenza di leader forti, riconosciuti. È anche la lezione delle primarie e del Pd di Bersani.
Sarà un handicap per i centristi avere un Monti candidato virtuale. La loro campagna ne soffrirà. Questo però non accade per caso. Accade perché la fuoriuscita dei moderati dal lungo equivoco berlusconiano (nel quale hanno voluto vivere per troppi anni) è stata decisiva per spodestare il Cavaliere ma è troppo recente e incompiuta, appesantita da un ricambio insufficiente di ceto politico, per risultare già vincente.
La fortuna dell’Italia – anche di questa Italia che non voterà mai a sinistra – è che invece il Pd è maturato in tempo utile per offrire a tutti una sponda solida in un momento storico pericolosamente magmatico.
permalink | inviato da stefano menichini il 20/12/2012 alle 12:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
19 dicembre 2012
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Paura di votare
Improvvisamente, non hanno più fretta. Non so che cosa Ghisleri abbia detto a Berlusconi, in ogni caso lui deve essersi convinto che passando giorni interi davanti alle telecamere di qualsiasi rete tv (Santoro compreso: evidente l’interesse per il pubblico grillino) le sorti del Pdl possono essere rovesciate. E che si possa ripetere la magia (aiutata dal conflitto di interessi) già tante volte tentata.
La rimonta del 2006 su Prodi è il precedente al quale si guarda (compresa la promessa berlusconiana di allora di abolire l’Ici e quella odierna di abolire l’Imu). Come scrive Paolo Natale su Europa l’autentico rischio 2006 rimane l’inesistenza di una vera maggioranza al senato: rischio che solo una vittoria Pd più ampia di quella prevista potrebbe sventare. Neanche l’apparizione della famosa Lista Monti cambierebbe le cose.
In questo quadro, si capisce perché il Pdl, non avendo niente da perdere tanto meno l’onore, giochi cinicamente con i lavori d’aula sulla legge di stabilità. Dopo aver causato la crisi anticipata della legislatura, ora prova a riallungarne artificialmente la vita. Vedi mai che una settimana in più di occupazione del teleschermo frutti qualche decimo percentuale al mentitore seriale che abbiamo visto all’opera ieri sera.
La verità è che, dopo tanto cianciare di sovranità popolare, il Pd è l’unico partito pronto ad affrontarne il giudizio. Dagli arancioni al Pdl, da Casini a Grillo, l’impreparazione è evidente.
Operazioni improvvisate di aree eterogenee come quella nata intorno a Ingroia. Una coalizione centrista ancora in attesa dell’esito delle riflessioni di Monti. Un centrodestra disperato che torna a dipendere dai giochi di prestigio più frusti. E Grillo, anche lui: la bile con la quale commenta anche le primarie democratiche per i parlamentari, dopo quelle tra Bersani e Renzi, è la prova che l’onda di M5S s’è ormai fatta risacca.

PS. Anche i radicali sono impreparati al voto. Ma vivaddio (e viva Pannella) lo dichiarano, ne denunciano le ragioni, chiedono sostegno senza infingimenti a chi possa candidarsi dando loro qualcosa che ammettono di non avere. È lo stile di trasformare una debolezza in forza. Non sappiamo se funzionerà. Ma temiamo che se Pannella non dovesse salvarsi da questa sua ultima campagna, non ci sarebbe mai più un’altra chance per le idee radicali. La forza consiste anche nel sapersi fermare al momento giusto.
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18 dicembre 2012
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Parole chiare di Napolitano sul premier e sui partiti
Mario Monti è ancora indeciso, «riflette e continua a riflettere» secondo la definizione di Bersani che lo ha incontrato ieri. In compenso Giorgio Napolitano non è affatto indeciso e tiene ancora strette in mano le redini anche di questa crisi di fine legislatura: vuole personalmente accompagnarla e risolverla secondo tutti i crismi costituzionali (come già fece un anno fa), riconsegnando all’Italia del 2013 un governo pienamente politico diretta emanazione della volontà popolare.
Ovvietà, direte. Neanche per idea. Nei discorsi di Napolitano nessuna parola è usata a caso. E se ieri nell’affollata cerimonia al Quirinale ha ritenuto di dover sottolineare questa ovvietà, è perché troppi ancora giocano con la prospettiva di un incarico, dopo le elezioni, nuovamente figlio di un’emergenza, di una impotenza dei partiti, e quindi inevitabilmente ancora legato al nome di Monti.
Non si può escludere che tale scenario si realizzi ma ora sappiamo che chi darà l’incarico non ha intenzione di soggiacere facilmente a nuovi strappi alla regola.
Era evidente, ieri al Quirinale, che il sistema nel suo complesso non è entusiasta di quest’ultimo tratto di percorso montiano. Dopo aver ascoltato Napolitano, lungo il corridoio che porta al salone delle Feste, Bersani e D’Alema commentavano scuotendo la testa l’indecisione del premier in questa cruciale vigilia elettorale. Intanto altri ricostruivano il momento, domenica scorsa, in cui il capo dello stato avrebbe addirittura prospettato a Monti la necessità di doverlo sostituire al governo nelle prossime settimane, nel caso avesse deciso una partecipazione elettorale diretta.
Insomma le regole istituzionali e quelle politiche circoscrivono i margini di manovra dell’uomo al quale i centristi in Italia, e l’intero establishment internazionale, vorrebbero tornare ad affidare il futuro del paese.
Se però i commentatori noteranno queste strettoie indicate anche da Napolitano per Monti, i partiti hanno poco di cui essere soddisfatti.
Il capo dello stato ieri ha usato nei loro confronti parole di critica dura per l’interruzione anticipata della legislatura e per il fallimento del mandato riformatore in alcuni settori-chiave. Ha citato le province, le leggi anticorruzione e sopra ogni altra cosa, con massima amarezza, la legge elettorale.
Gentilmente, il presidente ha voluto seguire (citandola) la falsariga che qui su Europa gli avevamo proposto: il confronto fra le realizzazioni del 2012 e le aspettative suscitate dal suo discorso di esattamente un anno fa, subito dopo l’avvio del governo tecnico.
Il giudizio sull’intero arco dal 2008 è definitivo: «legislatura perduta». Però Napolitano ci tiene a precisare che invece il bilancio del 2012 non è negativo. Sottolinea le difficoltà nelle quali i partiti si sono dovuti muovere. Evidenzia i risultati conseguiti. E alla fine il vero messaggio rivolto urbi et orbi è: non rovinate ciò che è stato fatto. Non date un’informazione distorta e pessimista sulle riforme varate; non date spazio a campagne distruttive; non trascurate il recupero di credibilità dell’Italia nel mondo; non vanificate il lavoro svolto, anzi proteggetelo dal «fuoco polemico della battaglia elettorale».
Non c’è dubbio che questi stessi concetti verranno ripetuti davanti alle telecamere nel messaggio di fine anno agli italiani, l’ultimo di Napolitano presidente. In questo modo, senza mai assolutamente entrare in giudizi di merito o tanto meno parte, il capo dello stato implicitamente offrirà gli argomenti per valutare il comportamento delle forze politiche, a quel punto in piena campagna elettorale.
Mancano appena quattordici giorni. Eppure nel frattempo tante cose devono ancora avvenire.

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15 dicembre 2012
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monti pd d'alema bersani
Monti non deve far paura al Pd
Il Pd non ha motivo per innervosirsi per ciò che Monti deciderà su se stesso. Se si ha fiducia in una persona, ribadita e confortata dai fatti lungo un difficile anno di intensi rapporti, insistere in azioni dissuasive non può che trasmettere un’immagine di insicurezza quasi più psicologica che politica.
Infatti, da qualche giorno Bersani ha modificato l’approccio al tema. Non più «spero che Monti non si schieri», bensì «deciderà lui e comunque sarà la prima persona con la quale dialogherò dopo il voto ». Par di capire che il segretario Pd cominci a mettere in conto l’eventualità di Monti candidato e voglia evitare di farsene spiazzare.
Quanto alle altre reazioni, rispetto alla apodittica frase dalemiana («moralmente discutibile se Monti si schierasse in campo contro di noi») suonano meglio le dichiarazioni di chi dall’ala sinistra (Vendola, Enrico Rossi) si dice contento che Monti a Bruxelles sia uscito allo scoperto confessando l’appartenenza ai conservatori europei: se non altro non tirano in ballo categorie scivolose come la morale.
Meglio rimanere sulla politica.
Abbiamo già scritto che Monti sbaglierebbe a esporsi alla testa del centro minoritario di Casini-Montezemolo, ma solo perché il suo status ne verrebbe istantaneamente diminuito con danno non tanto per lui stesso (alla fine, affari suoi) quanto per ciò che rappresenta agli occhi del mondo.
Non prendiamo in considerazione l’ipotesi che Monti si carichi i naufraghi berlusconiani: è un’idea talmente insensata che perfino Montezemolo la respinge. Ciò che il premier cercherà di fare, non sappiamo come, è allargare l’area di consenso parlamentare alla continuità delle sue politiche.
Certo, Bersani potrebbe sentirsi ferito dalla sfida diretta, dopo la fatica fatta per sostenere Monti davanti all’elettorato diffidente.
Ma occorre guardare oltre. Intanto per sottolineare che il Pd su Monti e con Monti può discutere, mentre gli altri possono solo invocarlo: è una bella differenza. E poi il Pd è già forte su risanamento e crescita: sfidato, dovrebbe alzare i suoi standard, certo non ripiegare sulle «posizioni radicali» paventate da D’Alema. Ne guadagnerebbe, la sua vittoria sarebbe più netta.
Infine, nel caso remoto che Monti divenisse capo di una parte, vorrebbe dire che il berlusconismo a quel punto è estinto e l’Italia è definitivamente nella maturità democratica. Chi ha a cuore, oltre che il proprio, l’interesse generale, dovrebbe gioirne.
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14 dicembre 2012
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monti berlusconi merkel ppe
No, non c'è una destra montiana
Certo che non ci piacerebbe vedere Mario Monti candidato contro Bersani alla guida di una coalizione che va da La Russa a Bonanni, da Brunetta a Olivero, da Montezemolo alla Santanché, sotto la regia di Silvio Berlusconi.
Non ci piacerebbe, crediamo che piacerebbe poco anche al professor Monti, e siamo sicuri che molte cose possono accadere, ma questa mostruosità non diventerà proposta elettorale.
Il saldo della giornata di ieri non è la magica soluzione dei dilemmi del Pdl, con Merkel che installa Monti alla testa della vetusta destra italiana capovolgendone magicamente gli umori populisti in austero rigorismo europeista.
No, è successa un’altra cosa. È successo che il Ppe ha definitivamente retrocesso il berlusconismo a fenomeno deteriore, affermando che per loro l’Italia dovrà continuare sulla linea attuale, con un ruolo di leadership per Monti.
In fondo una cosa analoga l’ha detta anche Hollande, ed è logico: nessuno vuole vedere l’Italia sfuggire dalle responsabilità che ha cominciato ad assumersi. E nessuno in Europa vuole fare a meno del carisma che Monti s’è conquistato.
Per cui ieri Monti non è diventato il capo della destra italiana. Potrà prendere una parte, sì, e cominciamo a credere che lo farà. Non da erede di Berlusconi però.
C’è in questa constatazione il sollievo di chi ha sostenuto gli sforzi del premier da posizioni democratiche; ma anche la speranza di chi non vorrebbe veder bruciato un patrimonio di credibilità costruito anche sulla coerenza, sulla lealtà, sulla serietà personale di un leader che, dovesse per assurdo cedere alle lusinghe, sceglierebbe davvero una compagnia male assortita per il proprio battesimo elettorale.
Detto questo, occorre riconoscere che ieri l’Italia si è trovata catapultata in una dimensione politica che, sparito Berlusconi dalla scena, è assai desiderabile. E alla quale il sistema deve tendere: due coalizioni riformiste ed europeiste, leader non estremisti, soluzioni politiche e di governo alternative ma non visioni del mondo inconciliabili. Queste sono le dinamiche politiche, anche accese, in tutti i paesi occidentali.
Il Pd è pronto per un assetto del genere. Anche adesso. Perché è nato per questo, in una dimensione europea che il centrodestra fin qui non ha mai avuto.
Prima l’Italia ci arriva, meglio è. Che accada nei prossimi quarantacinque giorni, ammetterete, è un po’ improbabile. 
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12 dicembre 2012
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Berlusconiani, antiberlusconiani, e altri stereotipi
Siccome il cerchiobottismo di ritorno di Angelo Panebianco non c’era piaciuto, il Corriere ha pensato che non bastasse e ha chiesto a Ernesto Galli della Loggia e a Pierluigi Battista di metterci il carico. Uno d’apertura e uno di spalla, oggi raddoppiavano in prima pagina il medesimo concetto: povera Italia, tornata al peggio della Seconda repubblica tra berlusconiani disperati e antiberlusconiani col sangue alla bocca.
Galli della Loggia incolpando il centrosinistra di ritirare fuori contro il Cavaliere «la litania dell’Europa» (litania oggetto però di cinque pagine interne dello stesso Corriere). Battista contrapponendo alle parole e ai fatti di veri e riconoscibili dirigenti del Pdl non parole e fatti di veri e riconoscibili dirigenti del Pd, bensì «la pentola di isterismo» dei social network (che in mancanza d’altro vanno sempre bene e puoi metterli in carico a chiunque).
Per non far polemica, diciamo che speriamo che i tre editorialisti si sbaglino sul ritorno al passato. Qui non lo desidera nessuno. Quel passato fatto dei tre stereotipi dei berlusconiani, degli antiberlusconiani e degli osservatori che pur di fare gli equidistanti neanche oggi riconoscono la differenza tra uno come Berlusconi (l’avete visto poco fa?) e uno, per dire, come Bersani.
Davvero, il professor Monti non merita un aiuto così banale.
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Diario
12 dicembre 2012
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Davvero per il Corriere Pd e Pdl pari sono?
Capisco lo sforzo per convincere Mario Monti a sciogliere la riserva e a candidarsi in prima persona per la guida del governo: se lo augura il Financial Times, figurarsi se non è giusto che il Corriere della Sera, dove Monti è di casa, ne faccia una campagna appassionata.
Capisco anche che Bersani non possa pretendere di essere esente dalle critiche: nel tempo gliene ha fatte tante anche Europa, in particolare quando intorno a lui prendevano piede posizioni da keynesismo in un paese solo che confondevano i vincoli di bilancio coi soprusi della tecnocrazia europea e rischiavano di mischiarsi alle destre in una confusa e velleitaria resistenza alle cessioni di sovranità.
Ogni critica ha però il suo tempo e deve avere il suo fondamento, non può ignorare le mutate condizioni, i processi politici che si sono consumati, le dichiarazioni impegnative di persone fededegne.
Per questo suona sorprendente da parte del Corriere il ritorno al cerchiobottismo di un’altra era, in un editoriale (Angelo Panebianco di ieri) nel quale di nuovo Bersani e Berlusconi vengono resi speculari, presentati alla stessa stregua come soggetti non raccomandabili per l’elettorato cosiddetto moderato dal punto di vista delle riforme da fare e, distorsione particolarmente grave in queste ore, dal punto di vista dell’affidabilità europeista.
È vero che nel centrosinistra ci sono, come scrive Panebianco, degli «antimontiani». Ma a un grande politologo non può esser sfuggito il dibattito e l’esito delle primarie, con la sconfitta di Vendola e il ribadimento da parte del Pd dell’intangibilità delle riforme montiane. Né può sorvolare a occhi chiusi sull’abisso che separa il Pd dal Pdl quanto a credenziali europee e rigore sui conti pubblici.
È inoltre inesatta la tesi secondo la quale l’Italia sia un luogo anomalo dove «argomenti antiglobalizzazione e antieuro» sono presenti sia a sinistra che a destra. Dovunque in Europa è così, in una logica di estremizzazione tipica dei tempi di crisi. Negli altri paesi, però, queste spinte sono neutralizzate in un confronto bipolare che ha l’europeismo come tratto comune fra gli poli maggiori. L’anomalia italiana è un’altra, e cioè che questa virtù è solida in un campo solo.
Allora, in paziente attesa che l’area centrista sponsorizzata dal Corriere trovi sponsor anche fra gli elettori, sarebbe più prudente per un grande giornale responsabile evitare di picconare quel poco (o molto) di affidabile che c’è ora sulla scena politica. 
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11 dicembre 2012
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monti bersani pd elezioni
Che senso avrebbe Monti contro il Pd?
Mario Monti ieri da Oslo invitava gli italiani a respingere «mistificazioni e promesse irrealizzabili». La sera della vittoria nelle primarie Pier Luigi Bersani lanciava la lunga rincorsa elettorale del centrosinistra impegnandosi a vincere «senza raccontare favole, perché poi non si governa».
Se è facile cogliere l’analogia, è perché lo strappo di Berlusconi semplifica lo schema dell’imminente campagna elettorale, con beneficio per chi dovrà scegliere.
Da una parte ci saranno quelli della ricostruzione, dell’Italia a testa alta riconosciuta in Europa, della credibilità, della serietà, del lavoro paziente per riportare in Italia gli investimenti e per mettersi in condizione di spendere ciò che l’Europa ci trasferisce per creare impresa e occupazione.
Dall’altra parte avremo Berlusconi e la Lega giustamente (ma non gratuitamente) ricongiunti: contro l’euro e l’Europa, promettendo l’abolizione dell’Imu e meno tasse per tutti, riscopertisi in extremis difensori delle province e ostili all’incandidabilità dei condannati.
Più oltre ancora ci saranno Beppe Grillo e la sua schiera di simpatici generosi dilettanti allo sbaraglio, selezionati con cura fra i più docili e inoffensivi nel segreto del server di Casaleggio.
In questo quadro è ovvio dove si collochino Bersani e Monti, al di là delle dichiarazioni coincidenti. Sono dallo stesso lato della barricata che tocca erigere per tenere lontani i nostalgici dell’economia creativa (già, perché vuole tornare anche Tremonti...).
L’esito di questo confronto elettorale, con l’aria che tira e con un paese stremato dalla crisi e delle misure adottate per contrastarla, non è affatto scontato. È questa l’incertezza che scontiamo con i miliardi perduti ieri fra cadute di Borsa e innalzamento dello spread.
Ed è tenendo conto di questa prospettiva incerta che si sta ragionando sul ruolo di Monti, su come egli voglia e possa investire politicamente la propria convinzione di dover fermare «mistificazioni e promesse impossibili» e il proprio sdegno verso il voltafaccia di Alfano. Ha senso che il cruciale apporto del Professore venga speso in contrapposizione a Bersani e al centrosinistra? Ha senso che il patrimonio di consenso e credibilità trasversale accumulato da Monti si ridimensioni in un’operazione politico-elettorale degnissima ma molto parziale?
Su Europa, chi ci segue lo sa, non abbiamo mai considerato la candidatura del Pd a palazzo Chigi come un articolo di fede. La guida diretta del paese da parte di un leader democratico (e in generale di un leader di partito) non è mai stata un diritto divino, ma una possibilità da meritarsi e da conquistare dopo diversi fallimenti politici e di governo del centrosinistra, e dopo un colpo a vuoto nell’offrirsi come alternativa pronta e matura al momento della crisi di Berlusconi lo scorso anno.
Negli ultimi mesi si è però finalmente compiuto il processo politico che mancava, al Pd e al leader che gli elettori hanno scelto per guidare la coalizione di centrosinistra.
Una piattaforma di governo riformista s’è definita nella faticosa gestione parlamentare delle misure del governo Monti, tutte approvate dopo le necessarie modifiche.
Un rapporto diretto di fiducia con l’elettorato è stato recuperato grazie al coraggio di Bersani e di Matteo Renzi nel volere a tutti i costi le primarie, anche contro le resistenze interne.
Nello stesso contesto delle primarie quella piattaforma di programma (ancorché generica) è stata accettata ed è diventata punto di riferimento comune di altre forze politiche: si va componendo una coalizione che al momento è l’unica in grado di conquistare la maggioranza sia alla camera che al senato, dunque di garantire stabilità, ma che deliberatamente non vuole in ogni caso essere “autosufficiente”.
Questi adesso sono fatti, non più astratte petizioni di principio sul ripristino della «democrazia dei partiti». Sulla base di questi fatti Bersani è il candidato più forte per palazzo Chigi, progressivamente conosciuto e riconosciuto anche a livello internazionale.
È pensabile, è utile che Monti si ponga in posizione di sfida rispetto all’esito di questo faticoso e non scontato processo, peraltro più volte auspicato da lui stesso e da Napolitano?
È ovvio che Monti sarà padrone assoluto delle proprie scelte. Logica e razionalità suggeriscono però che il suo indispensabile sostegno a un’uscita politica positiva dall’attuale situazione, in continuità sostanziale col suo lavoro, non possa consistere in un’opzione di parte, carica di controindicazioni. Perché sarebbe inevitabilmente minoritaria, quindi sminuente del suo ruolo; perché aprirebbe nel centrosinistra contrasti e contraddizioni tutt’altro che proficui, con rischio di ripiegamenti rispetto alla linea riformista; e perché infine dividerebbe un campo europeista che per vincere ha bisogno di mostrarsi unito.
Si dirà che simili ragionamenti sono mossi dall’interesse partigiano di non ritrovarsi Monti come avversario. Beh, dopo averlo tanto (e a fatica) sostenuto per un anno, è anche ovvio che sia così. Diciamo allora che questo è il caso in cui a un interesse partigiano corrisponde l’interesse generale, e che anche il presidente Monti lo sta probabilmente valutando così.
permalink | inviato da stefano menichini il 11/12/2012 alle 18:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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8 dicembre 2012
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elezioni pd monti bersani pdl berlusconi grillo
Per il voto da definire solo le coalizioni
Il calendario elettorale è definito, fra le regionali del Lazio dei primi di febbraio e l’election-day del 10 marzo. Anche il sistema con il quale si voterà per camera e senato, purtroppo, è quello previsto: Porcellum, come era stato amaramente pronosticato dal giorno stesso della bocciatura del referendum. Rimane solo da capire se e come, nella seconda metà di gennaio, il Pd vorrà e riuscirà a fare le primarie per i propri candidati sulle quali Bersani si è impegnato.
Gli schieramenti che fra 92 giorni si contenderanno il governo non sono del tutto assestati.
Gli unici teoricamente senza problemi sono quelli del M5S, che anzi da ieri conoscono anche i nomi dei probabili parlamentari. L’unica cosa che rimarrà sigillata nel server di Casaleggio è il numero delle preferenze effettive di coloro che hanno conquistato le prime posizioni nella votazione online indetta da Grillo. Tanta anticipazione sui tempi (gli altri partiti chiuderanno le liste ai primi di febbraio) potrebbe rivelarsi foriera di polemiche e cattive sorprese.
La precipitazione berlusconiana ha come unica logica il recupero dell’alleanza con la Lega, tutt’altro che scontata però: regalare il Pirellone a Maroni causerà una scissione nella destra lombarda senza alcuna garanzia di successo, né per le regionali né per il premio al senato. Ammesso che il Carroccio voglia tornare a compromettersi con Berlusconi: ieri Bersani ha promesso che gliela farebbe pagare in campagna elettorale.
Anche il centrosinistra sotto la guida del segretario del Pd è pronto. Con alcune variabili, oltre a quella delle primarie per i candidati. La prima riguarda i confini dell’allargamento al centro dell’alleanza: solo fino alla lista alla quale lavora Tabacci o oltre? E i radicali? La seconda variabile riguarda un tema che non s’è ancora riaperto ma che molti nel Pd tengono caldo: il ruolo di Matteo Renzi.
A sinistra sarà faticosa la cucina del fritto misto di arancioni, neocomunisti e dipietristi con Ingroia nella parte dello chef: facile che si bruci tutto prima di cominciare.
Infine il centro, il luogo meno definito. Berlusconi ha spinto tutti lontano da sé, a cominciare da Monti, ma l’impasto fra Casini e Montezemolo, liberali e cislini non riesce. Lo schiacciamento di quest’area rischia di essere l’unico vero risultato dello strappo operato da Berlusconi. Secondo alcuni, del resto, è l’unica vendetta che voleva veramente prendersi.
permalink | inviato da stefano menichini il 8/12/2012 alle 17:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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7 dicembre 2012
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monti berlusconi pdl governo
Questo gesto lo pagheranno
Guardate che, messi come sono, nel Pdl sono capaci di tutto. Perfino di fare macchina indietro rispetto a una giornata convulsa come quella di ieri, quando è sembrato che il governo Monti avesse davanti a sé solo poche ore di vita.
La sesta candidatura di Berlusconi in diciannove anni è l’unica notizia della quale possiamo essere relativamente sicuri. Le primarie del Pdl escono di scena nello stesso modo farsesco con cui erano apparse, lasciando come vittima la dignità di Alfano. La forzatura operata dal Cavaliere ha prodotto ieri l’umiliante parata dell’entusiasmo a mezzo stampa di alcune decine di naufraghi in cerca di ricandidatura. Ma questo è folclore. I rumori di fuoriuscita di pezzi di Pdl indisponibili a una campagna antimontiana e antieuropeista anticipano un fenomeno di imprevedibile consistenza. Casini si prepara ad aprire le porte, Montezemolo alla fine non farà lo schizzinoso.
Non c’è dubbio che la parola e il prestigio di Monti si faranno valere nelle prossime settimane anche in chiave politica: ormai non potranno che suonare di condanna per l’inaffidabilità del Pdl.
Abbiamo al Quirinale un baluardo intatto che accompagnerà l’Italia alle elezioni – presumibilmente a marzo: gli adempimenti tecnici per la presentazione delle liste rendono febbraio troppo vicino – mettendo al riparo la legge di stabilità entro l’anno e poi attenuando gli scossoni di una crisi che andrà spiegata al mondo.
Oggi apprezziamo meglio l’esito del conflitto con la procura di Palermo, e capiamo perché un partito politico-mediatico voleva azzoppare Napolitano nell’ultimo scorcio di mandato: fra i danni che la mossa di Berlusconi arreca all’Italia c’è anche lo scatenamento del fronte estremista grillino, che prospera su spettacoli come quello allestito ieri dal Pdl e tratta il capo dello stato da nemico.
Il Pd non voleva e non vuole le elezioni anticipate, di Napolitano condividerà le scelte sui tempi e l’ansia di mettere il paese in sicurezza. C’è però anche da prendere atto che l’accelerazione non lascia più tempo né modo per neutralizzare l’effetto positivo delle primarie né per costruire proposte concorrenti. I tempi stretti mettono a rischio le primarie per i parlamentari, essenziali per il Pd in vigenza di Porcellum, e questo è un problema. Unico fattore positivo di uno scenario pessimo: si accorcia l’attesa per ridare al paese nuovi equilibri e sperabilmente una nuova stabilità di governo.
permalink | inviato da stefano menichini il 7/12/2012 alle 18:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
5 aprile 2012
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Articolo 18, è finita come doveva finire
Ora aspettiamo, senza grande fiducia, i commenti magari anche un po’ autocritici di tutti coloro che sull’articolo 18 avevano predetto qualsiasi catastrofe: la morte del Pd, la sua scissione, la crisi di governo, la fine dell’esperienza di Monti, le mobilitazioni di piazza, il riacutizzarsi di tensioni, magari perfino l’esplodere della violenza.
Fino all’altroieri, ancora durante il viaggio asiatico del presidente del consiglio: ogni frase e ogni battuta dissezionate, per ricavarne le tracce di uno scontro, di un divorzio inevitabile, di un irrigidimento reciproco che poteva portare solo a un vincitore e a uno sconfitto.
Non è andata così, non andrà così. Innanzitutto per il bene dell’Italia, che un pezzo alla volta sta cambiando davvero: la crisi morde, trascina ancora giù i mercati e l’economia, fa male alle persone. Ma il paese si mette nelle condizioni di reagire, di mettere a posto i fondamentali e girare pagina dell’agenda. La pagina prossima, parlando di lavoro, non potrà che essere quella dell’oppressione fiscale che lo appesantisce e che rende l’occupazione improba per chi deve offrirla e per chi la sta cercando.
È solo la logica delle cose che ha finito per dar ragione a chi, come noi, aveva scommesso fin dall’inizio sull’esito positivo della riforma del mercato del lavoro. Anche nei giorni in cui tutti, su tutte le sponde, si facevano trascinare dalla drammatizzazione, abbiamo tenuto fermi pochi punti di analisi, che valgono del resto fin dalla nascita del governo Monti e continueranno a valere ancora per un bel po’.
Pur nel suo valore emblematico, l’articolo 18 corretto e perfezionato ieri non ha mai smesso di essere solo una parte di un’operazione molto più ampia. L’ha ricordato spesso il capo dello stato, che in questa vicenda ha svolto una funzione essenziale di ispirazione, copertura politica, smussatura degli angoli.
Ma in realtà nessuno di coloro che erano destinati ad avere l’ultima parola – il governo e la maggioranza parlamentare – ha mai avuto il minimo interesse a far saltare su questa singola mina la riforma Fornero, che poi avrebbe trascinato con sé l’intera esperienza montiana.
Chi temeva (o sperava?) che il Pdl di Berlusconi e Alfano avrebbe approfittato della situazione per menare un colpo a Bersani, non ha capito in quale fase siamo. A parte l’investimento che il Pdl fa, al pari degli altri, sulla permanenza di Monti, c’è il discorso dello stato del paese: davvero pensiamo che esistano politici che abbiano voglia, in questo momento, di intestarsi una battaglia per licenziamenti più facili? Davvero vediamo in giro tutte queste Thatcher e questi Reagan, che del resto non avuto autentici emuli italiani neanche quando il centrodestra poteva spadroneggiare?
Una parte della sinistra italiana continua a battagliare contro un nemico inventato, costruito a tavolino per poter giustificare la propria paura del cambiamento.
Questa stessa parte della sinistra, minoritaria ma capace di influenzare il mainstream mediatico, aveva dato corpo all’immagine di un Pd messo alle corde, condannato a soccombere davanti a una prova che coinvolgeva la sua base sociale ed elettorale: o succube del perfido neoliberismo bancario, o risucchiato all’opposizione dai suoi legami col sindacato e dalla competizione più estremista.
Non si può negare che il Pd abbia ballato, per tic antichi e per subalternità all’immagine che gli altri dipingono di questo partito che invece, evidentemente, comincia a svolgere davvero il ruolo per il quale è stato pensato, voluto, fondato.
Prima ancora che cominciasse la trattativa con le parti sociali sulla riforma Fornero, in piena bagarre sulle liberalizzazioni, abbiamo scritto su Europa che la linea di Bersani di rimettersi in ogni caso all’esito del tavolo aperto a palazzo Chigi con sindacati e Confindustria era comprensibile, ma timida. E che anzi il Pd, per le competenze che ha e per la sua specifica vocazione, avrebbe potuto mettersi a disposizione per dare i giusti consigli e risolvere i nodi più intricati: era il 25 gennaio, a distanza di settanta giorni possiamo dire di averci visto giusto.
Ma non per capacità divinatorie, bensì in coerenza con un investimento sul Pd come motore della stagione riformista in corso, come partito che si candida alla responsabilità di governo di domani esercitando fin da oggi il ruolo di perno del sistema politico.
Pier Luigi Bersani esce protagonista e vincitore da questa partita perché l’ha giocata con questo spirito. L’uomo, al quale spesso si negano virtù carismatiche, ha però speso tutte le sue doti di pragmatismo. Su questa vicenda, finalmente, può a buon diritto rivendicare una leadership, di cui è componente essenziale (e non a caso ricordata) l’autonomia del partito rispetto alle confederazioni sindacali.
Certo Bersani sperava che la soluzione potesse essere più facile, che Cgil e governo potessero intendersi prima e da soli. Non è successo per limiti reciproci, che però nessuno ha voluto esasperare: Camusso ha sempre tenuto la posizione confederale al di qua della linea di non ritorno (e infatti Landini e Cremaschi sono rimasti all’opposizione interna anche nei giorni più caldi); e Monti ha confermato di essere un vero premier politico, capace della flessibilità nel momento giusto, anzi perfino prima del momento giusto: la correzione sull’articolo 18 è arrivata prima dello sbarco in parlamento per un elementare motivo di prudenza che ha fatto premio sulle petizioni di principio.
Tanto, il professore della Bocconi uno “storico” risultato di metodo l’ha ottenuto comunque: ha chiuso l’era della concertazione, ha tolto alle organizzazioni dei padroni e dei lavoratori il loro tradizionale potere di veto e ha riportato la decisione politica ultima laddove deve stare per dettato costituzionale. Cioè nella dialettica fra governo e forze parlamentari. A giudicare dalle prime reazioni, chi ha preso peggio questa novità non sono neanche i sindacati bensì alcune (non tutte) organizzazioni imprenditoriali: hanno da ripensare su molte cose.
Tra le molte lezioni che questa vicenda ci lascia, c’è una dura sconfitta dell’oltranzismo e del populismo.
Abbiamo attraversato quasi vent’anni di storia italiana durante i quali sembrava che dovessero sempre averla vinta quelli che la sparavano più grossa, quelli che rimanevano più compatti intorno alle proprie bandiere, quelli che dichiaravano la sacralità delle proprie posizioni e in nome di questa sacralità si sentivano autorizzati a ogni esasperazione polemica.
Se mai c’è stato qualcuno anche nel Pd tentato da questa forma vecchia della battaglia politica, ha sicuramente imparato molto in questi quattro mesi. E un contributo alla chiarezza l’ha dato quel monumento alla demagogia e all’opportunismo che si chiama Antonio Di Pietro: dal primo all’ultimo momento, per fortuna, l’abbiamo sempre trovato sulle posizioni sbagliate, a dire le cose più orrende, nel momento peggiore.
Ora è davvero una storia finita, quella dell’alleanza con questo profittatore delle disgrazie altrui: un’alleanza che, lo dicemmo fin dal primo giorno nel 2008, non si sarebbe mai dovuta stringere.
La storia del Pd seguirà altri percorsi, non più facili ma più limpidi, più coerenti, e sicuramente più vincenti. 
permalink | inviato da stefano menichini il 5/4/2012 alle 8:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
31 marzo 2012
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Monti lancia un avviso per il dopo-Monti
La drammatizzazione ricercata negli ultimi giorni da molti giornali e da qualche politico si stempera, com’era facilmente prevedibile e come avevamo previsto.
Non perché la situazione del paese non sia grave: recessione dichiarata, disoccupazione crescente, aumento dei prezzi, pressione fiscale, flusso del credito al minimo, ora anche la nuova fiammata dello spread. I segnali positivi delle ultime settimane sembrano dimenticati. Le tragedie individuali di lavoratori, imprenditori, artigiani assurgono a rango di simbolo.
Eppure non s’accende la miccia accesa da chi vorrebbe far esplodere l’Italia sull’esempio greco. La tensione c’è, i sindacati organizzano la protesta. Tutto però rimane allo stato di dialettica politica. I varchi per risolvere le questioni più dure sono ancora aperti.
La lettera di Monti al Corriere ripropone lo schema di rapporto fra governo e partiti già enunciato spesso. Fa presente – lo notavamo su Europa nel giorno del discorso di Seoul – che c’è una comunicazione verso l’esterno che non va confusa con quella domestica. E qui Monti inserisce la vera criticità, quella della quale dovrebbero farsi carico tutti invece di dedicarsi a elucubrazioni sull’ideologia sommersa dei professori, sul loro dna di destra, sul pensiero unico bocconiano o sul disprezzo per la democrazia nascosto dietro le parole sullo scarso consenso dei partiti (tutte cose lette non solo su manifesto o Fatto ma anche su Repubblica e Unità, su Giornale e Libero).
L’unico problema che ci si dovrà porre per il dopo-Monti, e che proprio Monti ricorda, è come fare a mantenere l’efficacia delle decisioni e l’indispensabile credito internazionale miracolosamente recuperati da novembre a oggi. È un problema di persone, certo, ma soprattutto di politiche, e di consapevolezza dei limiti che il paese non ha affatto superato, della necessità di completare e applicare riforme struturali che sono appena ai primi passi.
I segretari dei partiti della maggioranza hanno ogni diritto di battersi sulle proprie posizioni già adesso, in ogni occasione in cui questo sia possibile. Sanno però di avere margini di manovra limitati: la rottura, teoricamente sempre possibile in politica, stavolta non è consentita.
Qualunque partito decidesse di far saltare il tavolo, fosse anche per ottimi motivi, verrebbe immediatamente additato come il responsabile di un ritorno all’indietro: alla stagione dei calcoli di parte, dei veti, degli interessi politici a breve anteposti al bene generale. L’opinione pubblica, per molti motivi intrecciati fra loro, ha già una forte predisposizione negativa: sarebbe implacabile nella condanna (e davvero qui destra e sinistra non c’entrano). Non parliamo neanche dei giudizi internazionali.
Pier Luigi Bersani sa tutto questo e, pur scontando enormi difficoltà ambientali, si sta dimostrando abile a tenere insieme la fedeltà all’operazione Monti e l’autonomia del proprio partito.
Sulla vicenda più difficile di tutte, la riforma del mercato del lavoro, quello che era stato annunciato, presentato e in parte gestito come un bagno di sangue per il Pd potrebbe trasformarsi nel suo opposto: una prova di forza ed equilibrio politico dalla quale uscire come il vero partito-perno del sistema, centrale per far passare le riforme, anche quelle più difficili.
Tutto si giocherà sulla manovra parlamentare, appoggiata a una mobilitazione sociale non isterica: dalla Cei alla stessa Cgil, passando per Cisl e Uil e il mondo delle imprese minori, tutti coloro che hanno segnalato i problemi della riforma hanno però anche respinto le istanze di assoluta conservazione dell’esistente. È una ragionevolezza alla quale Monti e Fornero non possono voltare le spalle, e che il Pd può interpretare in maniera concreta lasciando ad altri – a Di Pietro, purtroppo a Vendola, alle varie schegge dell’antipolitica in competizione fra loro – la parte non simpatica e fine a se stessa degli urlatori.
In questo modo di afferma e si costruisce, qui e adesso, il diritto a presentarsi domani agli elettori come una forza di governo giusta e responsabile.
Guarda caso, esattamente ciò che suggerisce Monti nella lettera al Corriere: nella vicenda italiana attuale, tutti devono cambiare un po’, i partiti non potranno uscirne uguali a come vi sono entrati. Ben prima che li usasse Monti, però, questi erano gli argomenti di chi, nel Pd, si batteva per l’ipotesi del governo di transizione anche per contrastare l’illusione (presente nel Pd e nel centrosinistra) di una autosufficienza elettorale, politica e programmatica già acquisita.
I fatti hanno dimostrato che no, non eravamo pronti. Che non è stata solo generosità, quella di Bersani nel cedere e nel condividere il peso del governo della crisi. Non è vero che il centrosinistra, sia pure unto dalla volontà popolare, sarebbe stato in grado di fare meglio di quanto è stato fatto da novembre a oggi: la parte che stanno recitando Di Pietro e a tratti anche Vendola lo conferma. Per dire tutta la verità: i leader sindacali non avrebbero concesso a un ministro di centrosinistra (probabilmente un loro ex collega) ciò che hanno concesso a Fornero, per il semplice motivo che non gli sarebbe stato richiesto.
Bene allora se Bersani impedisce che si commettano ora (in vista del Piano nazionale delle riforme di Monti) gli errori che si stavano per commettere nel 2011 quando nel Pd ci si irrigidiva sulla intangibilità del sistema pensionistico, sulla intoccabilità dell’articolo 18, sulla impraticabilità del pareggio di bilancio in Costituzione: affermazioni perentorie destinate a essere travolte da un processo politico più forte.
Molto più fruttuoso, politicamente, stare dentro questa stagione come protagonisti, anzi possibilmente come problem-solver, come potrebbe essere sull’articolo 18. Non è solo un ruolo obbligato, per cause di forza maggiore: sono le fondamenta del nuovo Pd, competitivo nel 2013 contro chiunque. Allora non è così sorprendente, né episodico, che su queste basi Bersani abbia ricostruito l’unità interna. 
permalink | inviato da stefano menichini il 31/3/2012 alle 7:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
30 marzo 2012
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Napolitano in soccorso
È il governo del presidente: nella buona e quindi anche nella cattiva sorte. Con Mario Monti, Giorgio Napolitano ha condiviso fin qui l’ondata di consenso e di aspettative positive. L’opinione diffusa continua a essere largamente favorevole, ora però i due presidenti devono condividere anche l’inevitabile rimbalzo negativo. Emergono le conseguenze (sottovalutate) delle misure drastiche sulle pensioni; l’aumento delle tasse colpisce nelle buste paga; la crisi di liquidità morde le piccole imprese e i lavoratori autonomi. La sofferenza sociale è trasversale, ma diventa dramma e anche tragedia personale per artigiani, commercianti, le figure individuali più esposte.
Non c’è contraddizione fra il consenso che i sondaggi concedono ancora a Monti, e la palpabile crescente insoddisfazione. Il premier gode della mancanza di alternative, della credibilità comunque superiore rispetto agli altri attori politici, del confronto vantaggioso con un passato impossibile da rimpiangere. Anche per questo Bersani s’è innervosito per le battute asiatiche del premier: perché (eclissatosi oltretutto Berlusconi) l’impatto negativo dal paese arriva solo addosso a lui.
Per questo si rende necessaria l’interposizione di Napolitano. Ha voluto lui questa situazione, senza mai nascondere che la crisi economica fosse terribile, ma ora che comincia ad alzarsi l’insofferenza (non solo quella organizzata dai sindacati), è il momento per il capo dello stato di spendere in difesa del governo, del quadro politico e quindi indirettamente dei partiti l’enorme patrimonio di credibilità accumulato negli anni.
Ecco allora partire dal Quirinale l’appello all’accordo fra le parti sociali, ecco il riferimento ai giovani, ecco il varco riaperto alla modifica in parlamento delle norme sui licenziamenti. Ed ecco l’ombrello offerto ai partiti perché conducano avanti riforme elettorali e istituzionali neanch’esse destinate a suscitare entusiasmi popolari 
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Politica
29 marzo 2012
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monti pd pdl napolitano
Monti l'Asiatico
Avranno anche loro grossi problemi, ma India, Corea, Cina e Giappone messi in fila rappresentano una cassaforte di liquidità impressionante, sei volte le riserve di tutta l’area euro. Mercati finanziari ancora aggressivi e in espansione. E anche se dalle dichiarazioni ufficiali ai fatti c’è una distanza da colmare, se Monti tornerà dal suo viaggio avendo rimesso l’Italia nel mirino asiatico, questo sarà un considerevole successo.
Oltre tutto, come scriviamo oggi su Europa, Monti è stato ricevuto nelle capitali asiatiche più da ambasciatore dell’euro, rafforzato dal viatico di Obama, del Wsj, della business community occidentale, che da premier italiano. E anche questo ruolo pare esser stato assolto con qualche risultato.
A fronte di queste dimensioni dell’impegno montiano, le nevrosi romane sul suo rapporto con i partiti appaiono fuori luogo. Non perché Monti non possa essere contestato, o perché gli si possano consentire atteggiamenti di superiorità. Il problema è che i partiti, dal giorno del voto di fiducia, hanno imboccato una strada che non consente grandi scarti. E quanto più Monti ha successo, tanto meno chi lo appoggia può scartare.
Non è un caso che negli ultimi giorni Pd e Pdl si siano rimbeccati su chi volesse segretamente aprire la crisi e andare alle urne: stavano entrambi precostituendo (Casini lo fa da mesi) l’argomento polemico contro l’avversario eventualmente colpevole di far saltare l’operazione “salva Italia” impersonificata da Monti stesso. Insomma: forse sono innervositi dal successo del premier, certo ci tengono ad apparire i suoi più saldi sostenitori.
Vista la malizia comunicativa del personaggio, non c’è da dubitare che al suo ritorno dall’Asia Monti troverà il modo, in tandem col capo dello stato, di mettere anche questo ulteriore risultato diplomatico sulla bilancia.
Sulla bilancia di che cosa? Parlando di ambizioni personali, di qualcosa di più elevato della presidenza del consiglio italiana. Parlando di equilibri politici, di un assestamento del paese su un modello liberale dal quale sia difficile discostarsi per chiunque venga dopo.
permalink | inviato da stefano menichini il 29/3/2012 alle 9:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
27 marzo 2012
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È il contrario della crisi
I lettori di giornali – e a maggior ragione il presidente Monti – dovrebbero da oggi valutare le notizie politiche facendo la tara della campagna elettorale per le amministrative virtualmente iniziata. Certe fiammate polemiche tra Pd e Pdl, la querula auto-riproposizione del Terzo polo come vero “partito di Monti”, le ricorrenti sparate di Di Pietro: tutto va inquadrato dentro quella che i partiti considerano inevitabilmente la mission principale.
Per mettere al riparo il lavoro del governo e del parlamento in questa fase è meglio smussare gli angoli. Per esempio l’osservazione fatta dal premier sulla possibilità di mollare «nel caso l’Italia non fosse pronta per le riforme» va intesa come una ipotetica del terzo tipo: in realtà il paese sta dimostrando un’eccezionale tenuta e anzi reattività positiva alla cura da cavallo propinata dal governo, come Monti stesso ricorda sempre agli interlocutori stranieri. Né ci si può lamentare più di tanto dell’Italia politica, se la maggioranza è ancora lì dopo che per quattro mesi i partiti hanno dovuto accettare misure che, ognuno per parte propria, andavano contro i rispettivi programmi ed elettorati.
Ieri poi il Pd ha compiuto un piccolo capolavoro, che Monti (e Napolitano) avranno silenziosamente apprezzato: invece di cedere alle tentazioni (e alle proposte) di aprire nel paese e nelle piazze una vertenza sul lavoro, tutte le componenti si sono strette intorno all’obiettivo di correzioni parlamentari sull’articolo 18. La riforma ne risulterà più equilibrata e, anche se la Cgil non si placherà, il Pd avrà allo stesso tempo rinforzato la posizione del governo e rilanciato se stesso come perno dell’alleanza.
Fresco di citazioni berlingueriane, Bersani ha compiuto nel Pd una tipica operazione centrista che anche molti ex dc avranno potuto riconoscere come parte del proprio bagaglio. La convergenza delle ali è stata piena, compreso il ripudio delle logiche correntizie. Come s’addice a un partito in campagna elettorale; a un partito comunque primo nei sondaggi nazionali; e a un partito che sa di dover continuare a difendere davanti alla propria gente scelte non facili. 
permalink | inviato da stefano menichini il 27/3/2012 alle 10:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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