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Politica
16 settembre 2010
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Il documento Veltroni-Fioroni-Gentiloni

1.

Lacrisi politica del centrodestra è arrivata ad un punto di nonritorno. Dopo la rottura del Pdl, Berlusconi ha davanti a sé duestrade: aprire la crisi di governo e invocare le elezioni, al caroprezzo di dover ammettere il fallimento politico della piùconsistente maggioranza parlamentare della storia della Repubblica; otenere in piedi il governo e la legislatura, ma al prezzo non menoalto di legittimare la presenza determinante, nella coalizione dicentrodestra, di una forza e una leadership che si collocano in modoesplicito su una linea politicamente e culturalmente autonoma.

Qualunquesarà la scelta, è chiaro che si va concludendo un ciclo storico,quello segnato dall’egemonia sul centrodestra e sul Paese delpopulismo berlusconiano, che ha dimostrato in questi anni unaindiscutibile capacità di rappresentanza di una parte larga etendenzialmente maggioritaria della società italiana, ma non èriuscito a trasformarla in azione di governo all’altezza deiproblemi del Paese, adeguata ad affrontare in modo risolutivo i nodiche ostacolano lo sviluppo dell’Italia.

Lacrisi politica del centrodestra è dunque una crisi strategica: è ilfallimento di un modello che ha preteso di governare il Paesepreferendo la delega carismatica alla responsabilità condivisa, lafacile popolarità dei demagoghi al rischio dell’impopolaritàdegli statisti, la ricerca dei motivi di divisione del Paese,compresi i più artificiosi, alla ricomposizione delle sue fratturereali, l’elogio dei suoi vizi ancestrali alla promozione delle suevirtù civili, fino alla concentrazione illiberale del potere –politico, economico, mediatico – che ha preso il posto delladivisione dei poteri, fondamento di ogni democrazia liberale. Unpotere tanto prepotente nella sua pretesa insindacabilità, quantoimpotente dinanzi ai problemi dell’Italia, che sono stati abilmenteagitati a fini di consenso, senza mai riuscire ad utilizzare ilconsenso per affrontarli in modo risoluto.

Lacrisi politica del centrodestra ha reso evidente come un similemodello possa nutrire l’ambizione di vincere la competizioneelettorale, ma non assicurare la capacità di governare in modostabile, credibile, affidabile una società plurale, articolata ecomplessa come la nostra e tanto meno la capacità di organizzare unprogramma di riforme adeguato alle necessità dell’Italia di oggi.Il fallimento del berlusconismo ha insomma dimostrato ancora unavolta che il populismo è l’antitesi, la negazione dell’innovazionee del riformismo.

Berlusconideve prendere atto di avere fallito e di avere tradito la fiducia chegli elettori avevano riposto nella sua proposta politica. E chi hafallito non può pretendere di determinare il corso degli eventi,tanto meno può rivendicare il diritto di precipitare il Paese in unoscontro elettorale trasformato in un’ordalia pro o contro di lui.


2.

Ilproblema è che l’Italia ha più che mai bisogno di riforme,coraggiose e profonde. Perché, anche se sul piano congiunturale nonsembrano esserci motivi di allarme immediato per la tenutafinanziaria ed economica del Paese, dal punto di vista strutturalepermangono e si sono anzi aggravate ragioni di seria preoccupazione.

Laprima è il debito pubblico: negli ultimi 10 anni, otto dei qualiaffidati alle cure del centrodestra e del tandem Berlusconi-Tremonti,la spesa pubblica corrente primaria è aumentata al ritmo del 4,6 percento l'anno, mentre l'avanzo primario si è azzerato. Il debito èquindi tornato al livello raggiunto a metà degli anni '90, prima cheiniziasse la vittoriosa corsa verso l'Euro.

Laseconda ragione di preoccupazione è la caduta verticale dellaproduttività: stagnante da più di quindici anni, nel 2009 laproduttività del lavoro è tornata ai livelli del 1996. Mentre laproduttività totale (che considera la quota di crescita ascrivibilea fattori quali il progresso tecnologico, la qualità del capitaleumano, le prestazioni della pubblica amministrazione) è regredita allivello già raggiunto nel 1993.

E’come dire che, come italiani, abbiamo mancato tutti e due gli impegniche avevamo assunto con noi stessi e con gli altri europei all’attodell’ingresso nell’Euro: rientrare dal debito, facendo ogni annoavanzo primario; e imparare a competere sui mercati con laproduttività, l’efficienza, la qualità, avendo rinunciatoall’uscita di sicurezza della svalutazione.

Ilfallimento di entrambi questi obiettivi ha invece prodotto una seriacaduta di competitività: tra il '96 ed oggi, la bilancia dellepartite correnti con l'estero è peggiorata di sette punti, da unattivo del 3,5 del pil a un passivo del 3,5 previsto dall'Ocse per il2011, a riprova che il Paese domanda costantemente, ormai, più diquello che produce. E poiché il reddito pro-capite, al nettodell'inflazione, può crescere solo se aumenta la produttività, latendenza in atto è gravida di conseguenze negative per il livello divita delle famiglie e in particolare per le prospettive dei giovani.

Ilterzo motivo di seria preoccupazione per il presente e il futurodell’Italia è la crescente disuguaglianza. La distanza che c’èin Italia tra chi ha troppo e chi ha troppo poco è tra le piùgrandi dei paesi Ocse: più diseguali di noi sono solo gli Usa, cheperò presentano una mobilità sociale a noi sconosciuta, e poi laTurchia, la Polonia e il Messico. E, ciò che è più grave, lanostra enorme spesa pubblica (52 per cento del pil) riesce appena ascalfire gli effetti di disuguaglianza prodotti dal mercato, che sonoinvece drasticamente abbattuti dalla pari spesa pubblica di altriPaesi europei.

Lamalattia del nostro sistema-paese si comincia a cogliere nelle sueconseguenze più gravi, se si esaminano le dolorose fratture che sivanno allargando nella società italiana: la frattura territorialeNord-Sud, che è tornata ad accentuarsi, fino a riproporrel’interrogativo sulla tenuta stessa dell’unità nazionale; lafrattura generazionale,che vede per la prima volta i più anziani, non solonell’impossibilità di assicurare ai più giovani prospettivemigliori di quelle di cui essi stessi hanno goduto, ma quasirassegnati ad assistere ad un loro anche accentuato deterioramento;la frattura sociale,tra settore privato (determinato dal mercato) e sistema pubblico(gestito dalla politica), che sta alimentando un conflitto dallecaratteristiche nuove, in un certo senso inedite, con lacontrapposizione tra mondo della produzione da una parte e sistemadella spesa pubblica dall’altra; fino alla frattura dicittadinanza,che vede crescere il numero di lavoratori non cittadini e ora anchedi figli di immigrati, nati, cresciuti e istruiti in Italia e chel’Italia, alle prese con la sfida inedita dell’integrazioneetnica, culturale, religiosa, fatica a riconoscere come cittadini.


3.

Ingiustiziasociale, inefficienza economica, debito pubblico: tre problemi ditipo strutturale, ciascuno dei quali è causa ed effetto degli altri.Solo una strategia che li aggredisca tutti e tre contemporaneamentepuò realisticamente proporsi di evitare un declino che potrebbeanche essere niente affatto dolce, ma anzi aspro, conflittuale,perfino violento. Se vuole restare una Nazione, se vuole evitare ilrischio di soccombere sotto le fratture che la minacciano, l’Italiaha bisogno urgente e drammatico di una stagione di riforme,coraggiose e profonde; di innovazione vera e giusta; di ridefinizionedei diritti e dei doveri di ciascuno, in una parola di un nuovo pattodi convivenza civile che metta al centro la crescita, il lavoro, ilfuturo dei giovani.

Senzariforme, anche la timida ripresa in atto non diventerà crescitastabile, non riuscirà a creare occupazione e si dimostrerà quindiinadeguata a invertire la tendenza del Paese a perdere terreno inEuropa e nel mondo.

L’Italiaha bisogno di riforme nel settore pubblico: per fare della spesapubblica un fattore di competitività e per dotare il Paese di unwelfare della solidarietà e della responsabilità, che non si limitia compensare le disuguaglianze, le marginalità, le esclusioniprodotte dallo sviluppo economico, ma nutra l’ambizione diricostruire la cultura delle relazioni e di promuovere il rispettodella dignità e dell’unicità di ogni persona. Un welfare chepromuova i diritti delle persone anche attraverso il sostegno allafamiglia e alle relazioni sociali. Un welfare ripensato a misuradelle giovani generazioni, che contrasti la precarietà con misure disostegno al reddito e di accompagnamento da un lavoro all’altro econ nuove regole del mercato del lavoro che abbattano l’attualeregime di apartheid tra aree di lavoratori protette e garantite edaree prive di qualunque tutela. Un welfare che investa più risorsenella formazione, nella scuola, nell’università, nella ricerca esappia impiegarle meglio, premiando la competenza, il merito, irisultati.

Igrandi mutamenti che hanno investito il mondo del lavoro, a causa deiprocessi di globalizzazione, possono essere governati in duedirezioni: quella della radicalizzazione dello scontro sociale epolitico, o invece quella di una nuova concertazione, di un nuovopatto tra produttori per la crescita e per l’equità sociale,fondato sulla consapevolezza della comunità di destino che uniscelavoratori dipendenti, lavoratori autonomi e delle partite Iva,imprenditori piccoli e grandi.

L’Italiaha bisogno di una politica capace di ripensare il rapporto tral’economia e la società. La crisi economica internazionale ci hainsegnato che non basta individuare regole adatte a eliminare leturbolenze dei mercati: occorre ripensare a fondo i rapporti trapolitica e mercato, richiamando a tal fine l’ispirazione propria diun’economia sociale di mercato. Di fronte alla crisi non ha sensoriproporre vecchi approcci statalisti, tanto meno illudersi su unapossibile rivincita dell’ideologia tipica della sinistra del secoloscorso. Dalla crisi si esce non rinnegando ma rilanciando l’idea diun riformismo liberale.

Nonbastano aggiustamenti parziali, di carattere tecnico o istituzionale,occorre darsi grandi mete sociali e politiche e sostenerle con fortiideali. Bisogna ripensare le stesse categorie fondamentali su cui siè costruito il patto sociale che ha sostanziato le democrazie delNovecento e i valori che le hanno ispirate, lavorando a delineare unnuovo modello di crescita, che si può sintetizzare nel passaggio daun’economia dei consumi a una orientata allo sviluppo umano.

Strategicaè, a questo riguardo, una rivoluzione ambientale che innovifortemente il settore produttivo, quello energetico, quellourbanistico, incoraggiando e sostenendo la sempre più nutritaschiera di imprenditori coraggiosi che stanno facendo della qualitàla cifra di un nuovo “made in Italy”.

Nonci può essere sviluppo dell’Italia se non si assume come prioritàpolitica la lotta all’illegalità, il contrasto dei livellipolitici e finanziari dei poteri criminali, la ricerca della veritàsulle pagine più buie e opache della nostra storia collettiva, ilprosciugamento delle ragioni sociali del consenso alle mafie nelMezzogiorno.

E’arrivato il momento di aprire una fase nuova del rapporto frapolitica e giustizia. La politica deve assumere il punto di vista deicittadini in termini di bisogno di legalità e diritto allagiustizia, uscendo finalmente dalla contrapposizione fragiustizialismo e tolleranza dell’illegalità e proponendo a tuttele forze della giustizia un tavolo comune di riforma. Dirittiindividuali dei cittadini e bisogno di legalità non sono infattiseparati e separabili, ma possono vivere solo insieme.


4.

Ilritardo accumulato è enorme, ma esistono le risorse per farcela:alcune migliaia di medie imprese si sono ristrutturate e portano consé, nella competizione internazionale, migliaia e migliaia dipiccolissime aziende che sono il nerbo della nostra strutturaproduttiva, forti della qualità e della capacità "di fare"di milioni di lavoratori che vogliono vedere finalmente premiati,anche nel salario, la loro capacità e il loro impegno, attraverso uncompleto ridisegno del modello contrattuale. Nella PubblicaAmministrazione, la maggioranza dei lavoratori e dei dirigentiavverte come un'umiliazione anche personale la distanza tra i costisopportati dalla collettività e le effettive prestazioni diservizio. Milioni di giovani, sui quali negli ultimi quindici anni sisono violentemente scaricate tutte le esigenze di flessibilità delsistema, potranno contribuire allo sviluppo solo se la loropartecipazione al mercato del lavoro avverrà superando l'attualestato di segregazione cui sono costretti da regole ormai vetuste. NelSud, in particolare, la voglia di fare, l'intelligenza, la fantasia el'impegno di milioni di giovani donne reclama politiche pubblichecapaci di introdurre disparità positive per il loro inserimento nelmondo del lavoro legale. La rivoluzione digitale, grazie alladiffusione della banda larga, moltiplica in modo formidabile lecapacità creative, di competitività e di partecipazione dal basso.

Unacoerente strategia riformista può dunque contare su rilevanti forzesociali, unendole in un progetto che risponda ai bisogni dei piùdeboli facendo leva sui meriti dei più capaci. Questa strategia nonpuò essere incardinata prevalentemente attorno a obiettivi di difesadella realtà presente, aggredita dall'attacco della destrapopulista. Al contrario: l'alleanza da promuovere è tra chi habisogno delcambiamento, ma da solo non può realizzarlo perchè non sa, non ha,non può abbastanza e chi vuoleil cambiamento, perchè sa progettarlo, ha interesse a promuoverlo,ha le relazioni necessarie per realizzarlo, ha la forza necessariaper piegare le tante resistenze corporative che vi si oppongono.

L’Italiaaspetta, con un’impazienza che sta diventando disincanto se nonrassegnazione, una proposta politica all’altezza della sfidastorica dinanzi alla quale si trova. E se al fallimento della destradovesse corrispondere una speculare inadeguatezza delle forzeriformiste, incapaci di proporre un’alternativa credibile,affidabile, autorevole, il Paese correrebbe il rischio di una crisidi sistema, una crisi che potrebbe avere come sbocco la riduzionedella libertà e della democrazia, in nome del bisogno emergenzialedi decisione. Perché, quando la democrazia si dimostra incapace diprendere le decisioni necessarie, si finisce inesorabilmente percercare sedi di decisione senza democrazia.


5.

IlPartito democratico è nato dalla consapevolezza del carattereepocale del difficile passaggio storico che l’Italia si trova adattraversare. Ed è nato con l’ambizione di rappresentare laproposta adeguata ad affrontarlo: non per un atto di presunzione, maper la convergenza di diverse storie, culture, tradizioni riformiste,accomunate dal riconoscimento della propria inadeguatezza, odifficoltà, dinanzi alle sfide inedite del presente e del futuro edalla volontà di concorrere alla costruzione di una rispostacondivisa, aperta e innovativa.

Concentrandotutte le sue energie sull’obiettivo di avanzare una propostainnovativa al Paese, il Partito democratico, sia pure in un quadro disconfitta nella competizione sul governo, resa inevitabile dalfallimento dell’Unione di centrosinistra, ha saputo suscitare unagrande speranza nella società italiana. E raccogliendo il consensodi un elettore italiano su tre, non solo ha posto la premessaprincipale di una strategia di riconquista del governo su un terrenodi affidabilità e di innovazione, ma in un’epoca segnata dallaframmentazione e dal proliferare di partiti effimeri, personali,privi di vita democratica interna, ha dato anche un grande contributoalla rivalutazione, nel solco dell’articolo 49 della Costituzione,del ruolo del partito politico come istituzione civile, snodoessenziale del buon funzionamento della democrazia.

Lacrisi del berlusconismo rende questa prospettiva, la prospettivacostitutiva del Partito democratico, al tempo stesso ancor piùnecessaria e urgente, ma anche più realistica e praticabile: perchériapre la possibilità di uno spostamento profondo, di un sensibileriallineamento dei rapporti di forza politico-elettorali nel Paese. Acondizione, ovviamente, che si sia disposti a lavorare, a impegnarsia fondo per questo obiettivo, rinnovando in profondità non i nostriprincipi, né la nostra specifica rappresentazione dei valori dilibertà, uguaglianza, fraternità, solidarietà, ma le parole e lecose con le quali li abbiamo tradotti nel secolo scorso e che oggisono perlopiù incapaci di dare risposte adeguate alle sfide delnostro tempo. A condizione che si voglia e si sappia uscire dalrecinto – territoriale, sociale, generazionale – dei consensitradizionali, per aprirsi alla ricerca di nuovi apporti. A condizioneche si facciano risolutamente i conti con le posizioni conservatriciche, anche nel campo del centrosinistra, pensano che il nostrocompito prioritario sia quello di difendere le conquiste del passato,piuttosto che cambiare in profondità una realtà che contraddice inostri valori, punisce il merito e condanna i più deboli.

Cosìnon è stato fin qui, o non lo è stato abbastanza, perresponsabilità diffuse e condivise. Non si spiegherebbe altrimentiil paradosso per il quale il Pd è riuscito ad ottenere quasi il 34per cento dei voti nel momento di massima difficoltà per ilcentrosinistra e di massimo consenso al berlusconismo e fatica oggi astare sopra il 25 per cento, in piena crisi politica delcentrodestra.

Manulla sarebbe adesso più sbagliato e contraddittorio, che affrontarela crisi politica e culturale del berlusconismo, sulla basedell’assunto della immutabilità dei rapporti di forza nel Paese.Una visione così angusta e rinunciataria, così falsamente realista,spingerebbe i democratici ad arroccarsi in difesa, pigri espaventati, quando è invece il momento di uscire allo scoperto e diavanzare proposte coraggiose e innovative.

Esempidi questa mancanza di coraggio, di questa vera e propria involontariasubalternità ad un pensiero unico, sono per un verso l’ipotesineo-frontistae per altro verso quella vetero-centrista:ipotesi che nel confuso dibattito interno al partito tendono peraltroa mescolarsi, ad alternarsi in continue svolte e controsvolte,rotture e ricomposizioni, che offrono l’immagine di un partitosenza bussola strategica.

Laprima ipotesi, quella neo-frontista,punta a raccogliere lo schieramento quantitativamente più vasto,talmente vasto da avere in comune solo l’avversario: un errorestrategico, che in passato il centrosinistra ha già pagato caro, intermini di tenuta, di affidabilità, di credibilità, diautorevolezza. Riproporre oggi questa strategia, non solo avrebbe ilsapore di una perseveranza nell’errore, ma significherebbe noncogliere la domanda politica del Paese, che non è di schieramento,ma di contenuto, non è di alleanza contro (conservatrice edifensiva), ma di alleanza per (riformista e innovativa), proprio perquesto capace di attrarre nuovi consensi e di suscitare nuoveenergie. Significherebbe, in altri termini, restare dentro lo schemadel berlusconismo, proprio mentre il Paese cerca la via per uscirne.

Altrettantoinadeguata è l’ipotesi vetero-centrista,che fa leva su quello che essa definisce il duplice fallimento deidue poli del bipolarismo italiano, per proporre la riedizione di unmodello di sistema politico che assegna a tavolino la rappresentanzadei delusi dal berlusconismo a un polo moderato, spinto da sinistra agiocare una partita di autonomia e convenzionalmente abilitato adesercitare un ruolo di perno nella evoluzione del quadro politicoitaliano. Da qui i rischi di trasformismo, perché un cambiamentointessuto di ambiguità e reticenze potrebbe alimentare la rincorsa,in alcuni settori della società italiana, alla occupazione delpotere in nome di pure esigenze di opportunità e deteriorepragmatismo. Anche questa ipotesi appare subalterna al berlusconismo,proprio in quanto accetta l’identificazione fra bipolarismo eberlusconismo, quasi il problema del Paese fosse quello di liberarsidella competizione bipolare e non invece quello di liberare ilbipolarismo dall’ipoteca populista.


6.

Mail limite più grave di entrambe queste ipotesi è il lororassegnarsi a vedere la politica ridursi a rappresentare le fratturedella società italiana, anziché operare per ricomporle e superarle.Una rassegnazione che finisce per condannare il centrosinistra ad undestino minoritario.

IlPartito democratico è nato invece proprio per sconfiggere questarassegnazione, per varcare questi limiti, per saldare questefratture. Se vuole restare fedele a se stesso e soprattutto se vuolefondare la sua proposta di governo su basi solide, il Pd deve darsiuna strategia di allargamento dell’area dei propri interlocutori edei propri consensi, che faccia leva su un programma riformista, suun progetto innovativo per il Paese e su una classe dirigentefortemente rinnovata, attingendo a risorse che non siano solo quelledella politica tradizionale. Il Pd deve porsi l’obiettivo esplicitoe dichiarato di allargare in modo cospicuo i suoi consensi e il suoradicamento ove oggi sono più deboli e fragili: a cominciare dalNord, dal mondo produttivo, dalle nuove generazioni. Allo stessomodo, dopo lo scacco di una stagione di governo di gran parte delleregioni meridionali, il Pd non può accettare di considerare perdutala battaglia per la legalità, l’innovazione e la crescita nelMezzogiorno.

IlPd deve perseguire questi obiettivi innanzi tutto agendo su sestesso, riprendendo la via dell’innovazione: perché senza unpartito grande del riformismo, un partito a vocazione maggioritaria,capace di competere per il primato nel Paese e di attrarre eorganizzare attorno alla sua proposta le migliori energieintellettuali e morali, sociali e civili, le stesse alleanze, come sidimostra oggi, sono più difficili e non più facili.

Lavocazione maggioritaria del Partito democratico non è, non è maistata, il culto dell’autosufficienza, ma lo sforzo di pensare sestesso, la propria identità e la propria politica, come recita ilManifesto dei valori del Pd, “non già in termini di rappresentanzaparziale di segmenti più o meno grandi della società, ma comeproiezione della sua profonda aderenza alle articolazioni e alleautonomie civili, sociali e istituzionali proprie del pluralismodella storia italiana e della complessità della societàcontemporanea, in una visione più ampia dell’interesse generale ein una sintesi di governo, che sia in grado di dare adeguate risposteai grandi problemi del presente e del futuro”.

Innovazione,innanzi tutto, della sua cultura politica, che non può ridursi a unariedizione regressiva del compromesso storico, né risolversi nellatardiva adesione alla socialdemocrazia, ma deve valorizzare appienoil pluralismo delle storie che in esso sono confluite, come base dipartenza nel delineare i tratti di una nuova identità pienamentedemocratica.Un’identità che si sente parte del grande movimento democratico eprogressista europeo e mondiale e che si esprime, in Italia, nelsuperamento degli storici steccati tra laici e cattolici, in nomedella ricerca comune dei principi di un nuovo umanesimo: chericonosca alla dimensione religiosa piena cittadinanza nel dibattitopubblico e riaffermi il principio di laicità delle istituzioni e cheaccompagni la crescente sensibilità per le libertà e le nuovefrontiere dei diritti civili, con la maturazione di una nuova culturadella responsabilità. Un’identità plurale che, insiemeall’apporto delle tradizioni del riformismo socialista e di quellocattolico democratico, riconosca l’importanza decisiva delleculture liberaldemocratiche e ambientaliste che oggi caratterizzano idemocratici in tutto il mondo. Il Pd deve far pesare la sua caricainnovativa anche in Europa, dove è chiamato a mantenere una dellesue promesse fondative, non limitandosi a militare in una dellefamiglie europee, ma promuovendo l’intesa e la collaborazione trale diverse componenti democratiche e progressiste accomunatedall’ideale europeista.

Innovazionedella sua proposta programmatica, che deve assumere con coraggiol’obiettivo di battere tutti i conservatorismi, compresi quelli,palesi ed occulti, di centrosinistra, ponendo al centro il tema dellademocrazia decidente, attraverso le necessarie riforme istituzionalied elettorali: rafforzamento dei poteri del premier e di quelli dicontrollo del Parlamento, regolazione del conflitto d’interessi,norme contro la concentrazione del potere mediatico e il controllopolitico della Rai, differenziazione delle camere, riduzione delnumero dei parlamentari e una legge elettorale, come si legge neldocumento approvato dall’Assemblea nazionale del Pd del maggioscorso, “di impianto maggioritario fondato sui collegiuninominali”, estendendo e codificando il ricorso alle primarie.Naturalmente con la preoccupazione, in materia di riforme dellegrandi regole della democrazia, di definirne gli aspetti piùspecifici alla luce di una esigenza di ampio coinvolgimento politicotra le forze democratiche interessate a costruire una nuova fasepolitico-istituzionale del Paese.

Soloun Pd che si dimostri capace di espandere l’area dei suoi consensie di rafforzare il suo radicamento nel Paese può raccogliere attornoa sé un’alleanza riformista per il governo dell’Italia: unacoalizione coesa ed omogenea, selezionata dal progetto e proprio perquesto affidabile e credibile. Perché solo un Pd forte e autorevolenel Paese può incoraggiare evoluzioni positive, nella direzione diuna responsabile e innovativa cultura di governo, da parte delleforze che si collocano nell’area della sinistra e depotenziarepreoccupanti regressioni, incompatibili con la cultura politica eistituzionale del Partito democratico, come quelle che ha fattoregistrare chi, in questi due anni, è passato dalla convintasottoscrizione di un programma riformista alla legittimazione diatteggiamenti demagogici e intolleranti.



7.

L’insiemedi queste ragioni ci spinge a ritenere necessario promuovere unainiziativa forte e coraggiosa per il superamento delle gravidifficoltà del Partito democratico e per il rilancio del suoprogetto di innovazione e riformismo.

Nonintendiamo dar vita a una corrente, a uno strumento chiuso nellalogica della lotta interna, ma a un movimento di partecipazionecivile e culturale, che si proponga di rafforzare il consenso al Pd eil suo pluralismo, coinvolgendo forze interne ed esterne al partito,tornando ad appassionare energie che si sono allontanate e rischianodi disperdersi e suscitando l'attenzione e l'interesse di settoridella società italiana che la crisi politica e culturale delcentrodestra ha rimesso in moto.

Lanuova situazione politica che si va delineando dopo il fallimento delberlusconismo rende se possibile ancora più necessario, per ilPaese, un Partito democratico più grande e più forte, che vogliaessere protagonista di una politica di riformismo e di innovazione,di una proposta di governo per il cambiamento.

E’questo il nostro obiettivo, la ragione del nostro impegno politico.Nel Partito democratico, per il Partito democratico.

permalink | inviato da stefano menichini il 16/9/2010 alle 17:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1)


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