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Diario
21 dicembre 2012
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bersani berlusconi tv
No, Bersani non deve fare quel duello
Prima ancora di cominciare, come al solito, lo scontro elettorale si trasforma in scontro dentro e sulla televisione.
In un passaggio della sua maratona mediatica (pare che avrebbe voluto andare in onda anche a Natale e Santo Stefano: la Rai ha dovuto emanare un regolamento ad hoc per arginare l’invasione), Berlusconi ieri è tornato su un topos di ogni campagna da vent’anni a questa parte: il faccia a faccia tv. Di cui questa volta, guarda un po’, lui sente grande bisogno.
La sensibilità berlusconiana per il confronto pubblico con gli avversari è perfino più variabile delle sue sue posizioni politiche. Su sei volte nelle quali Berlusconi s’è candidato, il faccia a faccia quattro volte l’ha voluto e due volte l’ha sdegnosamente rifiutato. Con precisione matematica: lo rifiuta quando i sondaggi lo vedono in vantaggio; lo cerca quando deve recuperare (a parte il ’94, l’anno dell’esordio, dello scontro col completo marrone di Occhetto).
Nel 2001 e nel 2008 Berlusconi si tenne alla larga da Rutelli e da Veltroni, che lo sfidarono in ogni modo possibile, dicendosi troppo superiore per potersi abbassare al livello degli antagonisti. Nel 2006 Prodi (nonostante i consigli vibranti di Europa, che ci fece una piccola vana campagna di stampa) volle fare il signore, quale è, e diede spazio al premier uscente che tentava una rimonta disperata. La fine è nota. All’ultimo minuto dell’ultima domanda del secondo e ultimo dibattito, per impedire all’interlocutore qualsiasi contestazione e replica, Berlusconi tirò fuori il coniglio dell’abolizione dell’Ici. La rimonta elettorale fu completata, l’Unione non vinse di fatto le elezioni, la legislatura fu disastrosa e di quella promessa dell’abolizione dell’Ici l’Italia paga ancora le conseguenze.
Tutto questo per dire, nel modo più secco possibile: Bersani, contrariamente a quanto ha detto ieri, non deve fare alcun dibattito televisivo con un brigante di tal fatta. Oltre tutto, stavolta Berlusconi non è neanche lo sfidante principale: semmai dovesse esserci un confronto fra candidati, andrebbero convinti e coinvolti anche gli altri (non sappiamo neanche chi: Monti? Ingroia? Grillo?).
Molto improbabile. Meglio non pensarci proprio. E tenere Berlusconi sotto, a sbattere da solo la testa contro la scatola televisiva nelle strettoie della par condicio, a pagare il pegno di una inguaribile slealtà e scorrettezza.
permalink | inviato da stefano menichini il 21/12/2012 alle 13:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
20 dicembre 2012
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pd primarie
Giusto qualche nome per queste primarie
Su Europa ci siamo tenuti alla larga dal sostegno a questo o a quello delle migliaia di candidati alle primarie per le candidature democratiche. Non per prudenza, equilibrismo o furbizia, ma perché in questa vicenda sono in gioco la vita e la passione di tantissime persone tutte degne di amicizia, ammirazione, stima, in definitiva di sostegno.
Diversamente dai Renzi e dai Bersani che hanno corso nelle primarie più grandi, molti dei candidati che si stanno battendo in questi giorni festivi in ogni angolo d'Italia non hanno poi scelto così liberamente di farlo: ci sono stati gettati, da una scelta coraggiosa e politicamente molto forte, che però ha aperto una quantità innumerevoli di linee di rottura dentro la comunità del Pd.
È sicuramente il caso dei parlamentari uscenti. È vero che, essendo valso per loro il criterio di "nomina" per due legislature consecutive, avevano tutti un po' perduto l'antica buona abitudine alla conquista del consenso casa per casa. È anche vero però – garantisco, perché di campagne elettorali nella mia vita ne ho seguite tante – che mai nessuno in passato era stato sottoposto a un sistema così difficile e crudele di riconquista del mandato.
Come tanti altri giornali, Europa naturalmente si occupa dei casi più eclatanti, e delle vicende che vedono protagonisti alcuni dei nostri collaboratori abituali. Mario Adinolfi ci ha raccontato come pensa di farcela nella "tonnara di Roma" facendo campagna fra Natale e Santo Stefano. Abbiamo scritto della storia difficile dei parlamentari ambientalisti (Ermete RealacciFrancesco Ferrante* e Roberto Della Seta) che come Andrea Sarubbi Federica Mogherini hanno deciso di non poter competere (loro esperti di tematiche generali) con candidati molto radicati nel territorio. Siamo per motivi antichi a fianco di Roberto Giachetti, che senza troppe sollecitazioni, al suo solito, s'è buttato anche lui nella fornace della campagna più difficile, quella per le primarie di Roma. È di grande interesse la battaglia parallela (e forse un filo competitiva) lanciata sempre nella capitale da Matteo Orfini e da Stefano Fassina, i due più forti fra i giovani emergenti nel gruppo dirigente nazionale del Pd bersaniano.
Ma, vedete, perfino decidere di raccontare queste storie e non altre implica una forma di discriminazione: dobbiamo farci guidare solo dalla logica giornalistica. E poi c'è il paradosso che simpatizzare eventualmente per Adinolfi e Giachetti, o per Fassina e Orfini, in questo meccanismo, significa parteggiare per candidati fra loro teoricamente concorrenti: può darsi benissimo (soprattutto per la coppia ex renziana) che nelle liste, alla fine, ci sia spazio per uno solo dei due.
Vedete dunque quanto sia difficile muoversi, quando si è un giornale di area, davanti a una vicenda che implica tanta partecipazione politica e anche personale, emotiva.

Essendo questo un blog personale, e non uno spazio di Europa, mi prendo solo qui la libertà di segnalare qualche caso di candidatura che mi pare meritevole. Solo perché ne conosco l'esistenza: ce ne sarebbero migliaia di altrettanto e magari più meritevoli. Semplicemente, non ne so abbastanza.

Per esempio mi piacerebbe che, nel calderone capitolino, ce la facesse Lorenza Bonaccorsi.
La conosco da tanti anni e sono testimone del suo tragitto, visto che la accolsi praticamente ragazzina a lavorare nel comitato per la rielezione di Rutelli al Comune di Roma nel lontanissimo 1997. È una di quelle tante persone che hanno impiegato le proprie capacità professionali al fianco della politica, quindi come lavoro, rimanendo però animate soprattutto da una passione interiore. Dopo aver dato una mano a tanti leader piccoli, medi e grandi (l'ultimo è stato Renzi), ora Lorenzina (scusate, io la conosco così) prova a giocarsela da sé. Meriterebbe di riuscire, sarebbe una grande combattente in parlamento.

Uno che invece conosco solo da lontano è Germano Marubbi, che corre ad Alessandria.
Me l'ha fatto conoscere una collega, che poi è la sua compagna e appassionata sostenitrice, e ho capito che anche il suo tentativo è meritevole di attenzione e sostegno. È un giovane uomo che ha fatto carriera in una società multinazionale occupandosi di numeri, di finanza. Poi ha messo ciò che sapeva fare al servizio di un'amministrazione locale (Novi Ligure) riducendo, udite udite, l'addizionale Irpef e l'Imu, mentre dovunque i Comuni sono costretti ad alzarle: avercene, direi. Ora, anche lui sulla scia di Renzi, prova a lanciarsi nella partita grossa, puntando sulla passione, la competenza e, credo, un bel po' di sventatezza. Non so chi siano i suoi contendenti, saranno sicuramente validi candidati: però qui da Roma terrò d'occhio Marubbi. Se siete delle sue parti, dategli una mano più direttamente.

Anche se certo non ha bisogno di me per farsi notare, in Versilia c'è da seguire Bruna Dini. Siamo un po' sempre sullo stesso tipo di democratico: persone con un lavoro e una competenza (Bruna fa l'imprenditrice, è stata presidente dei giovani di Confindustria toscana) letteralmente travolte dalla passione per la politica. Lei lo è da tempo, l'ho conosciuta prima sulla rete e poi nel retropalco del Circo Massimo il 25 ottobre 2008, quando Veltroni la chiamò a parlare e quindi, per la prima volta, su una grande ribalta. La ricordo tanto emozionata, ancora più bella di quanto già non sia. 
Volendo, Bruna di passione ne ha fin troppa, e infatti abbiamo fatto belle litigate: ho le mie simpatie e antipatie in politica, come tutti, ma non riesco a essere tribale. Lei invece lo è, e mi piace provocarla: sono sicuro che quando Bersani dice di sé di essere solo «moderatamente bersaniano» pensa a lei, come una «estremamente bersaniana». È brava, è forte, conosce la vita e l'economia anche nei loro lati difficili, ha un carattere notevole. Dalle sue parti anche Bruna avrà ottimi competitori, io però spero davvero che ce la faccia.

Infine, siccome sono fatto all'antica, per dovere e per convinzione segnalo anche che a Roma corre Andrea Rosalba Catizone: è nel comitato direttivo del mio circolo (Trastevere) e questo ne farebbe già di default, ai miei occhi, un'ottima candidata. In realtà lo è per molti altri motivi, siamo di nuovo di fronte a una professionista di prim'ordine con un bell'entusiasmo politico: sono contento di citarla fra le mie segnalazioni. Parziali e personalissime.

Spero davvero che mi perdonino le migliaia di altri che non conosco o non cito qui. Spero che poi, passata questa prova, ce la facciamo tutti quanti nella partita che conta.



* al di là dei formalismi, non scherziamo: Francesco è uno dei miei migliori amici di una vita. È un lavoratore pazzesco, che ha fatto cose incredibili nelle battaglie ambientali. Se il Pd riuscisse nel capolavoro di non riportarlo in parlamento, sarebbe puro autolesionismo. Lui avrebbe tante cose ottime da fare in giro, i democratici ci rimetterebbero una grande risorsa. That's all.
permalink | inviato da stefano menichini il 20/12/2012 alle 19:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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20 dicembre 2012
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monti pd elezioni
La fortuna dei moderati si chiama Pd
La politica segue percorsi tortuosi, lungo i quali le cronache del giorno per giorno si perdono.
C’è sempre una curva dietro la quale uno come Berlusconi riesce a piazzare qualche trappola. Alla fine però la logica prevale. Così è con la vicenda del ruolo politico di Mario Monti e dello scenario a cavallo delle elezioni del 24 febbraio.
Perché, come appunto voleva la logica, la parentesi tecnica va a chiudersi col risultato politico che era implicito già mentre la parentesi si apriva: dal novembre 2011 a oggi si è rafforzato un centrosinistra europeista e riformista e si è aggregata un’area centrista che a questo punto taglia fuori il berlusconismo dalla competizione per il governo; stringe col centrosinistra un patto di transizione sul doppio binario della fuoriuscita dalla crisi economica e della riforma delle istituzioni; comincia a crescere per essere prima o poi (meglio prima che poi, nell’interesse del sistema) vera alternativa alla sinistra.
Dove per alternativa intendiamo non più la guerra di civiltà e il regime di delegittimazione reciproca nei quali siamo vissuti per vent’anni, bensì una matura democrazia dell’alternanza.
Si discuterà molto del ruolo esatto che il premier deciderà di ricoprire. Ma a ben guardare era logico che Monti fosse protagonista anche di questa fase. Lo è stato fin qui, sterzando nella guida del paese rispetto alla rotta populista e demagogica che ci aveva resi invisi alla comunità internazionale.
Non può non esserlo nell’ultimo decisivo passaggio elettorale: l’opera va compiuta, e le forze centrali non possono farlo senza evocare la personalità del professore.
Niente da fare: usciamo dalla stagione dei partiti personali ma rimane l’esigenza di leader forti, riconosciuti. È anche la lezione delle primarie e del Pd di Bersani.
Sarà un handicap per i centristi avere un Monti candidato virtuale. La loro campagna ne soffrirà. Questo però non accade per caso. Accade perché la fuoriuscita dei moderati dal lungo equivoco berlusconiano (nel quale hanno voluto vivere per troppi anni) è stata decisiva per spodestare il Cavaliere ma è troppo recente e incompiuta, appesantita da un ricambio insufficiente di ceto politico, per risultare già vincente.
La fortuna dell’Italia – anche di questa Italia che non voterà mai a sinistra – è che invece il Pd è maturato in tempo utile per offrire a tutti una sponda solida in un momento storico pericolosamente magmatico.
permalink | inviato da stefano menichini il 20/12/2012 alle 12:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
19 dicembre 2012
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Paura di votare
Improvvisamente, non hanno più fretta. Non so che cosa Ghisleri abbia detto a Berlusconi, in ogni caso lui deve essersi convinto che passando giorni interi davanti alle telecamere di qualsiasi rete tv (Santoro compreso: evidente l’interesse per il pubblico grillino) le sorti del Pdl possono essere rovesciate. E che si possa ripetere la magia (aiutata dal conflitto di interessi) già tante volte tentata.
La rimonta del 2006 su Prodi è il precedente al quale si guarda (compresa la promessa berlusconiana di allora di abolire l’Ici e quella odierna di abolire l’Imu). Come scrive Paolo Natale su Europa l’autentico rischio 2006 rimane l’inesistenza di una vera maggioranza al senato: rischio che solo una vittoria Pd più ampia di quella prevista potrebbe sventare. Neanche l’apparizione della famosa Lista Monti cambierebbe le cose.
In questo quadro, si capisce perché il Pdl, non avendo niente da perdere tanto meno l’onore, giochi cinicamente con i lavori d’aula sulla legge di stabilità. Dopo aver causato la crisi anticipata della legislatura, ora prova a riallungarne artificialmente la vita. Vedi mai che una settimana in più di occupazione del teleschermo frutti qualche decimo percentuale al mentitore seriale che abbiamo visto all’opera ieri sera.
La verità è che, dopo tanto cianciare di sovranità popolare, il Pd è l’unico partito pronto ad affrontarne il giudizio. Dagli arancioni al Pdl, da Casini a Grillo, l’impreparazione è evidente.
Operazioni improvvisate di aree eterogenee come quella nata intorno a Ingroia. Una coalizione centrista ancora in attesa dell’esito delle riflessioni di Monti. Un centrodestra disperato che torna a dipendere dai giochi di prestigio più frusti. E Grillo, anche lui: la bile con la quale commenta anche le primarie democratiche per i parlamentari, dopo quelle tra Bersani e Renzi, è la prova che l’onda di M5S s’è ormai fatta risacca.

PS. Anche i radicali sono impreparati al voto. Ma vivaddio (e viva Pannella) lo dichiarano, ne denunciano le ragioni, chiedono sostegno senza infingimenti a chi possa candidarsi dando loro qualcosa che ammettono di non avere. È lo stile di trasformare una debolezza in forza. Non sappiamo se funzionerà. Ma temiamo che se Pannella non dovesse salvarsi da questa sua ultima campagna, non ci sarebbe mai più un’altra chance per le idee radicali. La forza consiste anche nel sapersi fermare al momento giusto.
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18 dicembre 2012
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Parole chiare di Napolitano sul premier e sui partiti
Mario Monti è ancora indeciso, «riflette e continua a riflettere» secondo la definizione di Bersani che lo ha incontrato ieri. In compenso Giorgio Napolitano non è affatto indeciso e tiene ancora strette in mano le redini anche di questa crisi di fine legislatura: vuole personalmente accompagnarla e risolverla secondo tutti i crismi costituzionali (come già fece un anno fa), riconsegnando all’Italia del 2013 un governo pienamente politico diretta emanazione della volontà popolare.
Ovvietà, direte. Neanche per idea. Nei discorsi di Napolitano nessuna parola è usata a caso. E se ieri nell’affollata cerimonia al Quirinale ha ritenuto di dover sottolineare questa ovvietà, è perché troppi ancora giocano con la prospettiva di un incarico, dopo le elezioni, nuovamente figlio di un’emergenza, di una impotenza dei partiti, e quindi inevitabilmente ancora legato al nome di Monti.
Non si può escludere che tale scenario si realizzi ma ora sappiamo che chi darà l’incarico non ha intenzione di soggiacere facilmente a nuovi strappi alla regola.
Era evidente, ieri al Quirinale, che il sistema nel suo complesso non è entusiasta di quest’ultimo tratto di percorso montiano. Dopo aver ascoltato Napolitano, lungo il corridoio che porta al salone delle Feste, Bersani e D’Alema commentavano scuotendo la testa l’indecisione del premier in questa cruciale vigilia elettorale. Intanto altri ricostruivano il momento, domenica scorsa, in cui il capo dello stato avrebbe addirittura prospettato a Monti la necessità di doverlo sostituire al governo nelle prossime settimane, nel caso avesse deciso una partecipazione elettorale diretta.
Insomma le regole istituzionali e quelle politiche circoscrivono i margini di manovra dell’uomo al quale i centristi in Italia, e l’intero establishment internazionale, vorrebbero tornare ad affidare il futuro del paese.
Se però i commentatori noteranno queste strettoie indicate anche da Napolitano per Monti, i partiti hanno poco di cui essere soddisfatti.
Il capo dello stato ieri ha usato nei loro confronti parole di critica dura per l’interruzione anticipata della legislatura e per il fallimento del mandato riformatore in alcuni settori-chiave. Ha citato le province, le leggi anticorruzione e sopra ogni altra cosa, con massima amarezza, la legge elettorale.
Gentilmente, il presidente ha voluto seguire (citandola) la falsariga che qui su Europa gli avevamo proposto: il confronto fra le realizzazioni del 2012 e le aspettative suscitate dal suo discorso di esattamente un anno fa, subito dopo l’avvio del governo tecnico.
Il giudizio sull’intero arco dal 2008 è definitivo: «legislatura perduta». Però Napolitano ci tiene a precisare che invece il bilancio del 2012 non è negativo. Sottolinea le difficoltà nelle quali i partiti si sono dovuti muovere. Evidenzia i risultati conseguiti. E alla fine il vero messaggio rivolto urbi et orbi è: non rovinate ciò che è stato fatto. Non date un’informazione distorta e pessimista sulle riforme varate; non date spazio a campagne distruttive; non trascurate il recupero di credibilità dell’Italia nel mondo; non vanificate il lavoro svolto, anzi proteggetelo dal «fuoco polemico della battaglia elettorale».
Non c’è dubbio che questi stessi concetti verranno ripetuti davanti alle telecamere nel messaggio di fine anno agli italiani, l’ultimo di Napolitano presidente. In questo modo, senza mai assolutamente entrare in giudizi di merito o tanto meno parte, il capo dello stato implicitamente offrirà gli argomenti per valutare il comportamento delle forze politiche, a quel punto in piena campagna elettorale.
Mancano appena quattordici giorni. Eppure nel frattempo tante cose devono ancora avvenire.

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Diario
15 dicembre 2012
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monti pd d'alema bersani
Monti non deve far paura al Pd
Il Pd non ha motivo per innervosirsi per ciò che Monti deciderà su se stesso. Se si ha fiducia in una persona, ribadita e confortata dai fatti lungo un difficile anno di intensi rapporti, insistere in azioni dissuasive non può che trasmettere un’immagine di insicurezza quasi più psicologica che politica.
Infatti, da qualche giorno Bersani ha modificato l’approccio al tema. Non più «spero che Monti non si schieri», bensì «deciderà lui e comunque sarà la prima persona con la quale dialogherò dopo il voto ». Par di capire che il segretario Pd cominci a mettere in conto l’eventualità di Monti candidato e voglia evitare di farsene spiazzare.
Quanto alle altre reazioni, rispetto alla apodittica frase dalemiana («moralmente discutibile se Monti si schierasse in campo contro di noi») suonano meglio le dichiarazioni di chi dall’ala sinistra (Vendola, Enrico Rossi) si dice contento che Monti a Bruxelles sia uscito allo scoperto confessando l’appartenenza ai conservatori europei: se non altro non tirano in ballo categorie scivolose come la morale.
Meglio rimanere sulla politica.
Abbiamo già scritto che Monti sbaglierebbe a esporsi alla testa del centro minoritario di Casini-Montezemolo, ma solo perché il suo status ne verrebbe istantaneamente diminuito con danno non tanto per lui stesso (alla fine, affari suoi) quanto per ciò che rappresenta agli occhi del mondo.
Non prendiamo in considerazione l’ipotesi che Monti si carichi i naufraghi berlusconiani: è un’idea talmente insensata che perfino Montezemolo la respinge. Ciò che il premier cercherà di fare, non sappiamo come, è allargare l’area di consenso parlamentare alla continuità delle sue politiche.
Certo, Bersani potrebbe sentirsi ferito dalla sfida diretta, dopo la fatica fatta per sostenere Monti davanti all’elettorato diffidente.
Ma occorre guardare oltre. Intanto per sottolineare che il Pd su Monti e con Monti può discutere, mentre gli altri possono solo invocarlo: è una bella differenza. E poi il Pd è già forte su risanamento e crescita: sfidato, dovrebbe alzare i suoi standard, certo non ripiegare sulle «posizioni radicali» paventate da D’Alema. Ne guadagnerebbe, la sua vittoria sarebbe più netta.
Infine, nel caso remoto che Monti divenisse capo di una parte, vorrebbe dire che il berlusconismo a quel punto è estinto e l’Italia è definitivamente nella maturità democratica. Chi ha a cuore, oltre che il proprio, l’interesse generale, dovrebbe gioirne.
permalink | inviato da stefano menichini il 15/12/2012 alle 12:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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14 dicembre 2012
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monti berlusconi merkel ppe
No, non c'è una destra montiana
Certo che non ci piacerebbe vedere Mario Monti candidato contro Bersani alla guida di una coalizione che va da La Russa a Bonanni, da Brunetta a Olivero, da Montezemolo alla Santanché, sotto la regia di Silvio Berlusconi.
Non ci piacerebbe, crediamo che piacerebbe poco anche al professor Monti, e siamo sicuri che molte cose possono accadere, ma questa mostruosità non diventerà proposta elettorale.
Il saldo della giornata di ieri non è la magica soluzione dei dilemmi del Pdl, con Merkel che installa Monti alla testa della vetusta destra italiana capovolgendone magicamente gli umori populisti in austero rigorismo europeista.
No, è successa un’altra cosa. È successo che il Ppe ha definitivamente retrocesso il berlusconismo a fenomeno deteriore, affermando che per loro l’Italia dovrà continuare sulla linea attuale, con un ruolo di leadership per Monti.
In fondo una cosa analoga l’ha detta anche Hollande, ed è logico: nessuno vuole vedere l’Italia sfuggire dalle responsabilità che ha cominciato ad assumersi. E nessuno in Europa vuole fare a meno del carisma che Monti s’è conquistato.
Per cui ieri Monti non è diventato il capo della destra italiana. Potrà prendere una parte, sì, e cominciamo a credere che lo farà. Non da erede di Berlusconi però.
C’è in questa constatazione il sollievo di chi ha sostenuto gli sforzi del premier da posizioni democratiche; ma anche la speranza di chi non vorrebbe veder bruciato un patrimonio di credibilità costruito anche sulla coerenza, sulla lealtà, sulla serietà personale di un leader che, dovesse per assurdo cedere alle lusinghe, sceglierebbe davvero una compagnia male assortita per il proprio battesimo elettorale.
Detto questo, occorre riconoscere che ieri l’Italia si è trovata catapultata in una dimensione politica che, sparito Berlusconi dalla scena, è assai desiderabile. E alla quale il sistema deve tendere: due coalizioni riformiste ed europeiste, leader non estremisti, soluzioni politiche e di governo alternative ma non visioni del mondo inconciliabili. Queste sono le dinamiche politiche, anche accese, in tutti i paesi occidentali.
Il Pd è pronto per un assetto del genere. Anche adesso. Perché è nato per questo, in una dimensione europea che il centrodestra fin qui non ha mai avuto.
Prima l’Italia ci arriva, meglio è. Che accada nei prossimi quarantacinque giorni, ammetterete, è un po’ improbabile. 
permalink | inviato da stefano menichini il 14/12/2012 alle 7:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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13 dicembre 2012
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primarie pd bersani
Democratici con i botti
Per adesso è soltanto una mossa politica, da riempire di regole e quindi di significato e di conseguenze. Che mossa politica, però...
Bersani prova a replicare il miracolo delle primarie per la coalizione con una acrobazia organizzativa di forte impatto mediatico.
Era abbastanza scontato che il Pd fosse costretto a una forma di «partecipazione popolare» (come l’aveva definita il segretario) che emendasse il partito dalla corresponsabilità nella mancata riforma del Porcellum. Non era affatto scontato – e anzi ha generato scalpore e disorientamento, oltre che sincero entusiasmo – che i democratici provassero a rimettere in piedi la macchina delle primarie in pieno ponte di Capodanno.
Il messaggio è proprio nella data e così è stato speso da subito.
Guardate che operazione di democrazia siamo disposti e siamo in grado di allestire, mentre Grillo epura i suoi dissidenti, Berlusconi annaspa fra pacchi e spacchettamenti, e il centro chissà-quanto-montiano continua ad avere tanti generali senza essere un esercito.
Il messaggio è destinato a passare, e a funzionare. Soprattutto nello stridente contrasto con la falsa democrazia dal basso di M5S.
Se poi funzioneranno anche le primarie per scegliere i candidati al parlamento, questo è un altro discorso, molto legato ad alcuni cruciali particolari che saranno definiti solo lunedì prossimo.
«La ruota deve girare» è il mantra bersaniano in tema di rinnovamento del gruppo dirigente.
Il segretario per primo sa però benissimo che la ruota non gira da sola, né viene mossa dalla spontanea passione popolare. Perché l’esito finale della selezione risulti soddisfacente sia sotto il profilo della qualità, che sotto quello dell’esperienza e dell’equilibrio politico di un partito che negli ultimi mesi è cambiato molto, bisognerà giocare abilmente fra dinamiche locali ed esigenze nazionali, ovviamente difendendo il requisito essenziale: e cioè che la decisione finale spetti davvero agli elettori convocati in giornate così speciali.
È una bella sfida, in grado di tenere il Pd alto nel consenso degli italiani e molto avanti ai concorrenti quanto a capacità di innovazione. È però anche una complicazione, affrontata consapevolmente: del resto le cose difficili sono una costante nel Pd da quando Bersani ha capito che la marcia verso palazzo Chigi non poteva più procedere d’inerzia ma aveva bisogno di salti, di scarti. Di botti, anche a Capodanno.
permalink | inviato da stefano menichini il 13/12/2012 alle 13:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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12 dicembre 2012
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Berlusconiani, antiberlusconiani, e altri stereotipi
Siccome il cerchiobottismo di ritorno di Angelo Panebianco non c’era piaciuto, il Corriere ha pensato che non bastasse e ha chiesto a Ernesto Galli della Loggia e a Pierluigi Battista di metterci il carico. Uno d’apertura e uno di spalla, oggi raddoppiavano in prima pagina il medesimo concetto: povera Italia, tornata al peggio della Seconda repubblica tra berlusconiani disperati e antiberlusconiani col sangue alla bocca.
Galli della Loggia incolpando il centrosinistra di ritirare fuori contro il Cavaliere «la litania dell’Europa» (litania oggetto però di cinque pagine interne dello stesso Corriere). Battista contrapponendo alle parole e ai fatti di veri e riconoscibili dirigenti del Pdl non parole e fatti di veri e riconoscibili dirigenti del Pd, bensì «la pentola di isterismo» dei social network (che in mancanza d’altro vanno sempre bene e puoi metterli in carico a chiunque).
Per non far polemica, diciamo che speriamo che i tre editorialisti si sbaglino sul ritorno al passato. Qui non lo desidera nessuno. Quel passato fatto dei tre stereotipi dei berlusconiani, degli antiberlusconiani e degli osservatori che pur di fare gli equidistanti neanche oggi riconoscono la differenza tra uno come Berlusconi (l’avete visto poco fa?) e uno, per dire, come Bersani.
Davvero, il professor Monti non merita un aiuto così banale.
permalink | inviato da stefano menichini il 12/12/2012 alle 19:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
12 dicembre 2012
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Davvero per il Corriere Pd e Pdl pari sono?
Capisco lo sforzo per convincere Mario Monti a sciogliere la riserva e a candidarsi in prima persona per la guida del governo: se lo augura il Financial Times, figurarsi se non è giusto che il Corriere della Sera, dove Monti è di casa, ne faccia una campagna appassionata.
Capisco anche che Bersani non possa pretendere di essere esente dalle critiche: nel tempo gliene ha fatte tante anche Europa, in particolare quando intorno a lui prendevano piede posizioni da keynesismo in un paese solo che confondevano i vincoli di bilancio coi soprusi della tecnocrazia europea e rischiavano di mischiarsi alle destre in una confusa e velleitaria resistenza alle cessioni di sovranità.
Ogni critica ha però il suo tempo e deve avere il suo fondamento, non può ignorare le mutate condizioni, i processi politici che si sono consumati, le dichiarazioni impegnative di persone fededegne.
Per questo suona sorprendente da parte del Corriere il ritorno al cerchiobottismo di un’altra era, in un editoriale (Angelo Panebianco di ieri) nel quale di nuovo Bersani e Berlusconi vengono resi speculari, presentati alla stessa stregua come soggetti non raccomandabili per l’elettorato cosiddetto moderato dal punto di vista delle riforme da fare e, distorsione particolarmente grave in queste ore, dal punto di vista dell’affidabilità europeista.
È vero che nel centrosinistra ci sono, come scrive Panebianco, degli «antimontiani». Ma a un grande politologo non può esser sfuggito il dibattito e l’esito delle primarie, con la sconfitta di Vendola e il ribadimento da parte del Pd dell’intangibilità delle riforme montiane. Né può sorvolare a occhi chiusi sull’abisso che separa il Pd dal Pdl quanto a credenziali europee e rigore sui conti pubblici.
È inoltre inesatta la tesi secondo la quale l’Italia sia un luogo anomalo dove «argomenti antiglobalizzazione e antieuro» sono presenti sia a sinistra che a destra. Dovunque in Europa è così, in una logica di estremizzazione tipica dei tempi di crisi. Negli altri paesi, però, queste spinte sono neutralizzate in un confronto bipolare che ha l’europeismo come tratto comune fra gli poli maggiori. L’anomalia italiana è un’altra, e cioè che questa virtù è solida in un campo solo.
Allora, in paziente attesa che l’area centrista sponsorizzata dal Corriere trovi sponsor anche fra gli elettori, sarebbe più prudente per un grande giornale responsabile evitare di picconare quel poco (o molto) di affidabile che c’è ora sulla scena politica. 
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Diario
11 dicembre 2012
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monti bersani pd elezioni
Che senso avrebbe Monti contro il Pd?
Mario Monti ieri da Oslo invitava gli italiani a respingere «mistificazioni e promesse irrealizzabili». La sera della vittoria nelle primarie Pier Luigi Bersani lanciava la lunga rincorsa elettorale del centrosinistra impegnandosi a vincere «senza raccontare favole, perché poi non si governa».
Se è facile cogliere l’analogia, è perché lo strappo di Berlusconi semplifica lo schema dell’imminente campagna elettorale, con beneficio per chi dovrà scegliere.
Da una parte ci saranno quelli della ricostruzione, dell’Italia a testa alta riconosciuta in Europa, della credibilità, della serietà, del lavoro paziente per riportare in Italia gli investimenti e per mettersi in condizione di spendere ciò che l’Europa ci trasferisce per creare impresa e occupazione.
Dall’altra parte avremo Berlusconi e la Lega giustamente (ma non gratuitamente) ricongiunti: contro l’euro e l’Europa, promettendo l’abolizione dell’Imu e meno tasse per tutti, riscopertisi in extremis difensori delle province e ostili all’incandidabilità dei condannati.
Più oltre ancora ci saranno Beppe Grillo e la sua schiera di simpatici generosi dilettanti allo sbaraglio, selezionati con cura fra i più docili e inoffensivi nel segreto del server di Casaleggio.
In questo quadro è ovvio dove si collochino Bersani e Monti, al di là delle dichiarazioni coincidenti. Sono dallo stesso lato della barricata che tocca erigere per tenere lontani i nostalgici dell’economia creativa (già, perché vuole tornare anche Tremonti...).
L’esito di questo confronto elettorale, con l’aria che tira e con un paese stremato dalla crisi e delle misure adottate per contrastarla, non è affatto scontato. È questa l’incertezza che scontiamo con i miliardi perduti ieri fra cadute di Borsa e innalzamento dello spread.
Ed è tenendo conto di questa prospettiva incerta che si sta ragionando sul ruolo di Monti, su come egli voglia e possa investire politicamente la propria convinzione di dover fermare «mistificazioni e promesse impossibili» e il proprio sdegno verso il voltafaccia di Alfano. Ha senso che il cruciale apporto del Professore venga speso in contrapposizione a Bersani e al centrosinistra? Ha senso che il patrimonio di consenso e credibilità trasversale accumulato da Monti si ridimensioni in un’operazione politico-elettorale degnissima ma molto parziale?
Su Europa, chi ci segue lo sa, non abbiamo mai considerato la candidatura del Pd a palazzo Chigi come un articolo di fede. La guida diretta del paese da parte di un leader democratico (e in generale di un leader di partito) non è mai stata un diritto divino, ma una possibilità da meritarsi e da conquistare dopo diversi fallimenti politici e di governo del centrosinistra, e dopo un colpo a vuoto nell’offrirsi come alternativa pronta e matura al momento della crisi di Berlusconi lo scorso anno.
Negli ultimi mesi si è però finalmente compiuto il processo politico che mancava, al Pd e al leader che gli elettori hanno scelto per guidare la coalizione di centrosinistra.
Una piattaforma di governo riformista s’è definita nella faticosa gestione parlamentare delle misure del governo Monti, tutte approvate dopo le necessarie modifiche.
Un rapporto diretto di fiducia con l’elettorato è stato recuperato grazie al coraggio di Bersani e di Matteo Renzi nel volere a tutti i costi le primarie, anche contro le resistenze interne.
Nello stesso contesto delle primarie quella piattaforma di programma (ancorché generica) è stata accettata ed è diventata punto di riferimento comune di altre forze politiche: si va componendo una coalizione che al momento è l’unica in grado di conquistare la maggioranza sia alla camera che al senato, dunque di garantire stabilità, ma che deliberatamente non vuole in ogni caso essere “autosufficiente”.
Questi adesso sono fatti, non più astratte petizioni di principio sul ripristino della «democrazia dei partiti». Sulla base di questi fatti Bersani è il candidato più forte per palazzo Chigi, progressivamente conosciuto e riconosciuto anche a livello internazionale.
È pensabile, è utile che Monti si ponga in posizione di sfida rispetto all’esito di questo faticoso e non scontato processo, peraltro più volte auspicato da lui stesso e da Napolitano?
È ovvio che Monti sarà padrone assoluto delle proprie scelte. Logica e razionalità suggeriscono però che il suo indispensabile sostegno a un’uscita politica positiva dall’attuale situazione, in continuità sostanziale col suo lavoro, non possa consistere in un’opzione di parte, carica di controindicazioni. Perché sarebbe inevitabilmente minoritaria, quindi sminuente del suo ruolo; perché aprirebbe nel centrosinistra contrasti e contraddizioni tutt’altro che proficui, con rischio di ripiegamenti rispetto alla linea riformista; e perché infine dividerebbe un campo europeista che per vincere ha bisogno di mostrarsi unito.
Si dirà che simili ragionamenti sono mossi dall’interesse partigiano di non ritrovarsi Monti come avversario. Beh, dopo averlo tanto (e a fatica) sostenuto per un anno, è anche ovvio che sia così. Diciamo allora che questo è il caso in cui a un interesse partigiano corrisponde l’interesse generale, e che anche il presidente Monti lo sta probabilmente valutando così.
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Diario
8 dicembre 2012
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elezioni pd monti bersani pdl berlusconi grillo
Per il voto da definire solo le coalizioni
Il calendario elettorale è definito, fra le regionali del Lazio dei primi di febbraio e l’election-day del 10 marzo. Anche il sistema con il quale si voterà per camera e senato, purtroppo, è quello previsto: Porcellum, come era stato amaramente pronosticato dal giorno stesso della bocciatura del referendum. Rimane solo da capire se e come, nella seconda metà di gennaio, il Pd vorrà e riuscirà a fare le primarie per i propri candidati sulle quali Bersani si è impegnato.
Gli schieramenti che fra 92 giorni si contenderanno il governo non sono del tutto assestati.
Gli unici teoricamente senza problemi sono quelli del M5S, che anzi da ieri conoscono anche i nomi dei probabili parlamentari. L’unica cosa che rimarrà sigillata nel server di Casaleggio è il numero delle preferenze effettive di coloro che hanno conquistato le prime posizioni nella votazione online indetta da Grillo. Tanta anticipazione sui tempi (gli altri partiti chiuderanno le liste ai primi di febbraio) potrebbe rivelarsi foriera di polemiche e cattive sorprese.
La precipitazione berlusconiana ha come unica logica il recupero dell’alleanza con la Lega, tutt’altro che scontata però: regalare il Pirellone a Maroni causerà una scissione nella destra lombarda senza alcuna garanzia di successo, né per le regionali né per il premio al senato. Ammesso che il Carroccio voglia tornare a compromettersi con Berlusconi: ieri Bersani ha promesso che gliela farebbe pagare in campagna elettorale.
Anche il centrosinistra sotto la guida del segretario del Pd è pronto. Con alcune variabili, oltre a quella delle primarie per i candidati. La prima riguarda i confini dell’allargamento al centro dell’alleanza: solo fino alla lista alla quale lavora Tabacci o oltre? E i radicali? La seconda variabile riguarda un tema che non s’è ancora riaperto ma che molti nel Pd tengono caldo: il ruolo di Matteo Renzi.
A sinistra sarà faticosa la cucina del fritto misto di arancioni, neocomunisti e dipietristi con Ingroia nella parte dello chef: facile che si bruci tutto prima di cominciare.
Infine il centro, il luogo meno definito. Berlusconi ha spinto tutti lontano da sé, a cominciare da Monti, ma l’impasto fra Casini e Montezemolo, liberali e cislini non riesce. Lo schiacciamento di quest’area rischia di essere l’unico vero risultato dello strappo operato da Berlusconi. Secondo alcuni, del resto, è l’unica vendetta che voleva veramente prendersi.
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Diario
7 dicembre 2012
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monti berlusconi pdl governo
Questo gesto lo pagheranno
Guardate che, messi come sono, nel Pdl sono capaci di tutto. Perfino di fare macchina indietro rispetto a una giornata convulsa come quella di ieri, quando è sembrato che il governo Monti avesse davanti a sé solo poche ore di vita.
La sesta candidatura di Berlusconi in diciannove anni è l’unica notizia della quale possiamo essere relativamente sicuri. Le primarie del Pdl escono di scena nello stesso modo farsesco con cui erano apparse, lasciando come vittima la dignità di Alfano. La forzatura operata dal Cavaliere ha prodotto ieri l’umiliante parata dell’entusiasmo a mezzo stampa di alcune decine di naufraghi in cerca di ricandidatura. Ma questo è folclore. I rumori di fuoriuscita di pezzi di Pdl indisponibili a una campagna antimontiana e antieuropeista anticipano un fenomeno di imprevedibile consistenza. Casini si prepara ad aprire le porte, Montezemolo alla fine non farà lo schizzinoso.
Non c’è dubbio che la parola e il prestigio di Monti si faranno valere nelle prossime settimane anche in chiave politica: ormai non potranno che suonare di condanna per l’inaffidabilità del Pdl.
Abbiamo al Quirinale un baluardo intatto che accompagnerà l’Italia alle elezioni – presumibilmente a marzo: gli adempimenti tecnici per la presentazione delle liste rendono febbraio troppo vicino – mettendo al riparo la legge di stabilità entro l’anno e poi attenuando gli scossoni di una crisi che andrà spiegata al mondo.
Oggi apprezziamo meglio l’esito del conflitto con la procura di Palermo, e capiamo perché un partito politico-mediatico voleva azzoppare Napolitano nell’ultimo scorcio di mandato: fra i danni che la mossa di Berlusconi arreca all’Italia c’è anche lo scatenamento del fronte estremista grillino, che prospera su spettacoli come quello allestito ieri dal Pdl e tratta il capo dello stato da nemico.
Il Pd non voleva e non vuole le elezioni anticipate, di Napolitano condividerà le scelte sui tempi e l’ansia di mettere il paese in sicurezza. C’è però anche da prendere atto che l’accelerazione non lascia più tempo né modo per neutralizzare l’effetto positivo delle primarie né per costruire proposte concorrenti. I tempi stretti mettono a rischio le primarie per i parlamentari, essenziali per il Pd in vigenza di Porcellum, e questo è un problema. Unico fattore positivo di uno scenario pessimo: si accorcia l’attesa per ridare al paese nuovi equilibri e sperabilmente una nuova stabilità di governo.
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Diario
6 dicembre 2012
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casini montezemolo udc pd
La crisi precoce del nuovo centro
Non sono solo i numeri dei sondaggi, ancora così bassi quando siamo ormai nella lunga campagna elettorale. È tutto il rumore di fondo, per non citare le voci di dentro, che conferma la crisi precoce del cantiere del nuovo centro.
Non lo diciamo con soddisfazione, anzi. Il Pd a trazione bersaniana ha fin qui operato secondo uno schema di gioco che prevedeva il rafforzamento di un terzo polo per comodità definito «moderato» insieme al quale completare all’indomani delle elezioni l’arco della futura maggioranza di governo.
Ci sono però miracoli ai quali non arriva neanche la proverbiale abilità dalemiana nell’organizzare le forze altrui oltre che le proprie.
In questo caso, il miracolo che non sta riuscendo è rendere competitiva in un mercato elettorale esigente e diffidente un’offerta politica indelebilmente marchiata Casini-Fini (vecchie glorie in tempi di cambiamento galoppante) oppure Montezemolo (un newcomer terribilmente old ed esitante fino all’esasperazione), senza poter usufruire di alcuna benedizione da parte dell’unico denominatore comune di vaglia, cioè Mario Monti.
In più mettiamoci l’incongruenza programmatica fra i liberisti di Giannino, i cattolici sociali cislini e quelli tradizionalisti alla Buttiglione, i martiniani alla Olivero, gli economisti liberali da sempre e i finiani liberali recenti: tutte persone di prima qualità non inclini a consegnarsi le une alle altre.
Intendiamoci, in tutti i partiti ci sono convivenze irrisolte. Nel Pd però, per esempio, il mescolamento è cominciato anni fa, si svolge in un contenitore ormai stabilizzato e adesso è incoraggiato dalla prospettiva del successo. Nessuna di queste condizioni aiuta il varo della Lista per l’Italia, già attraversata da troppe linee di scissione: gli elettori non ne sanno nulla, ma certe fragilità e incompiutezze le intuiscono perfettamente.
Esiste nel Pd un piano B per assimilare la parte più interessante di questo mondo nel recinto del centrosinistra. Può essere utile e vincente. A patto però di non perseguire il modello perfidamente noto come “partito dei contadini” (gli storici comodi alleati dei comunisti polacchi): gli elettori si sono fatti esigenti, non è più tempo di liste civetta. Altro discorso sarebbe se Bersani annunciasse che in questi mesi si farà il primo passo verso una rifondazione del Pd con confini allargati, sull’antico progetto prodiano-veltroniano.
Un’idea ambiziosa con poco tempo per rendersi credibile.
permalink | inviato da stefano menichini il 6/12/2012 alle 18:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Diario
5 dicembre 2012
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L'avversario ideale. Sì, ma per Bersani
Divertente la tesi secondo la quale Berlusconi avrebbe deciso di ricandidarsi dopo l’esito delle primarie del centrosinistra, convinto che «il comunista» Bersani possa essere per lui un avversario più comodo. Una volta di più l’acume di Berlusconi viene sottovalutato.Stavolta però dai suoi amici, non dai suoi avversari.
Perché è sicuro che avere di fronte Renzi avrebbe costretto il Cavaliere a paragoni umilianti. Ma è altrettanto sicuro che dai sondaggi di Ghisleri Berlusconi abbia capito che per lui non è più un problema di avversari, bensì di sopravvivere al confronto con un passato che non tornerà più.
Del resto l’abbiamo scritto spesso nell’ultimo anno: il Pd ha avuto fin qui problemi nel misurarsi con Grillo, e sa che non sarà facile superare l’asticella di credibilità posta in alto da Monti. Ma Berlusconi, un problema? Proprio no.
Anzi. Date a Bersani uno scontro elettorale frontale con l’uomo che per tutti – a cominciare dai suoi stessi elettori e dirigenti di partito – è l’emblema del fallimento, e gli avete regalato ciò che mancava per la campagna elettorale ideale. Magari fosse così. Infatti le residue preoccupazioni elettorali del leader del centrosinistra sono legate alle incognite, non all’oggetto più conosciuto e ormai deprezzato della politica italiana.
Che poi, anche le incognite vanno sciogliendosi col tempo. I sondaggi Ipsos del dopo-ballottaggio sono ottimi per il Pd (36 per cento) e per il centrosinistra (oltre il 42). Danno conforto a noi che sabato scorso avevamo chiesto a Bersani e Renzi: se gestite bene le primissime ore dopo il risultato, l’effetto positivo regalato dalle primarie in questi mesi non svanirà.
Anche grazie allo spettacolo di entusiasmo dei vincenti e di lealtà dei perdenti, l’effetto sull’opinione pubblica per ora non solo non svanisce ma si incrementa.
Casomai comincia a divenire plateale il flop neocentrista, con Casini e Montezemolo in affanno, fra tutt’e due, sotto il 10 per cento.
Qui forse Bersani deve rivedere i piani, attingendo all’ambizione maggioritaria del Pd. Perché tutta quella intelligente e interessante gente che s’è vista alle convention montezemoliane si starà ponendo qualche domanda sull’efficacia dell’operazione di «riorganizzazione dei moderati» che il Pd fin qui ha delegato ad altri. Allora si potrebbe pensare di aprire fin d’ora le porte del centrosinistra ai delusi preventivi dell’ennesimo fallimento terzopolista.
permalink | inviato da stefano menichini il 5/12/2012 alle 18:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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